martedì, 26 Ottobre 2021
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Storie dimenticate: S. Priamo, la sua chiesa, il culto

Quando l’archeologia crea una forma mentis scettica: una cosa è la maniera tutta umana in cui la Tradizione viene raccolta, altra è la Fonte viva e perenne da cui scaturisce di Francesco Lamendola  

Nell’angolo sud-orientale della Sardegna, adagiato fra i Monti Sarrabus, c’è la frazione di San Priamo nel comune di San Vito, a circa dieci chilometri dal centro municipale, in una posizione naturale appartata e incantevole sulla sommità del monte omonimo, in realtà una collinetta d’una cinquantina di metri. Prende il nome da un antico santuario (da non confondersi con la chiesa moderna, dedicata allo stesso titolare), addossato alla roccia ed eretto in due tempi successivi, l’uno verso il Mille, l’altro nel 1500-1600, sopra una domus de janas, una casa delle fate, ossia una tomba preistorica della civiltà sarda pre-nuragica, fiorita dal tardo Neolitico all’Età del Bronzo, e inglobata poi in una cappella medievale. Questa a sua volta è stata costruita in corrispondenza di una sorta di pozzo sacro pre-cristiano, donde scaturisce una piccola fonte, che la tradizione assicura essere miracolosa. Tutto l’insieme è assai suggestivo, sia per il luogo roccioso e boscoso in cuoi sorge, sia per l’originalità del piccolo interno, disposto addirittura su quattro navate, risultato dell’ampliamento della chiesa in epoca tardo-rinascimentale. Un’altra particolarità è che il portone ligneo d’ingresso, ad arco a tutto sesto, non si apre sulla facciata, ma sul fianco orientale dell’edificio, in direzione del sorgere del sole. Il piccolo campanile a vela, ad una sola luce, sorge su uno dei lati lunghi. Alla base della chiesa sorgono un nuraghe e alcune altre strutture, fra le quali una tomba di giganti. Nel Medioevo qui sorgeva un bordo d’0una certa importanza, in seguito gradualmente abbandonato, sicché oggi il santuario spicca isolato in mezzo al verde, sospeso quasi fuori del tempo.

A tutto ciò si aggiunga l’indeterminatezza della figura del santo patrono, del quale non si sa praticamente nulla, tranne che era un pastore, o forse un soldato, che un giorno decise di farsi eremita e che subì il martirio. Di certo la statua lignea del santo, che viene portata annualmente in processione, lo rappresenta nel tipico abbigliamento militare romano. La chiesa è documentata come appartenente all’arcidiocesi di Cagliari dal lontano 484. In lingua sarda campidanese il titolare si chiama Santu Pilimu; peraltro sussiste qualche incertezza sul fatto che i primi titolari della chiesa potessero essere i santi Primo e Feliciano, tesi smentita dallo studioso locale padre Vidal, che pensava ad un equivoco e identificava senz’altro il titolare, dopo aver condotto scrupolose ricerche, nella figura di san Priamo. Non è certo il primo caso di un luogo di culto cristiano eretto sopra un luogo di culto pagano, in questo caso un tempio dedicato alla dea delle acque; né di un santo locale la cui identificazione storica risulta incerta e difficile, e confina con la leggenda; e neppure di un culto che finisce per divenire più importante del santo stesso, perché mentre il santuario di san Priamo ha conosciuto periodi di abbandono e di forte degrado, anche in anni alquanto vicini a noi (https://ilsarrabus.news/san-priamo-il-santuario-e-in-stato-dabbandono-fra-incuria-e-degrado/), la  gente ha sempre seguitato a utilizzare l’acqua santa per aspergendosi le membra in cerca di sollievo da infermità e malattie, e la processione e la sagra a lui dedicate al santo non sono mai state abbandonate, segno che l’aspetto esteriore della devozione popolare prevale su quello genuinamente religioso.

Ecco come rievoca la “scoperta” dell’antico santuario di San Priamo, in una spedizione archeologica non avventurosa, né esotica, e tuttavia a suo modo singolarmente affascinante, un maestro degli studi archeologici e orientalistici della seconda metà del ‘900, Sabatino Moscati (Roma, 1922-ivi, 1997), in un capitolo del suo libro La via del sole. Avventure archeologiche fra Oriente e Occidente, interamente dedicato agli itinerari mediterranei fra la sponda europea e quella nordafricana (Roma, Newton Compton, 1981, e La Spezia, Casa del Libro Fratelli Melita, 1984, pp. 111-113):

Oltre Castiadas, dunque, la strada è di nuovo asfaltata e, così procede verso nord, tra cespugli di canne e file di eucalipti che indicano l’avvicinarsi del mare. La congiunzione con la Statale 125 avviene al villaggio di S. Priamo: una piazzetta, una chiesuola dal campanile svettante, poche piccole case basse e lunghe che costituiscono i resti di una colonia agricola, fondata una quarantina d’anni fa e ora semiabbandonata. Su un poggio vicino è posta  la suggestiva chiesetta che prende pure il nome da S. Priamo e che sorge, seconda la tradizione, sulla grotta in cui visse il santo. Questa grotta, appunto, richiama la nostra attenzione; sicché ci inerpichiamo sul colle, tra blocchi di granito, cespugli di lentischio, fichi d’India e ulivi nani,.

