sabato, 25 Settembre 2021
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Voglia di pulito: due canzoni degli anni ‘70

Voglia di pulito: due canzoni degli anni ‘70 “Se mi vuoi” di Cico e “Bella” di Luciano Rossi: i 2 cantautori credono nella serietà, nella solidità, nella pulizia dell’amore: non è poco per come le cose stavano andando all’epoca di Francesco Lamendola 

Le canzoni della musica leggera, come i film, i rotocalchi, i programmi televisivi, l’abbigliamento, sono, ciascuno sul proprio piano espressivo, dei preziosi indicatori delle tendenze sociali, i quali rivelano a distanza di tempo, un po’ come i fossili al geologo o le architetture allo storico dell’arte, le forme, gli stili e le tendenze complessive di un determinato momento storico. Infatti sono da un lato il riflesso delle forme, degli stili e delle tendenze in atto a livello popolare, dall’altro sono esse stesse dei modelli che tendono a sommarsi e a imporsi all’immaginario, contribuendo potentemente a formare i gusti e ad orientare i comportamenti. Le canzoni degli anni ’50 del Novecento, ad esempio, sono diverse, per musica e testi, da quelle degli anni ’60, e queste da quelle degli anni ’70: dieci anni sono una unità di misura sufficiente per notare profonde evoluzioni e trasformazioni del gusto e della sensibilità, essendo la canzone della musica leggera un “prodotto” per sua natura relativamente effimero, destinato a un rapido consumo intensivo e, dopo una celebrità più o meno estesa, ad un rapido oblio, trasformandosi in pochi anni, tutt’al più, in oggetto di culto e in una testimonianza dei tempi passati. Premesso che la scansione decennale è, a sua volta, una mera astrazione, che nasce da necessità di ordine pratico e didattico dello storico, e non un dato oggettivo (gli anni ‘70, ad esempio, dovrebbero iniziare col ’69 e terminare col 1978, l’anno del referendum sull’aborto), resta il fatto innegabile che ascoltando le canzoni degli anni in cui erano ragazzi i nostri nonni, indi i nostri genitori, e poi lo siamo stati noi stessi, e ora lo sono i nostri figli, si nota un progressivo spostamento delle forme melodiche e degli accenti narrativi, che consente di ricostruire, per così dire, il paesaggio psicologico ed emozionale delle generazioni che si sono succedute, l’orizzonte estetico ed esistenziale entro il quale si muovevano, e nel caso dei testi più espliciti anche gli elementi specifici dell’ideologia dominante, nonché le loro trasformazioni e assestamenti, relativi e assoluti.

A titolo di esempio, abbiamo pensato di selezionare un paio di canzoni degli anni ’70, scelte tra quelle che, pur avendo avuto una certa notorietà, non sono mai salite ai vertici delle classifiche, o li hanno appena sfiorati e solo per un tempo brevissimo, allo scopo di evidenziare alcuni contenuti che ci sono sembrati significativi, a testimonianza di una tendenza estetica e contenutistica certamente “minore”, e tuttavia significativa, se non in termini quantitativi certo in termini qualitativi. In altre parole: accanto ai successi della hit parade e ai tormentoni estivi, che hanno fruttato grossi guadagni alle case discografiche e hanno lanciato alcuni cantanti nel firmamento dei big, talvolta per restare sulla scena praticamente tutto il resto della loro vita, ci sono state canzoni minori, ma significative, nelle quali ha trovato modo di esprimersi una sensibilità diversa, una spiritualità più seria e più ancorata ai valori etici, insomma più rispondente al vero sentire di milioni e milioni di giovani, anche se si è trovata in svantaggio rispetto a un meccanismo musicale che premia le grosse vendite e penalizza chi fa canzoni di qualità. Parliamo comunque di un’epoca nella quale – sembra cent’anni fa, invece sono pochi decenni – era ancora possibile, e sia pure in un rapporto svantaggiato, rispondere al filone commerciale e consumistico della musica leggera con prodotti destinati a un pubblico più selettivo e di buon gusto. Una situazione che ormai è tramontata per sempre, perché anche in quel campo, come in tutti gli altri, dal cinema alla narrativa e dalle banche alla scuola, dominano incontrastati i colossi della grande produzione e della grande distribuzione, proprio come nelle città i grossi centri commerciali hanno sostituito pressoché del tutto i piccoli negozi a conduzione familiare.

La canzone Se mi vuoi è uscita in ’45 giri nel 1974, con la voce di Cico, alias Antonio o Tony Cicco, napoletano, classe 1949, scritta insieme a Carla Vistarini e arrangiata da Paolo Ormi (canzone del retro: Insonnia). La base musicale, affidata alla tastiera elettronica che ha le dolcezze carezzevoli d’un sassofono, è semplice e melodica, gradevole ma non scioccamente orecchiabile, anzi ha un rigore e una trasparenza “classici”, non frequentissimi nel panorama della canzone italiana di quegli anni. Le parole sono anch’esse semplici, ma con preziosismi e riferimenti colti, perfino danteschi, e metafore originali, che non stonano perché appaiono funzionali al testo il quale, pur parlando del tema quasi inevitabile dell’amore, lo fa con una sincerità di accenti e una pulizia morale che colpiscono.

