martedì, 26 Ottobre 2021
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Le virtu’ del “vero prete” di Francesco Lamendola

Fede, pietà, umiltà e modestia: “le virtù del vero prete”. Francesco Tomandini specchio del “vero uomo di Dio”: era impossibile sottrarsi al fascino della sua spiritualità e rimanere indifferenti al calore che promanava dal suo essere di Francesco Lamendola  

Vogliamo ritornare a battere, per l’ennesima volta, sul discorso dei santi sacerdoti; e lo faremo ancora, senza stancarci mai. Siamo infatti profondamente persuasi che i santi sacerdoti sono le colonne insostituibili della Chiesa nel mondo; senza di loro, il mondo torna velocemente ad essere quello che era prima di Cristo e senza Cristo: una foresta di lupi feroci. Lasciate un paese per vent’anni senza il suo prete, e la gente si metterà ad adorare le bestie, diceva il santo curato d’Ars, Jean-Marie Vianney. E lo stiamo vedendo proprio ora, ai nostri giorni: dall’orribile fantasmagoria notturna con le belve proiettate sulla facciata della basilica di san Pietro nel dicembre del 2015, è stata una continua progressione verso l’idolatria, la blasfemia e il paganesimo trionfante, nelle forme più rozze e grossolane e con scandalo sempre più grave per le anime. E mentre i preti ultraprogressisti, sulle orme di Bergoglio, non sanno parlare d’altro che di cambiamento climatico, di protezione delle specie, di porre un freno ai danni irreparabili che l’uomo, creatura perversa e che consuma troppe risorse, provoca alla Madre Terra, oltre che naturalmente di migrazionismo e della necessità di lottare sempre più a fondo contro il clericalismo, per una società sempre più inclusiva, fino a far posto alle famiglie arcobaleno e alle adozioni gay, quando si è trattato di dire una parola d’incoraggiamento e di resistenza ai fedeli: d’incoraggiamento per il clima drammatico e surreale che le folli autorità statali hanno fatto calare sul popolo da ormai quasi due anni, e resistenza contro le inique e discriminatorie scelte del governo, deciso a imporre ai tutti i cittadini di sottoporsi al marchio della Bestia e descrive come immorali, incoscienti e terroristi quanti non vogliono sottomettersi, ecco che quei preti tacciono, diventano muti. Peggio: disertano la causa delle loro pecorelle, si schierano coi lupi; e, dopo aver sprangato per mesi e mesi le case del Signore, rifiutandosi perfino di celebrare la santa Pasqua del 2020, nonché di celebrare Messe per i defunti e decenti funerali cristiani, e in qualche caso perfino di  dare l’Unzione degli infermi ai morenti, ora pretendono di lasciar entrare, debitamente mascherati, distanziati e igienizzati, solo quei fedeli che si sono prestati a farsi inoculare il siero diabolico, e chiudono la porta in faccia agli altri, deplorando il loro egoismo e la loro mancanza di amore cristiano.

No: non è di simili “ministri” che abbiamo bisogno, oggi. Abbiamo invece bisogno di sacerdoti che siano pieni di fede, di pietà, di umiltà e di modestia. Non di preti che pur di attirare l’attenzione su di sé non esitano a interpretare pagliacciate e proclamare eresie; non di preti che si riempiono la bocca di espressioni roboanti, come camminare insieme e crescere nella fede, ma che con tutti i loro atti e la loro vita smentiscono quei concetti e fomentano sempre più la divisione, la contrapposizione, l’odio vero e proprio (verso i non vaccinati, per esempio: una assurdità criminale che non si vede in alcun altro Paese d’Europa, e quasi del mondo intero); ma di preti pieni di amorevolezza, di mansuetudine, e soprattutto animati da una fede incrollabile nella Provvidenza. Altro che mascherine e liquido igienizzante! Abbiamo bisogno di preti che celebrino la santa Messa e la celebrino per tutti e come Dio comanda, dando l’Ostia in bocca ai fedeli e pregando le preghiere di sempre, a cominciare dal Padre nostro, non storpiate secondo le ultime direttive del tiranno argentino, che si dice pieno di amore e compassione ma trabocca fiele e cattiveria contro chiunque disapprovi la deriva apostatica da lui imposta alla Chiesa, la quale era già allo sbando al momento della sua elezione, ma poi, negli ultimi otto anni, è addirittura precipitata al punto più basso mai toccato nella sua storia due volte millenaria.

