martedì, 26 Ottobre 2021
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Esiste uno stile cattolico in poesia e in letteratura?

Un’opera ispirata alla visione “Cattolica” del mondo deve sempre riflettere e in maniera naturale la “Luce del Vangelo di Cristo”. Il caso della beffa di McAuley e Stewart di Francesco Lamendola 

Uno dei maggiori poeti australiani del Novecento, James McAuley (12 ottobre 1917-15 ottobre 1976), è un convertito al cattolicesimo nel 1952, dopo la formazione giovanile nella Chiesa anglicana e un lungo periodo di distacco dalla fede religiosa. Da studente era stato influenzato dalle idee anarchiche e comuniste e dal libero pensiero del filosofo scozzese John Anderson (1893-1962), che fu suo professore alla Università di Sydney ed è stato il fondatore di una forma di empirismo nota come realismo australiano. Se oggi Sydney è una città imbevuta di cultura libertina, specie in fatto di morale sessuale, lo si deve in gran parte ad Anderson: le sue posizioni anticonformiste lo portarono a continui conflitti col Senato accademico, ma influenzarono centinaia di studenti che lo vedevano come un maestro e un profeta di progressismo scatenato. Più tardi, per reazione, McAuley si allontanò completamente da quelle idee e divenne un conservatore in politica, nettamente anticomunista, e anche negli altri ambiti, a cominciare dalla letteratura e dall’arte, così come l’insegnamento di Anderson era andato assai oltre l’ambito filosofico e aveva investito quasi ogni aspetto della vita culturale e sociale. Gli anni decisivi della maturazione di McAuley furono quelli della Seconda guerra mondiale, durante la quale, promosso tenente della milizia, prestò servizio territoriale a Melbourne a Canberra. Più tardi venne trasferito nella Nuova Guinea e lì, in quell’ambiente selvaggio e a suo modo stranamente affascinante, che egli considerò poi sempre come la sua seconda patria, venne a contatto con le missioni cattoliche, ne apprezzò il clima spirituale e si avvicinò gradualmente alla fede della Chiesa romana, che poi era quella professata un tempo da suo padre, prima che questi l’abbandonasse.

Durante la guerra, nel 1943, insieme all’amico poeta Harold Stewart, suo collega nell’esercito australiano con il grado di caporale, mise in atto una delle più famose beffe nella storia della letteratura anglosassone. I due infatti nel 1943-44 decisero di “creare” un poeta nuovo di zecca, in realtà mai esistito, di nome Ern (Ernest) Malley e d’inviare sedici poesie di costui alla nota rivista letteraria Angry Penguins (Pinguini arrabbiati), d’indirizzo modernista e progressista (attenzione: modernista nel senso letterario del termine, usato nei Paesi di lingua inglese), al preciso scopo di ridicolizzare il suo giovane e direttore, Max Harris (1921-1995), grande amante del surrealismo e di tutte le tendenze letterarie ultramoderne, nonché editore e sostenitore di nuovi autori come Dylan Thomas, James Dickey e Gabriel Garcia Marquez. Non paghi di aver inventato un poeta inesistente, McAuley e Stewart gli crearono una tragica e commovente biografia, nel più vieto stile dei poeti maledetti: si sarebbe trattato di un giovane talentuoso ma del tutto ignoto anche ai suoi stessi intimi, un orfano che aveva vissuto di lavori precari e mal pagati, minato dalla grave malattia che lo aveva condotto a morte precoce, una forma d’ipertiroidismo, fra sofferenze atroci. I suoi versi sarebbero rimasti del tutto sconosciuti se la sorella, che non ne sapeva nulla, non li avesse trovati per caso dopo la sua morte e avesse deciso d’inviarli a Max Harris, un po’ scettica e un po’ patetica, per averne un giudizio; il quale li trovò così buoni da pubblicarli senz’altro, accompagnandoli con le più grandi lodi per il poeta prematuramente scomparso e per la genialità da autodidatta di cui erano la sofferta testimonianza.

A questo punto, per comprendere sino in fondo la portata della beffa, bisogna sapere come McAuley e il suo amico Stewart avevano composto quelle sedici poesie. In breve, per ridicolizzare al massimo i modernisti, avevano attinto a caso da libri e giornali, copiato versi di qua e di là e utilizzato perfino un vocabolario shakespeariano e un manuale d’istruzioni per la lotta contro le zanzare: insomma, avevano cucito uno zibaldone senza senso, preoccupandosi solo di dare a quei versi una particolare intonazione “sperimentale” e volutamente oscura, secondo la lezione della poesia moderna e “ribelle”, da Rimbaud in avanti. E adesso non solo Max Harris, ma anche i suoi importanti sponsor e protettori, e tutta una serie di altezzosi critici letterari, si abbandonavano a lodi sperticate nei confronti d’un tale portento poetico, celebrando la sua oscura intensità e la sua lucida esplorazione dei mondi inaccessibili del subconscio!