A metà dell’altura, ecco la chiesetta, il cui aspetto appare subito singolarissimo: infatti ha quattro navate, una delle quali si rivela in realtà l’edificio più antico mentre le altre costituiscono un edificio più tardo a esso affiancato. Entriamo nell’interno: il pavimento di mattoni poggia sulla roccia viva del colle, che affiora a tratti; quale modesto ornamento, spicca qua e là una mattonella lucida con disegno geometrico bianco e azzurro. Travi di legno sostengono il soffitto, che è fatto di canne. Le pareti e i pilastri delle navate sono tinti in bianco, con alto zoccolo rosa, e ai pilastri sono appoggiati tralci di palme con fiori di “bouganvilles”,

Entriamo ora nella pare più antica: un vestibolo, quale gradino, un penetrale, un bancone di lato cin funzione di altare, un capitello di tipo romanico sul quale si dice che il santo posasse il capo per dormire. Ed ecco, in fondo, la grotta venerata, nella quale penetriamo carponi alla luce delle lampade tascabili. Qui mi rendo subito conto della realtà inattesa: questa grotta non è altro che una “domu de jana”, una di quelle “case di fate” che caratterizzano la preistoria sarda; e in essa sgorga una minuscola fonte, la quale indica che l‘antichissimo culto tributato alla grotta prendeva spunto dalle acque.

Chiederà qualcuno: come si riconoscono le “case di fate”?  Si riconoscono perché sono grotticelle scavate nella roccia, cin un piccolo pozzo di accesso che immette in un vano più grande di tipico andamento curvilineo e con soffitto convesso. Gli sviluppi, s’intende, sono molteplici: dal vano maggiore possono diramarsene altri, che sovente conservano lo schema tondeggiante. All’origine, queste grotte erano tombe e trovano i loro prototipi nel Vicino Oriente; ma poi, in Sardegna, assumono sviluppo e vita propri, disseminandosi in gran numero su tutta l’isola, e caratterizzando la civiltà preistorica fiorita circa quattromila anni or sono.

S. Priamo, dunque s’inserisce in un’antichissima tradizione, e la continua attraverso i secoli, affermando la pia leggenda di un buon pastore, che viveva santamente e operava miracoli. Il suo culto è attestato da lungo tempo, sì che uno scrittore degli inizi dello scorso secolo, il Casalis, già lo descrive con precisione: «Alla mattina della vigilia, trasportatasi da Muravera in questa chiesa, su di un carro trainato da buoi, l’effigie del Santo, chiuso in una cassa e senza pompa religiosa… Nel pomeriggio viene il parroco col reliquiario, composto sulla sella indosso a un cavallo scelto, fra un grande accompagnamento di cavalleria miliziana, di confratelli, di devoti e di penitenti vestiti di bianco camicione, stretto al seno con fascia, scarmigliati e ansanti per aver dovuto camminare al trotto dei cavalli. La cavalleria ha il suo stendardo, ha pure il suo la confraternita e quelli che lo portano fanno le più pazze bizzarrie, per mostrare la loro destrezza nel governo dell’animale. Quando questi son prossimi al colle, esce dalla chiesa una processione con il simulacro del Santo e le due comitive congiungendosi muovono alla chiesa per celebrarvi gli Uffici divini».

Questa rievocazione, non comune nella sua ampiezza, dell’antica festa paesana mostra le fondamenta di quella attuale. Le cerimonie durano tre giorni, e ciò stesso ne prova l’importanza. La statua del Santo è conservata ora a S. Vito, e da qui viene portata in processione fino alla chiesa, con buoi inghirlandati che hanno mazzi di fiori freschi sulle corna, scialli di seta frangiati al collo, quadretti con immagini sacre sulla fronte collane di seta e d’oro con grosse campanelle sotto il mento, redini dai fiocchi multicolori. Seguono nei costumi caratteristici i fedeli, che poi si dispongono in fila, sicché la statua passa dinnanzi a loro i sacerdoti li benedicono.