Un sacerdote di tal fatta è stato, senza dubbio, Francesco Tomadini (Udine, 1782-1862; da non confondere con Jacopo Tomadini, 1820-1883, anche lui sacerdote friulano, ma di Cividale, e insegne musicista), la cui vita è stata tutta un poema dell’amore per Dio e i poveri. Sacerdote zelantissimo, infiammato da profonda pietà, che quando celebrava pareva dimenticare tutto il resto; e al tempo stesso dotato di un formidabile spirito pratico, capace di prodigarsi con successo, pur in mezzo a mille difficoltà, per dare sollievo alla popolazione più povera, stremata dalla carestia e dalle epidemie, e specialmente agli orfani che numerosissimi vagavano allo sbando per le campagne friulane nella prima metà dell’Ottocento. Con energia indomabile, ma anche con mitezza e benevolenza, andava personalmente a sollecitare la carità per conto dei suoi orfanelli; e intanto si batteva per ottenere una sede stabile, una vera casa di accoglienza per loro, che alla fine trovò, dopo vari spostamenti e soluzioni provvisorie, nell’edificio situato in borgo Treppo, nella via che più tardi sarebbe stata a lui dedicata (cfr. il nostro articolo: XXVI. Omaggio alle chiese natie: la chiesa del Tomadini, pubblicato su sito dell’Accademia Nuova Italia il 09/08/18). Era anche un sacerdote singolarmente umile e modesto: rifuggiva le lodi e gli onori, si faceva piccolo, non voleva saperne di apparire in prima fila; e non per una forma di falsa modestia, ma perché realmente si sentiva piccolo, uno dei semplici che Gesù invita ad prendere a modello della propria vita di fede (cfr. Mt 18,3-4). In breve: quando passava la per strada, quando celebrava la santa Messa, quando s’intratteneva coi “suoi” cari bambini, Francesco Tomadini era lo specchio del vero uomo di Dio: era impossibile sottrarsi al fascino della sua spiritualità e rimanere indifferenti al calore che promanava da tutto il suo essere.

Questo è un estratto della descrizione della personalità morale di Francesco Tomadini fatta da Silvio Porisiensi (in: Silvio Porisiensi-Giorgio Zardi, Il Tomadini Reana del Rojale, Tipografia Chiandetti, 1983, pp. 46-50):

Il Tomadini fu un sacerdote di profonda pietà: naturalmente questa scaturiva dalla sua grande fede.

Il Pirona [1789-1870, abate, linguista e autore del primo vocabolario friulano; nota nostra], che gli fu «testimonio assiduo nel corso di 45 anni», nella sua ”Ricordazione” ci informa con toni assai vivi dello spirito di fede e di pietà di questo servo di Dio, spirito di pietà che da giovane andò crescendo e maturando fino alla sua morte e che fu alla base del suo apostolato sacerdotale. Lui avrebbe voluto di per sé intraprendere una vita austera e farsi cappuccino, ma la Provvidenza gli ha riservato il sacerdozio, trattenendolo nel mondo.

Già da fanciullo nel suo cuore si andarono particolarmente sviluppando due amori, che dominarono tutta la sua vita, quello alla Madonna e quello ai poveri, che saran poi particolarmente i suoi orfanelli.

Con zelo edificante il Tomadini compiva gli atti di culto; amava il Rosario, la Via Crucis, la Corona delle 5 Piaghe; con quella sua voce «intonata e sonora» celebrava la sua Messa, tutto assorbito e compunto di pietà; nella sua preghiera che lo poneva in colloqui con Dio, egli si mostrava così assorto e staccato dal mondo circostante, da apparire caduto in estasi. Il Pirona afferma che, quando egli stava pregando o celebrando, «si diffondeva un’atmosfera celestiale».

Era naturale che un tale esempio di fede e di pietà, offerto in modo tanto sincero, senza ostentazione né strepitio di sorte, rendesse efficace il suo ministero sacerdotale: era una pietà silenziosa e quasi inosservata, che si insinuava nell’animo del popolo, incitandolo al bene e soggiogandolo alla convinzione di trovarsi alla presenza di un santo. (…)

Dopo la fede e la pietà, nel Tomadini vanno rilevate altre due note caratteristiche, la sua umiltà e modestia.

Sulla base di un umile concetto che aveva di se stesso, egli nella vita si sforzò sempre di passare al possibile inosservato; per questo non cercò mai la fama, gli onori, i poteri; sappiamo anzi ch’egli oppose la sua netta resistenza e ricusazione all’onore che gi venne elargito col canonicato e cavalierato.

Uomo semplice, visse ed amò la vita semplice del suo popolo; la sua modestia lo portava a rifuggire da qualsiasi clamore, a preferire intorno a sé il silenzio ed il nascondimento; umile e cattivante, quando si muoveva per la città a mendicare per i suoi orfani; egli amò i poveri perché lui stesso per sé amò la povertà, rinunciando personalmente a tutto e riversando sui suoi orfanelli ogni risorsa, che gli potesse provenire dalla sua stessa famiglia e più tardi dal suo canonicato; egli amò la Chiesa, dimostrandosi sempre assai riverente e devoto verso il suo Vescovo e verso il Papa. (…)

Mentre una soda educazione cristiana gli fu istallata già nella sua infanzia ed adolescenza nell’ambito stesso della sua religiosa famiglia anche dopo la perdita della mamma, gli studi umanistici, fatti privatamente in casa, anche a causa della sua malferma salute, potevamo rimanere frammentari e mancanti; ma più tardi, egli affrontò con molto impegno i quattro anni di teologia, che condusse in casa sotto la guida del valente suo maestro, il sac. Domenico Degani e che lo resero idoneo alla promozione al sacerdozio.