Max Harris spinse il suo incauto entusiasmo fino a scrivere (vedi Marco Fulvio Barozzi in:    https://medium.com/@Popinga/ern-malley-grandezza-di-un-poeta-inesistente-4037bcae9bc6):

Sono fermamente convinto che questo sconosciuto meccanico e venditore di assicurazioni sia uno dei poeti più notevoli che questa terra abbia generato. Tuttavia questo giudizio non è basato su una qualsivoglia reazione romantica alle circostanze con le quali la sua poesia è venuta in nostro possesso, né sulla grande consapevolezza artistica con la quale egli ha affrontato la sua morte imminente. È la perfezione e completezza della sua poesia.

Nel giugno del 1944 la burla fu rivelata alla stampa e se non tenne avvinta ai giornali tutta l’opinione pubblica australiana, fu solo perché in quegli stessi giorni avveniva l’evento risolutivo della Seconda guerra mondiale, lo sbarco alleato sulle coste della Normandia; l’effetto fu comunque devastante e fece vacillare non solo i Pinguini Arrabbiati, ma tutto l’ambiente culturale e letterario progressista e modernista, non solo in Australia ma anche nella vecchia Europa e negli Stati Uniti. McAuley e Stewart rivelarono non solo che Ernest Malley non esisteva, ma la maniera volutamente artificiale e dissacrante con cui avevano composto i suoi presunti versi, che Max Harris ora paragonava a quelli di W. H. Auden e di Dylan Thomas. Il sottinteso era impietoso: se i giudizi elogiativi dei modernisti erano fondati, allora chiunque poteva scrivere poesia moderniste capaci di conquistare la critica, pur senza possedere alcun talento artistico e senza aver effettuato alcun tirocinio poetico, ma così, semplicemente improvvisando davanti a un foglio bianco e scopiazzando parole e frasi da qualche rivista aperta a casaccio. Come dire che il modernismo era semplicemente pattume, e che se pareva qualcosa di più, lo si doveva solamente al fatto che i signori progressisti erano padroni quasi incontrasti della critica letteraria (ogni riferimento al nostro Paese è assolutamente voluto e intenzionale) e in tale veste potevano fare a loro capriccio il bello e il cattivo tempo, promuovendo i loro amici e condannando senza appello quelli che non si uniformavano alle loro idee. Lo scrittore Peter Coleman (1928-2019), membro del partito liberale, definì la beffa di McAuley e Stewart con queste parole: Nessun altro nelle lettere australiane ha esposto o ridicolizzato in modo così efficace i versi modernisti, la politica di sinistra e il liberalismo senza cervello.

In questa vicenda già di per sé surreale e quasi grottesca si inserisce l’episodio non meno surreale del processo per oltraggio alla morale che un troppo zelante poliziotto volle intentare alle poesie del “defunto” Malley, cioè a McAuley e Stewart, che si concluse però in un nulla di fatto. I progressisti, da parte loro, tramortiti dal primo colpo, cercarono di riprendersi e di reagire: testardi e ridicoli fino all’ultimo, bofonchiarono e blaterarono che quelle poesie, anche se erano nate come erano nate, attestavano, al di là delle intenzioni di chi le aveva scritte, un vero talento poetico modernista, e quindi, secondo loro, confermavano anziché smentire la bontà degli assunti poetici modernisti. E mentre Harris, annaspando come un pugile alle corde, vaneggiava che il mito talvolta è più grande del suo creatore (ignorando che i miti non vengono creati a tavolino, ma si formano nel corso di moltissimo tempo e traducono in parole un contenuto che non è solamente umano), dall’Inghilterra scendeva in campo niente meno che il critico, poeta e filosofo sir Herbert Read (1893-1968) per assicurare che i burloni si sarebbero fatti male con le loro stesse mani, perché la vicenda attestava, secondo lui, che si può arrivare all’arte vera anche con dei mezzi falsi. Un concetto davvero originale e interessante, che purtroppo non è stato sufficientemente chiarito dall’intelligentissimo intellettuale britannico, grande patrono di tutto ciò che sa di avanguardia, sia nell’arte che nel campo educativo.