Al di là della piacevolezza del racconto e quasi la leggiadria della storia, a noi pare che vi sia un’insidia in questo modo di accostarsi a un oggetto sacro, perché tale è il culto legato ai Santi del cristianesimo: lo storicismo e lo strutturalismo insiti nella ricerca delle origini portano fatalmente a vedere tali cose come leggende sorte in illo tempore sulla base di culti precristiani della natura, della fertilità o degli astri. L’acqua “miracolosa” che sgorga dalla roccia nella grotta sottostante alla chiesa di san Priamo sarebbe la vera destinataria del culto originario, sorto, forse, qualcosa come quattromila anni fa, e dunque di gran lunga precedente il culto cristiano. Il fatto poi che di san Priamo si sa poco o nulla e quel poco è estremamente vago e di sapore leggendario (la pia leggenda di un buon pastore, che viveva santamente e operava miracoli) rafforza l’impressione che l’origine del culto cristiano sia stata svelata: nient’altro che una pia leggenda, una rielaborazione del primitivo culto dell’acqua sorgiva, cui si attribuivano proprietà miracolose forse due millenni prima della nascita di Cristo. Tutto chiarito, tutto spiegato, allora? Se così fosse, anche il cristianesimo sarebbe parimenti spiegato e chiarito: una rielaborazione di culti preesistenti (il Dio sole, ad esempio, che tramonta e poi risorge vittorioso: ed ecco “spiegata” la data del Natale, così prossima al solstizio d’inverno!), perché lo stesso schema si può applicare a cento e cento altri culti locali di Santi, ma si può applicare anche a Gesù stesso, e sia pure al prezzo di qualche contraddizione e di non poche forzature. Ed ecco che la prospettiva di Renan, la storicizzazione e la naturalizzazione del “fenomeno” cristiano, e il metodo strutturalista, dai Tristi Tropici di Lévy-Strauss in avanti, convergono verso il medesimo risultato, che poi è quello di Teilhard de Chardin: il cristianesimo non è che il volto aggiornato di un culto della natura universale, destinato ad abbracciare e ad assorbire tutte le altre fedi, il “punto omega” di un’elevazione cosmica della fede nel mondo stesso, cioè un panteismo sublimato e spiritualizzato.

Andiamo con ordine. La chiesa di san Priamo è sorta sulla roccia, in corrispondenza di un edificio cultuale pagano. Benissimo: nulla di strano. Centinaia di chiese sono sorte così, sia per ragioni pratiche legate alla natura del terreno e all’opportunità di sfruttare fondamenta già esistenti, sia per ragioni spirituali: la volontà di cristianizzare i luoghi di culto delle false divinità, per riconciliare il mondo naturale al vero Dio. Di chiese scavate nella roccia, su certe o probabili fondamenta pre-cristiane, l’Italia è letteralmente disseminata, dal Nord al Sud: da San Giovanni d’Antro, presso Pulfero, alle pendici del Monte Matajur (nel Friuli orientale, sopra Cividale) al Santuario di San Michele Arcangelo sul promontorio del Gargano, nel paese di Monte Sant’Angelo (l’una e l’altra erette in epoca longobarda). E chi non sa che le chiese di San Clemente e di Santa Prisca, nel centro storico di Roma, sono state edificate sopra altrettanti mitrei, tuttora conservati e visitabili dal pubblico? Poi c’è l’acqua miracolosa che scaturisce dalla grotta. Anche di tali fonti ce ne sono parecchie in tutta l’Italia e anche al di  fuori. In provincia di Treviso, presso Oderzo, isolata nella verde campagna, sorge la suggestiva chiesetta di Santa Maria del Palù, detta anche della Fontanella, sotto il cui altar maggiore sgorga una piccola fonte di acqua ritenuta benefica per le malattie degli occhi e per lenire la sofferenza del trapasso ai morenti. Ma è davvero miracolosa, quell’acqua? Qui entra in campo la fede: se, come ha fatto quel prete di Sant’Alfio nel Catanese si installa dentro l’acquasantiera un marchingegno elettronico a proiezione dal contagio del virus, evidentemente si ha più fede nella scienza che in Gesù Cristo. In questo senso, la (falsa) emergenza sanitaria che stiamo oggi vivendo è stata benefica, perché ha fatto piazza pulita delle stanche abitudini e delle ipocrisie, e ha messo i cattolici di fronte alla scelta su che cosa vogliono credere realmente. Ma, insisterà qualcuno, se non siamo sicuri nemmeno chi sia stato san Priamo, che senso ha dedicargli un culto? Anche questa non è storia nuova, tutt’altro. Per fare solo un corrispettivo nel Nord Italia, a Vittorio Veneto è sempre vivo il culto di Sant’Augusta di Serravalle, co-patrona (con san Tiziano) della città: anche di lei le notizie storiche sono scarse e semi-leggendarie, ma il culto è sicuramente antico. Ciò equivale a togliere le basi del culto stesso? Secondo noi, no. Vi sono ragioni che il cuore conosce meglio della ragione, diceva Blaise Pascal: bisogna fidarsi di esse. Quanto al fatto che l’archeologia, così come la filologia biblica, tende a creare una forma mentis scettica, perché sa mostrare debolezze e incongruenze della Tradizione, bisogna fare attenzione. Una cosa è la maniera tutta umana in cui la Tradizione viene raccolta: e un’altra è la Fonte viva e perenne da cui scaturisce.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 20 Settembre 2021

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