martedì, 26 Ottobre 2021
HomeRELIGIONITeologiaLa fonte della santità è il raccoglimento interiore

La fonte della santità è il raccoglimento interiore

Perchè è diffusa l’idea, magari sottintesa, e anche nell’ambito del cattolicesimo, che “Santi contemplativi” oggi, o non sono possibili o sarebbero sostanzialmente “inutili” di Francesco Lamendola  

È molto diffusa l’opinione che i tempi moderni, e specialmente l’ultimo secolo, poco si addicono alla santità, o, nel migliore dei casi, richiedono una “santità” di nuovo genere, fatta su misura di un mondo che ha sempre fretta, che non ha tempo per fermarsi a pregare e riflettere, e in cui ci sono sempre infinite cose da fare, innumerevoli incombenza pratiche da sbrigare. Diciamo di più: è diffusa l’idea, magari sottintesa, e anche nell’ambito del cattolicesimo, che santi contemplativi, oggi, o non sono possibili, o sarebbero sostanzialmente inutili: perché con le mille cose da fare, con gli affamati da sfamare, con i senzatetto da alloggiare, con i malati da assistere, e magari con l’ambiente che deve essere difeso e le foreste pluviali che devono essere salvaguardate e il clima che deve esser riportato entro parametri di temperatura più normali, onde evitare lo scioglimento dei ghiacciai, un santo o una santa che sanno “solamente” pregare sarebbero un vero e proprio anacronismo, un qualcosa di cui il mondo, in ogni caso, non ha bisogno, perché questo non è tempo di pregare ma di agire.

È chiaro che una simile mentalità attesta semplicemente la perdita della fede e la dissoluzione di ciò che era la sostanza della vita morale cristiana: l’abbandono fiducioso in Dio e la totale disponibilità a rendersi docili operai della Sua vigna. Il vero credente, infatti, sa che Dio sa tutto: sa ciò di cui v’è bisogno, sa cosa possiamo e dobbiamo fare; sa anche come possiamo farlo, cioè con il Suo aiuto, il Suo consiglio e la Sua guida: sa perfettamente che da soli non possiamo fare nulla, e che qualunque cosa pretendiamo di fare da soli, non andrà a buon fine, mentre affidandoci a Lui noi possiamo fare qualsiasi cosa, anche spostare le montagne. Il vero credente sa che qualsiasi problema si può affrontare confidando in Dio, mentre anche quello più semplice diviene irrisolvibile senza di Lui o, peggio, contro di Lui; lo sa e ne trae la logica conseguenza: che bisogna pregare sempre, pregare molto, con piena fiducia, senza stancarsi. Perciò l’alternativa fra le opere di misericordia corporale e quelle di misericordia spirituale, ovvero l’alternativa fra l’agire e il pregare, è assolutamente falsa: non si tratta in alcun modo di scegliere fra le due cose, ma di abbracciarle entrambe, dando però la precedenza alla preghiera e all’abbandono in DioAttraverso la preghiera si diviene capaci di affrontare qualsiasi compito; attraverso la preghiera si sente cosa è giusto fare, quando lo si deve fare, come lo si deve fare: perché a quel punto non siamo più noi ad agire, ma è Dio che agisce per mezzo di noi, servi buoni e fedeli. Senza la preghiera diveniamo dei servi ingrati e cattivi, che sperperiamo in cose vane o egoistiche quel che ci è stato dato per fare il bene, e alla fine restiamo con un pugno di mosche in mano.

Quanto al fatto che i tempi moderni richiedono, per loro stessa natura, un tipo di santità diverso, fatto più di azione che di preghiera, anche questa è una sciocchezza colossale: in verità, anche nei secoli passati, e fin dalle origini della Chiesa, i tempi erano quelli che erano, vale a dire dominati dalle leggi spietate della forza e della convenienza egoistica; gli uomini non sono mai stati dei santi, l’istinto della prevaricazione non si è mai spento in essi, per quanto l’esempio dei Santi, quelli veri, abbia cercato di addolcirlo e d’incanalarlo in senso costruttivo; la vita pratica ha sempre fatto valere le sue necessità, i suoi ritmi, le sue dispersioni: sta al credente non lasciarsene schiacciare, non lasciarsene ipnotizzare, non lasciarsene soggiogare. Il grande modello, ancora una volta, è Gesù stesso: il quale, al termine delle sue faticosissime giornate di predicazione alla folla e di guarigione dei malati e degli storpi, di esorcismo degli indemoniati, d’incessanti schermaglie con gli scribi e i farisei che cercavano sempre di farlo cadere in trappola per poterlo accusare, non mancava mai di appartarsi a pregare; e così sempre, fino all’ultimo, la sera del Venerdì Santo, poco prima di venire arrestato e consegnato ai capi del Sinedrio (cfr. Lc 9,1;18,1-8; 22,39-46). E se Gesù Cristo trovava il tempo per pregare, sempre, in qualsiasi circostanza, anche quando presumibilmente era rotto dalla stanchezza, non si vede perché noi potremmo farne a meno.

