sabato, 25 Settembre 2021
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L’essere che ci si mostra è l’ente: “Essere in atto”

Perchè l’allontanamento dalla metafisica è il tradimento della filosofia? Il Tomismo come filosofia del reale? Quando le meraviglie del creato ci rivelano lo splendore di Dio di Francesco Lamendola  

Luigi Pirandello pensava che il dramma della vita umana consiste nel fatto che la persona ha l’esistenza, ma non l’essenza, cioè le manca quell’intima coerenza e quella coesione strutturale, in altre parole quella forma, che la renderebbe definita e aderente ai propri pensieri e ai propri atti e le darebbe un autentico spessore esistenziale; mentre il personaggio di un’opera teatrale possiede tale essenza, perché ha una forma, ma non ha l’esistenza, e soffre di tale incompletezza che gli impedisce di esprimersi, come si vede in Sei personaggi in cerca d’autore: tuttavia il più “reale”, alla fine, cioè il più concreto, è, contrariamente a ciò che appare, proprio il personaggio, perché le persone aspirano a quell’essenza che non hanno e perciò sono qualcosa di meno del personaggio. Situazione paradossale che spiega l’intimo dramma di ogni vita umana e rende ragione del carattere profondamente sofferto, ironico e auto-ironico, fino al limite dell’assurdo e del grottesco, della commedia umana rappresentata da Pirandello nei suoi romanzi e soprattutto nel suo teatro. Per lo scrittore e drammaturgo siciliano, infatti, ogni essere umano possiede una voglia di vivere che è aspirazione alla libertà totale, ma va a sbattere da tutte le parti contro una prigione senza sbarre, fatta da innumerevoli proibizioni e aspettative sociali, che lo limitano in ogni direzione e lo costringono a condurre una vita falsa e inautentica, che è sovente l’esatto contrario dei suoi sogni e delle sue vere aspirazioni. Il conflitto fra individuo e società è dunque inevitabile, strutturale, permanente: non c’è possibilità di mediazione, perché la società, e in particolare la famiglia, è solo una stanza della tortura, mentre l’individuo vorrebbe essere assolutamente se stesso e, per realizzarsi, vorrebbe infrangere tutto ciò che gli altri si aspettano o pretendono da lui. Alla fine il solo compromesso possibile sembra essere quello della pazzia lucida e volontaria, come nell’Enrico IV, o in un rifiuto sistematico di qualsiasi forma, come in Uno, nessuno e centomila: come se la massima possibilità per l’individuo di essere libero consistesse nell’eludere sistematicamente e nel beffare tutto ciò che gli altri pensano di aver capito che egli sia.

E tuttavia, quanto è vero e quanto è artificioso il conflitto fra vita e forma, e quindi fra persona e personaggio, descritto da Pirandello? È proprio vero che la vita odia le forme, che rifiuta qualsiasi struttura definita, e che ciò rende l’individuo inadatto a rappresentare veramente se stesso, anzi ad essere se stesso, in armonia col prossimo oltre che con sé? Forse il presupposto è sbagliato, perché la relazione dialettica tra forma e vita, che rimanda al rapporto fra essenza ed esistenza, non è posta nella maniera giusta. Per porla nella maniera giusta, proviamo a metterci dal punto di vista della metafisica classica, quella di Aristotele e di san Tommaso d’Aquino. L’essenza di una cosa è il predicato che fa di essa ciò che effettivamente è; in altre parole, l’idea generale che di quella cosa possediamo. L’essenza del cavallo è l’idea del cavallo: quell’insieme di qualità che fanno del cavallo un cavallo, e non un elefante, o una giraffa, eccetera. D’altra parte, l’essenza sarebbe solo un guscio vuoto, se non vi fosse corrispondenza fra essa e gli enti concretamente esistenti, che incarnano quella data essenza: in altre parole, se non ci fossero i cavalli. Che poi un cavallo sia bianco, e un altro pezzato, e un altro ancora nero, questo appartiene alla modalità specifica dell’essere di quell’ente; ma l’essenza del cavallo è sempre tale, indipendentemente dal colore o da altri aspetti non essenziali (che i filosofi classici chiamavo le qualità secondarie). Certo, l’essenza è importante, è fondamentale, perché definisce una classe di enti e la differenzia da tutte le altre classi; nondimeno, fra l’essenza e l’esistenza, è quest’ultima a svolgere il ruolo attivo: perché se non esistessero i cavalli in carne ed ossa, l’essenza del cavallo sarebbe una nozione astratta, priva di riscontri nel mondo reale. Ora, il compito della filosofia è condurre alla conoscenza del mondo reale, non di un mondo fittizio o immaginario. Il grande errore del platonismo è questo: aver posto delle Idee astratte e universali a fondamento della realtà, e aver fatto dei singoli enti esistenti una semplice copia di quelle Idee. C’è perfino qualcosa di ridicolo nel pensiero che esiste un Cavallo ideale senza il quale i singoli cavalli concreti non esisterebbero, perché da lui attingono la loro modalità di esistenza. Questo significa capovolgere il giusto rapporto fra le cose e mettere il mondo con i piedi al posto della testa e viceversa: perché la verità, percepibile sia intuitivamente sia empiricamente, è che l’esistenza concreta degli enti precede ogni definizione o predicato su di essi; e l’essenza non è altro, in ultima analisi, che una definizione di quel singolo ente o quel determinato gruppo di enti.