Frattanto, nonostante avesse esordito con questa beffa clamorosa, McAuley era un poeta autentico, oltre che uno spirito profondo, e negli anni successivi si fece conoscere per i suoi meriti letterari, pur rimanendo sempre un isolato, che, dopo la sua svolta in senso conservatore, la critica letteraria progressista guardava con un misto d’invidia e disappunto. La conversione al cattolicesimo fu il punto culminante del suo instancabile percorso di ricerca della verità, che lo aveva portato a scandagliare tutti gli ambiti del sapere, dalla filosofia alla teologia e dalla letteratura alla politica, fino alla musica (suonava l’organo in chiesa e compose degli inni cattolici insieme al musicista Richard Connolly), con questo costante punto di riferimento: l’amore per gli uomini e la coscienza che esiste in essi una dimensione spirituale, accanto e al di sopra di quella materiale. Dopo aver fondato, nel 1956, insieme al rifugiato ebreo polacco Richard Krygier (1917-1986), la rivista Quadrant, orientata decisamente a destra, dal 1961 si trasferì in un’altra isola, molto più australe della Nuova Guinea, la Tasmania, assumendo la cattedra di letteratura inglese presso l’università di Hobart. E lì, in quel luogo appartato e solitario quasi in capo al mondo, dove si possono ammirare delle bellissime aurore polari, McAuley chiuse la sua esistenza terrena a soli cinquantanove anni, nel 1976, in seguito al manifestarsi di un tumore.

Così lo presenta il critico Bernard Hickey nell’opera antologica Da Slessor a Dransfield: poesia australiana moderna. Mito, società, individuo; Milano, Edizioni Accademia, 1977, p.141):

Poeta, critico, studioso di antropologia, di amministrazione coloniale, teologia, politica, filosofia e fondatore della rivista “Quadrant”, James McAuley nacque a Lakemba (Nuovo Galles del Sud) nel 1917. Studiò a Sydney, prima alla Fort Street High School e poi all’Università, specializzandosi in inglese, filosofia e latino. Qui conobbe Harold Stewart e col suo aiuto inventò l’opera dl poeta Ern Malley, le cui poesie “postume” furono pubblicate dalla rivista “Angry Penguins” nel 1944. La burla dimostrò il credo di McAuley nell’importanza del controllo formale in poesia e nella “sovranità dell’intelletto”. La sua conversione al Cattolicesimo e il suo classicismo hanno giocato un ruolo molto importante nella creazione dei suoi versi: una poesia filosofica e religiosa, meditativa e intellettuale in cui egli si propone di esprimere quella che è la concezione dell’uomo visto come elemento del mondo naturale e metafisico

Sia come uomo che come poeta, J. McAuley è una figura isolata, e nell’isolamento ricerca una risposta alle fondamentali domande dell’uomo. Questo suo senso di solitudine e di sofferenza tutta personale affonda le radici nella sua fanciullezza, di cui egli ci dà per la prima volta notizia nella raccolta “Surprises of the Sun” pubblicata nel 1969. Il volume rivela l‘accettazione di una fanciullezza infelice che avrebbe potuto essere, personalmente e artisticamente, disastrosa

Se egli non avesse avuto una chiara e virile coscienza delle circostanze di quel periodo. Lo spirito che informa la sua vita è una combinazione di motivazioni religiose che pervadono le sue idee, di lavoro duro e disciplinato e di amore infinito per l’umanità. (Motto nell’ottobre del 1976, mentre la presente antologia era in corso di stampa).

Ci resta a questo punto una domanda, stimolata dallo studio della vicenda intellettuale ed umana di James McAuley. Così come lui ha dimostrato, in un certo senso, che la letteratura modernista dei vari James Joyce, Virginia Woolf ed Ernest Hemingway (e pur col dovuto rispetto per T. S. Eliot, Ezra Pound e qualche altro, che sono indiscutibilmente dei grandi) poggia su un grosso equivoco, cioè che per fare un poeta o un romanziere basti essere oscuri e cerebrali, è possibile ricavare, in positivo, una conclusione diversa, e cioè che un poeta o uno scrittore cattolico, un Paul Claudel o un Julien Greendevono avere qualcosa che li distingue dai loro colleghi materialisti, atei e libertini, proprio a livello di stile, oltre che per le tematiche affrontate? Secondo noi, sì; anche se parlare di stile è forse eccessivo, perché suggerisce un concetto troppo preciso, riteniamo però che in un’opera ispirata alla visione cattolica del mondo – dunque non solo una poesia o un romanzo, ma anche un brano musicale, una pittura, un mosaico, una scultura, un edificio sacro – se realmente sincera, deve riflettere la luce del Vangelo di Cristo, ma in maniera del tutto naturale, come è naturale che in una stanza chiusa, quando vengono aperte le imposte, entrino i raggi del sole, l’aria pura e il canto degli uccelli. Prendiamo La Vierge à Midi di Paul Claudel, per fare un esempio: è naturale che da essa si spanda il profumo dell’infinito, della bellezza e della pace; così come è naturale che lo stile sia chiaro e spontaneo, del tutto diverso da quello oscuro, triste e contorto di poeti come Rimbaud o romanzieri come Hemingway, i quali hanno l’inferno nel cuore, e lo trasmettono anche al lettore…

Del 26 Settembre 2021

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