A conferma di ciò, vogliamo citare il caso di una grande Santa vissuta tra il XIX e il XX secolo, suor Francesca Saverio Cabrini (Sant’Angelo Lodigiano, 15 luglio 1850-Chicago, 22 dicembre 1917), fondatrice della Congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù: un ordine religioso femminile che si è diffuso con rapidità impressionante in tutto il mondo, e che non è nato, come tanti altri, per gemmazione da un preesistente ordine maschile, ma fin dall’inizio come specifico ordine femminile. Per visitare le sue quattromila suore sparse nei cinque continenti, con le loro missioni e le loro opere di carità, Madre Cabrini attraversò l’Atlantico più di cento volte (quando tale traversata non era di tutto comfort come oggi), si recò in decine di città straniere, dedicandosi particolarmente all’assistenza dei poveri immigrati italiani negli Stati Uniti, male accolti e disprezzati (nel 1891 ci fu lo spietato linciaggio di undici di essi a New Orleans), che si rivolse sia al piano materiale che a quello spirituale. Minuta, fragile, cagionevole di salute (tanto che all’inizio era stata rifiutata dagli ordini femminili nei quali aveva tentato di farsi accogliere, sognando di andare missionaria in Cina), questa donna dal cuore grande seppe essere presente ovunque, senza risparmiarsi fatiche o disagi per assistere, consigliare, organizzare, sempre portando con sé una fragranza di serenità imperturbabile e di dolcezza amorevole. In mezzo a innumerevoli impegni legati alla vita delle sue case, non trascurava mai il raccoglimento e la preghiera: e questo è stato l’aspetto più affascinante della sua personalità, perché gli altri la vedevano pregare, la vedevano uscire rasserenata da quei colloqui con Dio, ma ella non diceva nulla di sé, non parlava mai della sua vita interiore, dava anzi l’impressione di una perfetta e instancabile efficienza nella sfera della vita pratica. Eppure la vera sorgente della sua energia indomabile, della sua lucidità e della sua saggezza, era proprio il colloquio costante e fiducioso con Dio: ciò appariva evidente dai suoi effetti, non da esplicite confidenze che ella abbia mai fatto ad alcuno, neppure alle persone che le erano più intime.

Un quadro veritiero e commovente di lei è stato fatto da Aristeo V. Simoni, vice-postulatore della causa della Madre Cabrini, nella presentazione alla biografia scritta da Theodore Maynard (1890-1956), un cattolico inglese trapiantato negli Stati Uniti: Il mondo è troppo piccolo. Vita di Francesca Cabrini (titolo originale: Too small a world, traduzione dall’inglese di M. Santi, Milano, Longanesi & C, 1971, pp. 2-5):

Quando si parla di certi santi moderni che, con la loro vita di austerità, hanno chiamato gli uomini a penitenza, ci si sente rispondere talvolta, in tono di scherno: «Ma siamo nel secolo ventesimo!». Sì, purtroppo, il secolo ventesimo è stato la nostra rovina. Due guerre mondiali nel corso di una sola generazione hanno disilluso anche i più ardenti entusiasti sul conto del nostro vantato progresso moderno.

Ma la Madre Cabrini si può veramente chiamare una santa del ventesimo secolo: rappresenta infatti quanto di meglio offre l’età nostra. E allora, qual è, per noi moderni, l’ammaestramento da trarre dalla sua vita? Esteriormente, non vi è in quella vita nulla che non possa essere imitato dall’uomo normale, salvo solo l’incessante attività. E che cosa c’insegna? L’AZIONE CATTOLICA PRATICA!

In obbedienza ai suoi superiori ecclesiastici Francesca Cabrini si dedicò tutta a un determinato genere di lavoro missionario. Mentre desiderava di entrare in qualche ordine già esistente e di viverci da semplice e umile suora, il Vescovo le intimò di fondare un nuovo istituto. Mentre anelava d’andare missionaria in Cina, il papa Leone XIII le additò l’America: e lei, immediatamente, con l’obbedienza d’una bambina docile, seguì gli emigranti in America e, per rintracciarli, si avventurò dove neanche la polizia s’arrischiava a entrare. Fu questo il suo apostolato. Ai suoi connazionali dedicò la vita intera e l’opera della Congregazione da lei fondata. Dovunque andava la sua gente, là essa la seguiva. Come disse il cardinale Mundelein parlando alla radio per la sua beatificazione:

«Quando contempliamo questa piccola donna fragile che nel breve spazio di quarant’anni, raccoglie sotto l’insegna del Sacro Cuore di Gesù un esercito  di quattromila donne votate a una vita di povertà e di sacrificio, piene dell’entusiasmo degli antichi crociati, ardenti d’amore per il prossimo, donne che attraversano i mari, s’inoltrano in terre sconosciute, insegnano ai grandi e ai piccoli a essere buoni cristiani e onesti cittadini, soccorrono i poveri, istruiscono gli ignoranti, assistono i malati, il tutto senza speranza  alcuna di ricompensa terrena: non vi pare che tutto questo incarni il concetto di Azione Cattolica esercitata da una santa moderna?»