Per certi aspetti, la dialettica fra essenza ed esistenza è stata preceduta da una disputa non molto dissimile, nota agli storici della filosofia come disputa sugli universali, che accese gli animi dei maggiori pensatori del XII secolo, divisi fra chi, come Anselmo d’Aosta e Guglielmo di Champeaux,  sosteneva la realtà degli universali, ed era perciò detto realista e chi, come Roscellino, sosteneva invece il carattere nominalistico di essi, e perciò fu detto nominalista. In realtà, questa terminologia rischia di confondere le idee al non specialista: perché nel linguaggio comune, realista è chi pone a fondamento dell’esistente la realtà concreta degli enti, e nominalista è semmai chi crede che le cose, cioè gli enti, e non gli universali, siano privi di realtà effettiva, siano solo nomi di cose illusorie. Ma lasciamo da parte la disputa sugli universali e torniamo ad Aristotele e a san Tommaso. Per costoro, la conoscenza si basa sulla realtà degli enti: sono gli enti che, con il loro concreto esistere, conferiscono solidità  ad ogni altra cosa, a cominciare dal pensiero e dall’indagine razionale. E dunque Aristotele e san Tommaso sono realisti, mentre Platone e in parte sant’Agostino sono idealisti. La filosofia di san Tommaso, in particolare, è stata definita da un grande studioso dell’Aquinate, e filosofo egli stesso, Étienne Gilson – colui al quale si deve la “riscoperta” in chiave positiva del pensiero medievale, denigrato dagli illuministi e travisato dai romantici – una ontologia dell’esistenza, ovvero la prima vera metafisica dell’essere, appunto perché fondata sull’esistenza concreta degli esseri in atto, che sono gli enti.

Scrive in proposito Carlo Chiurco in San Tommaso (Milano, Corriere della Sera, 2014, pp. 81-88):

ESSENZA ED ESISTENZA. Il fondatore dei moderni studi di filosofia medievale, Étienne Gilson, definiva la metafisica di Tommaso “un’ontologia dell’esistenza”, mentre il grande filosofo francese Jacques Maritain, ispiratore di una delle correnti più originali del pensiero cattolico del ‘900, parlava, sempre riferendosi all’Aquinate, di “intellettualismo esistenziale”. Non è un caso che il tema dell’ESISTENZA ritorni nelle parole di due tra i maggiori frequentatori contemporanei del tomismo. “Essenza” ed “esistenza” sono naturalmente due nozioni ben distinte. L’essenza (“essentia”) è il qui di una cosa, ciò che una cosa è, nel senso della sua DEFINIZIONE: «è ciò che si vuol significare attraverso una data definizione, la quale indica ciò  che una cosa è (“est hoc quod significatur per definitionem indicantem quid est res”).» Per esempio, l’essenza di “tavolo” è ciò che mi permette di distinguere un tavolo dagli altri oggetti, dunque potrebbe consistere, grosso modo, in una definizione del tipo: «una superficie di appoggio di varie dimensioni, destinabile a vari usi (ufficio, pranzo, arredamento e così via), sorretta da uno o più elementi chiamati “gambe”». (…) L’essenza però si struttura in rapporto all’esistenza: nel nostri esempio, la definizione di “tavolo” si rapporta a questo quel tavolo determinato (sia, nel nostro esempio, il ”tavolo lungo rosso”). L’ente determinato concretamente esistente è anche noto come sostanza (“substantia”). Dunque è chiaro che l’essenza è prossima al generale, mentre l’esistenza tende all’individuale; non definiamo l’essenza di un SINGOLO ente (del “tavolo lungi rosso”), cioè di una sostanza, bensì rapportiamo quest’ultimo all’essenza che gli pertiene (cioè rapportiamo “tavolo lungo rosso” all’essenza di ”tavolo”); così come, riferendoci all’esistenza, parleremo più propriamente di ESISTENZE, al plurale, ossia di una pluralità di cose (enti) che concretamente esistono. In altre parole: l’esistenza (“existentia”) è anzitutto il concreto atto di esistere di ogni SINGOLO ente, e solo per astrazione parliamo di “esistenza”in generale, nel senso dell’atto di esistere in quanto tale, puro, applicabile a una pluralità di enti. (…)