Se nella vita sacerdotale  tutta assorbita da ben altro, egli non ebbe modo di troppo coltivarsi in studi particolari, come avrebbe richiesto la sua buona intelligenza, tuttavia l’intenso impegnativo lavoro e le gravi responsabilità assunte svilupparono in lui un grande senso pratico della vota, portandolo in duro contatto colla realtà quotidiana, che fu assai spesso dolorosa; ciò arricchì di frutti il suo ministero sacerdotale.

Più che una cultura a sé stante, egli cercava la sapienza, che gli proveniva dalla luce della fede. Egli amava l’armonia del cuore, il tratto alla buona, quella amabile bonarietà che lo portava ad accorciare le distanze per stabilire un contatto. In questo il Tomadini rifuggiva dall’apparire austero e mortificato, qual in contrapposto era nella sua vita intima; ma, semplice e spontaneo, sereno e alle volte allegro, si accostava con consueto buon umore, dispensando intorno a sé incoraggiamento e gioia, anche nel dolore e nella sventura. Il Pirona al Tomadini tesse un ampio elogio per sottolineare in lui particolarmente questo stile di vita: egli rileva in lui l’avvedutezza del santo; un prete che si rende popolare, per santificare il popolo, che si fa amare perché lui steso ama, che mai riceve ripulsa perché nel suo domandare ispira fiducia.(…)

Alla modestia e mitezza si unì nel Tomadini una forte e decisa volontà, una tenacia nel superare qualsiasi ostacolo, che gli si opponesse al conseguimento di quanto lui di raggiungere. Credente nella Paternità divina, egli pose tutta la sua azione nelle mani della Provvidenza. E la Provvidenza, appunto per condurlo alla perfezione gli assegnò nella vita tante traversie.

C’è un altro aspetto da ricordare della personalità di quel santo sacerdote: l’autorevolezza. Uomo dal carattere forte, non era però mai autoritario; non ne aveva bisogno. La sua persona era così trasparente e così trasfigurata dalla luce della fede, da imporsi naturalmente e senza sforzo. Non che gli siano mancati i dispiaceri e le segrete inimicizie, specie negli ultimi anni della sua vita terrena: ciò accade sempre ai buoni e a coloro che fanno del bene. Però non doveva battere i pugni sul tavolo né alzare la voce, e tanto meno incitare all’astio e alla malevolenza contro chicchessia, neppure contro i peccatori, come invece è abitudine del signore argentino e di molti dei suoi sodali. Gli stavano a cuore soprattutto gli orfani, e dunque dava grande importanza alle opere di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati, vestire gl’ignudi, ecc. Ma non perdeva mai di vista la sorgente della fede, senza la quale le opere non agiscono, o agiscono male. È significativo che, da giovane, avrebbe voluto farsi monaco e non vivere nel mondo, ma fra le mura di un convento; se avesse potuto seguire liberamente la sua vocazione, sarebbe diventato un frate cappuccino. Ma il mondo, in quel momento, aveva bisogno di lui: e fu così che Dio gli mise in cuore una nuova idea, modificando le sue aspirazioni originarie Questa infatti è la caratteristica del vero cristiano; fare sempre la volontà del Padre, non la propria (cfr. Lc 22,42). Il Tomadini poneva il massimo scrupolo nell’educazione cristiana dei piccoli, dei quali si era assunta la responsabilità: la cosa più importante, per lui, era guidarli sulla buona strada. Il gesto di Bergoglio, di staccare le mani unite in preghiera di un chierichetto, gli avrebbe suscitato orrore e disgusto, perché con quel gesto è  stato dato scandalo a un bambino. Anche definire la Via Crucis la storia del fallimento di Dio gli sarebbe parsa un’affermazione blasfema, perché tale da dare scandalo alle anime proprio nella solenne ricorrenza del Venerdì Santo. Come lo sappiamo? Cosa ci dà tanta sicurezza per dire ciò che avrebbe pensato e provato Francesco Tomadini? Non è un’operazione subdola, o comunque arbitraria, quella di contrapporre la pastorale di un prete dell’Ottocento a quella dei preti modernisti di oggi? No, perché i preti come Tomadini non erano modernisti ma cattolici. È questa la differenza.

Vedi anche:

Omaggio alle chiese natie: la chiesa del Tomadini – LA CHIESA DEL TOMADINI

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 21 Settembre 2021

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