È la vecchia storia della Divina Provvidenza che si ripete. Dalla famigliola sperduta di Betlemme alla Madre Cabrini la distanza non è lunga. «Le cose fragili, Dio le scelse per confondere i forti (1 Cor. 1,27).»

Molti buoni cristiani si contentano di pensare alla propria salvezza, convinti di compiere  così la loro missione su questa terra; ma la Madre Cabrini vide nei miseri reietti dei bassifondi  le membra sofferenti del Corpo Mistico di Cristo; e a assisterli con le opere di misericordia corporale  e spirituale dedicò tutta la vita. Sapeva bene che Cristo, per continuare l’opera sua nel mondo,  non ha bisogno di nessuno: Egli infatti può convertire i peccatori come fece di san Paolo sulla via di Damasco, può guarire i malati e gli storpi come faceva dei lebbrosi e dei paralitici in Galilea, può dar da magiare  da mangiare agli affamati come fece con le folle nel deserto; pure, per mantenere vivo e rigoglioso il Corpo Mistico, vuole i nostri sforzi, per poveri e insignificanti che siano.  Cristo, senza di noi, è “incompleto”, nel senso in cui san Paolo afferma che la Chiesa è «la sua pienezza».

Non è facile compito quello di scrivere la vita della Madre Cabrini e di dipingere il ritratto nella giusta prospettiva. La Chiesa la dichiarò santa non per quello che fece, nonostante che la sua fenomenale attività e le sue realizzazioni  siano state veramente imponenti, ma per quello che fu: e della sua vita interiore sappiamo poco o nulla. Custodiva così gelosamente il santuario intimo dell’anima che nemmeno a chi le fu più caro concesse d’intravvedere  un barlume dei suoi mistici rapporti col Creatore.  L’Arcanum Regis rimase fino all’ultimo un suo segreto,

In tutta l’agiografia cattolica non vi è, probabilmente, nessun’altra  vita di santo o di santa che presenti un’attività esteriore così meravigliosa e così scarsi  segno di misticismo. Eppure sappiamo che la Madre Cabrini  pregava continuamente: il suo raccoglimento  costante, anche quando era in viaggio o assillata da preoccupazioni pratiche d’ogni genere, saltava agli occhi di tutti. L’attenzione che prestava ai più minuti particolari della fondazione e del governo delle sue numerose Case non la distraeva minimamente dall’unione abituale con Dio: onde il suo volto sempre calmo e sereno, la sua voce sempre tranquilla e sommessa. Fu proprio questo il segreto della Madre Cabrini.

Il cuore di questo ritratto di Madre Cabrini è racchiuso nelle parole: La Chiesa la dichiarò santa non per quello che fece, nonostante che la sua fenomenale attività e le sue realizzazioni siano state veramente imponenti, ma per quello che fu. E la stessa cosa, a ben guardare, si potrebbe dire di tutti gli altri Santi, che siano vissuti ai nostri giorni o nel lontano Medioevo o prima ancora, al tempo della Chiesa nascente: nessuno di essi è diventato Santo per le cose che ha fatto, per quanto straordinarie e numerose, ma per quello che ciascuno di essi è stato, come persona piena di fede, capace di trascinare gli altri con il proprio esempio luminoso di totale confidenza in Dio. Lo stesso san Paolo, che è stato quasi un “superuomo”, coi suoi innumerevoli viaggi apostolici, con le fiorenti comunità cristiane da lui fondate e confermate nella fede mediante le cure amorevoli e i consigli e la sollecitudine di una madre per i suoi figli, coi pericoli affrontati, con la morte tante volte affrontata e guardata in faccia (cfr. 2 Cor. 22-29), non è divenuto un Santo per tutte queste cose che ha fatto, ma per quello che è stato come persona: per quello che ha saputo fare di sé stesso, con l’aiuto e la grazia di Dio, trasformandosi completamente da ciò che era prima della chiamata, in ciò che è divenuto dopo, affidandosi completamente al Signore che lo voleva Suo. Perché la santità consiste in questo: permettere a Dio di fare di ciascuno di noi un uomo nuovo, un uomo spirituale in luogo dell’uomo carnale, preoccupato essenzialmente delle cose materiali, che era prima. L’uomo nuovo, rinato in Cristo, trova in Cristo la forza, la sapienza, il consiglio, la prudenza, il coraggio, la perseveranza e tutto quel che occorre per essere un buon operaio nella vigna: perché non lavora più per se stesso ma per Colui dal quale è stato chiamato. Ora, tutti siamo chiamati: sta a noi rispondere.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 28 Settembre 2021

Most Popular

Recent Comments