MATERIA E FORMA. La sostanza è l’ente reale che è oggetto della nostra esperienza, ed è composta da un elemento determinato, passiva materia, e un elemento determinante, attivo, la forma. Quest’ultima fa in modo che una sostanza possieda determinate caratteristiche (nel nostro caso, “lungo” e “rosso”) e appartenga a una certa classe di oggetti (nel nostro caso, sia un tavolo). Ma anche la forma di una sostanza deve a sua volta essere determinata come QUESTA o QUELLA forma e nessun’altra (nel nostro esempio, dev’essere la forma di QUESTO “tavolo lungo rosso”), e L’ATTO CHE DETERMINA LA FORMA È L’ESISTENZA. In altre parole, il “tavolo lungo rosso” (la sostanza, cioè il singolo ente concretamente esistente) è determinato come tale (e dunque esiste) per l’azione della sua forma: ma a sua volta questa forma è tale perché è la stessa  esistenza del “tavolo lungo rosso” a richiedere che essa sia così come è, e non diversamente. Dice i grande storico della filosofia medievale Étienne Gilson: «L’esistere è come l‘atto steso riguardo la forma stessa, perché se si dice che, negli enti composti di materia e forma, la forma è il principio d’esistenza, ciò è perché essa attualizza la sostanza, l’atto della quale è di esistere».

La sostanza è dunque principio d’esistenza perché determina e attualizza la sostanza, ma essa è tale principio solo in quanto essa stessa riceve l’esistenza attuale Vi è perciò un “primato radicale” dell’esistenza sull’essenza; la forma della sostanza esiste solo in virtù dell’atto esistenziale che fa di tale sostanza un essere reale. L’atto d’esistere si pone dunque come la radice stessa della realtà.

L’esistere è dunque l’elemento primordiale della realtà, ciò che fa sì che tutto sia reale. Meglio, esso È il reale: ecco perché Tommaso usa il termine “ens” (ente) e non “esse” (essere).

È diffusa, fra il grande pubblico, l’idea che il tomismo sia un sistema filosofico che poco si cura dell’esistenza concreta degli enti e che si concentra sulle categorie astratte dell’essenza e dell’esistenza, della materia e della forma, della potenza e dell’atto; ma la realtà è diametralmente opposta. Se mai c’è stata una filosofia della concretezza e del realismo, questa è il tomismo: un sistema di pensiero che parte dalla constatazione dell’essere in atto, nella sua concreta manifestazione, e che da ciò risale alla categoria dell’esistenza, o, come più propriamente si dovrebbe dire, delle esistenze. L’errore di giudizio del grande pubblico, suggestionato dalla critica moderna che esalta pensatori come Kant o Hegel – i quali rappresentano invece il massimo allontanamento dalla metafisica e quindi il massimo tradimento della filosofia, l’uno perché la dichiara inconoscibile, l’altro perché la falsifica e la immanentizza, facendone una sorta di storicismo panteista – e si sforza di minimizzare e circoscrivere quanto più possibile l’ampiezza e la concretezza impareggiabili del pensiero di san Tommaso. In quanto metafisica dell’essere in atto, e non dell’essere astratto, la filosofia tomista si potrebbe anche definire come un esistenzialismo ontologico, lontano però le mille miglia dall’esistenzialismo nichilista di Heidegger o di Sartre, e semmai contiguo, per taluni aspetti (ma solo per taluni aspetti!) al vero esistenzialismo, cristiano e perciò metafisicamente fondato, di Kierkegaard.

In fondo, tutta la discussione sul rapporto reciproco fra essenza ed esistenza va considerata nella prospettiva più ampia della dialettica fra il mondo come è e il mondo come noi lo pensiamo. Realista è colui che cerca di comprendere il mondo come effettivamente è, adeguando alla sua realtà concreta il proprio giudizio. Ma, insorgono gli altri, ossia gli antimetafisici (gli illuministi) e gli pseudo metafisici (gli idealisti), che ne possiamo sapere noi del mondo, se non quello che di esso colgono i nostri sensi e la nostra mente? L’obiezione è ragionevole e merita una risposta. Anche san Tommaso riconosce che noi, del mondo, conosciamo  quello che siamo in grado di conoscere, in base a ciò che gli enti ci manifestano di sé: esse enim est actualitas omnis rei, l’essere è l’essere in atto di ciascuna cosa. Ne consegue che la nostra conoscenza è soggetta a un duplice ordine di limitazioni: primo, perché può conoscere solo all’interno delle proprie facoltà sensitive e intellettive (quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur: ciò che viene ricevuto da un soggetto dipende dalla capacità del soggetto di ricevere); secondo, che poi è una conseguenza del primo, perché il mondo non ci si rivela nella sua essenza, ma nell’esistenza concreta degli enti. In questo senso, e solo in questo senso, aveva ragione Kant: è vero che noi non possiamo conoscere la cosa in sé; ma egli ne trae una conseguenza maggiore della premessa, ossia che possiamo conoscere solo gli enti. Invece la conoscenza degli enti ci fornisce, per ragionevole analogia, anche una certa conoscenza della cosa in sé: così come le meraviglie del creato ci rivelano, per induzione, lo splendore di Dio.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 06 Settembre 2021

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