Se mi vuoi / lascia il letto dove sei / tutti gli abiti che hai / di povertà ricopriti. / Se mi vuoi / non dormire accanto a lui / non vestire gli occhi suoi / con le bugie colpevoli / che tu sai. / Se mi vuoi /  scaccia le apparenze, dai. / Se mi vuoi / gli errori inconsapevoli / scorderò se mi vuoi. / Rinuncia al pane / che di sale sa / se mi vuoi. / Se mi vuoi, / tu che sei da sempre mia / scorda il resto e vieni via / gli sbagli tuoi dimentica. / Se mi vuoi / scaccia le apparenze, dai. / Se mi vuoi, / gli errori inconsapevoli / scorderò se mi vuoi. / Rinuncia al pane / che di sale sa, / se mi vuoi. / Se mi vuoi, / tu che sei da sempre mia / scorda il resto e vieni via, / gli sbagli tuoi / dimentica.

La situazione descritta in questo testo è piuttosto tipica dell’amore romantico: lui ama lei, ma lei se n’è andata da un altro, più ricco, che può soddisfare tutti i suoi capricci; lui però non si rassegna e cerca di ricondurla a sé. Il tema sarebbe perfino banale e potrebbe facilmente scivolare nel patetico o nel melodrammatico, non senza una sfumatura involontaria di ridicolo; invece qui viene trattato con sobrietà e originalità, senza alcuna concessione ai facili effetti, ma, al contrario, spostando il discorso su un piano spirituale più elevato. Non è questione di corna, rimproveri,  recriminazioni,  suppliche e ricatti; nulla di questo pattume emerge dal discorso. Lui cerca di far tornare lei, non solo al suo primo e vero amore, ma al suo essere più autentico: facendo la scelta che ha fatto, lei ha tradito innanzitutto se stessa. Perciò lui non le rimprovera tanto il tradimento, quanto piuttosto l’essere venuta meno al rispetto di sé: si è lasciata comprare dai bei vestiti e dalla vita comoda, ha creduto di “sistemarsi” come una qualsiasi mantenuta, e intanto si è abituata a vivere di menzogne, a vestire gli occhi dell’altro di bugie consapevoli, simulando dei sentimenti che in realtà non prova, e con ciò avvilendo se stessa. Pertanto il discorso non verte sul rimprovero; con delicatezza, lui la richiama a tornare quella di prima; le ricorda la profondità del loro passato amore (tu che sei da sempre mia); le dichiara che egli è pronto a scordare (non a “perdonare”, perché non la sta giudicando: chi ama davvero non giudica, né accusa o colpevolizza); la esorta a dimenticare lei per prima i propri errori, a prendere la porta e andarsene da quella casa, dove il pane sa di sale, come dice Dante (cfr. Par. XVII, 58), perché ha il sapore amaro di ciò che si ottiene a prezzo della propria dignità e libertà (in alcuni canzonieri si trovano le parole: Rinuncia al male che ti sale, sai; così come si trovano le parole un calcio alle apparenze dai, invece di scaccia le apparenze, dai; a noi però sembra che non vi siano dubbi, ascoltando il testo dalla viva voce dell’autore: https://www.youtube.com/watch?v=YMXWKbItRQY.

È molto probabile che l’appello commosso dell’innamorato produca un buco nell’acqua: difficile pensare che una ragazza capace di sacrificare l’amore alle comodità di donna arrivata rinunci a ciò che ha conquistato per tornare all’amore di un uomo che non può offrirle lo stesso tenore di vita. Da ciò il sottofondo di malinconia che pervade il brano, come se chi ascolta potesse già vedere che non ci sarà un lieto fine, mentre ancora il protagonista si fa delle grosse illusioni. È l’eterno scontro fra il sogno e la realtà, fra l’ideale e il concreto, fra il cielo e la terra. Sarebbe bello se le persone fossero pulite e trasparenti, se non avessero secondi fini e se non fossero disposte a mentire e recitare una parte pur di ottenere ciò che vogliono e assicurarsi dei vantaggi; purtroppo non è così, almeno nella stragrande maggioranza dei casi. E tuttavia, è bello sapere che ci sono ancora i cavalieri dell’ideale; che c’è ancora chi crede all’amore vero e puro; che non tutti sono scivolati nell’opportunismo e nel cinismo, ma alcuni conservano la pulizia morale dell’infanzia e, adulti, si lasciano tuttora guidare da un profondo bisogno di verità interiore. In ogni caso, il concetto più trasgressivo espresso nel testo è l’invito alla povertà: di povertà ricopriti, rivolto alla ragazza viziata e mantenuta, presentando tale scelta come un guadagno per l’autenticità della propria vita e non come un abbassamento. Non è poco, nel momento in cui, nonostante la guerra del Kippur e la crisi petrolifera che per la prima volta faceva intravedere, col razionamento della benzina, la possibilità di un arresto o un drastico rallentamento dello sviluppo  e del relativo benessere, i miti del consumismo galoppavano ancora ed esercitavano tutto il loro fascino, specie sui giovani.

La seconda canzone sulla quale vogliamo fermare la nostra attenzione è Bella, del 1975, scritta e interpretata dal cantautore romano Luciano Rossi, classe ‘45 (perciò quasi della stessa generazione di Cico), il quale aveva già inciso un paio di album. La melodia è dolcissima e piena di malinconia, l’arrangiamento è tutto in funzione del testo, quasi un’avvincente poesia, cantata con voce pulita e accenti di forte intensità umana. È la storia di un amore che, messo alla prova del tempo, non perde nulla del suo incanto, perché la bellezza della donna, essendo in primo luogo bellezza interiore, non svanisce, non si dissolve sotto l’azione impietosa degli anni che scorrono, ma conserva sempre una grazia giovanile.

Il viale che porta a casa tua / Stamattina alle cinque era un mare / un mare di silenzio, di foglie e di colori. / Il viale che ci ha visto tante volte correre insieme / stamattina alle cinque era un letto / ideale. / Pugni chiusi verso il cielo / sono stanco di aspettare. / Bella, con le gonne sotto al ginocchio, / com’eri bella, / Con un fermaglio tra i capelli a forma di stella. / Gli anni sono quelli che ci fregano dentro, sono gli anni / che ci lasciano soltanto e sempre dei ricordi / che ci lasciano qualcosa che non tornerà. / Sei sempre bella / Ti passa il tempo, tu sta invecchiando, come sei bella / con quel fermaglio tra i capelli a forma di stella. / E gli anni, sempre quelli che ci fregano dentro sono gli anni / che ci lasciano soltanto e sempre dei ricordi / che ci lasciano qualcosa che non tornerà. / Ma il viale che porta a casa tua stamattina alle cinque era un mare / un mare di silenzio, / di foglie e di colori. / Pugni chiusi verso il cielo / Troppo stanco per sognare. / Bella, con le gonne sotto al ginocchio, com’eri bella / con quel fermaglio tra i capelli a forma di stella. / Gli anni, sempre quelli che ci fregano dentro sono gli anni / che ci lasciano soltanto e sempre dei ricordi, / che ci lasciano qualcosa che non tornerà. / Sei sempre bella / ti passa il tempo tu stai invecchiando, come sei bella.

Il testo in effetti ha qualcosa di misterioso, perché si presta a diverse interpretazioni: che qualcosa abbia impedito la realizzazione di quell’amore, una partenza, un distacco involontario; che lei sia addirittura morta, e lui adesso la ricordi com’era un tempo, di una bellezza fermata per sempre nella memoria; e altre ancora. Una cosa è certa: l’animo dell’io narrante è pieno di nostalgia, sospeso fra la gioia del ricordo, che dà quasi l’illusione della ritrovata presenza di lei e l’amara constatazione che gli anni passano, i sogni restano solo sogni e la speranza s’indebolisce, mentre subentrano la stanchezza e la delusione (sono stanco di aspettare). E tuttavia la nota predominante è la dolcezza per la consolante scoperta che l’amore non passa e la bellezza non svanisce, perché ciò che si è amato per davvero rimane eternamente amabile, come se la magia dell’amore lo avesse sottratto alle leggi del tempo (https://www.youtube.com/watch?v=2E1zNjOPdd4).  

Nel panorama spesso banale e non di rado grossolano della musica leggera degli anni ’70, queste due canzoni, pur non essendo dei capolavori, spiccano sulla generale mediocrità, non solo in virtù di una linea melodica molto sobria e pulita, ma soprattutto per la densità dei testi. I quali, pur non appartenendo al cosiddetto filone impegnato (Dio ce ne scampi e liberi: quello dei Vecchioni, dei De Gregori e dei Venditti), anzi trattando il tema classico dell’amore nella maniera più classica, nondimeno mostrano come sia ancora e sempre possibile parlarne con accenti ispirati e originali, e soprattutto con una forte carica di pulizia morale. È quest’ultimo aspetto a far spiccare Se mi vuoi e Bella dal quadro conformista di una visione dell’amore sempre più banalizzato e mercificato, nel contesto di una società che sta perdendo per strada, pezzo dopo pezzo, tutti i suoi valori tradizionali: 1974, il divorzio; 1978, l’aborto. Cico e Luciano Rossi credono nella serietà, nella solidità, nella pulizia dell’amore: non è poco, per come le cose stavano andando all’epoca. Canzoni del genere diverranno sempre più improbabili nel panorama degli anni successivi, inesorabilmente appiattito sull’ideologia libertina imperante. Nella visione cristiana l’amore è la premessa al matrimonio e alla famiglia: ma è ovvio che questi sono inconsistenti senza la dolce e salda base di un amore profondo.

Del 28 Agosto 2021

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