martedì, 26 Ottobre 2021
HomeNEWS REGIONIFirenze e ToscanaIl bel santuario di Impruneta travolto dalla psicosi pandemica di Marianna Ligas

Il bel santuario di Impruneta travolto dalla psicosi pandemica di Marianna Ligas

Merita, a mio avviso, giusta rilevanza e opportuna condivisione un episodio di vita vissuta, un fatto oggettivamente trascurabile, ma piuttosto indicativo di quel progressivo impoverimento morale e spirituale che ha segnato sia la vita civile che, cosa ben più grave e inquietante, le stesse gerarchie della Chiesa (per rendersene conto è sufficiente leggere le disposizioni inviate lo scorso 11 settembre dall’Arcidiocesi di Firenze ai propri operatori pastorali: http://www.iustitiainveritate.org/wp-content/uploads/2021/09/DISPOSIZIONI-Arcidiocesi-Firenze.pdf)

A Impruneta, sede del bel Santuario mariano che la tradizione attribuisce a San Luca Evangelista, si accede da Firenze lungo la via Francigena, un percorso devozionale ancora visibilmente segnato dalla presenza di numerosi tabernacoli dei pellegrini che, da soli per impetrare grazie o in processione per scongiurare pericoli di guerre, epidemie, calamità naturali ed altro, si recavano in visita al Santuario che resta ancora uno dei più famosi della toscana.

Una devozione popolare molto sentita quella per la sacra immagine che gli imprunetini in ogni caso di pericolo, come in occasione della peste del 1600, non mancarono di traslare prudentemente a Firenze ove godeva del favore e della speciale venerazione anche da parte della famiglia Medici ai quali dobbiamo preziosi ex-voto attualmente esposti al Museo del Tesoro attiguo alla chiesa.

Ed ancora, per venire a tempi più recenti è sempre vivo qui il ricordo delle insensate devastazioni nel luglio del 1944 in seguito ad un tragico errore delle truppe anglo-americane che, nell’intento di respingere le residue armate tedesche, non esitarono a bombardare pesantemente la chiesa. L’attacco del tutto inutile in quanto i tedeschi si erano già ritirati, distrusse la struttura originaria dell’edificio e costò la vita ai numerosi civili che, colti di sorpresa non riuscirono a mettersi in salvo nei campi, negli scantinati delle case o addirittura nel chiostro maggiore della basilica. Di tanto scempio, dell’irrimediabile perdita di importanti opere d’arte, sopravvisse, miracolosamente incontaminata, la sacra immagine che trovò rifugio, se ben ricordo, nella chiesa fiorentina di Santa Felicita finché nel 1947, secondo l’antica tradizione, venne riportata all’Impruneta in solenne corteo su un carro trainato da buoi, seguito da una moltitudine osannante di popolo.

Ma l’antica storia della basilica ha la sua prima redazione scritta nella cronaca del Pievano Stefano Buondelmonti che riferisce del tentativo più volte fallito di costruire una cappellina dedicata alla Madonna sul monte delle Sante Marie (storpiatura popolare dal genitivo latino) ove le mura innalzate di giorno misteriosamente crollavano durante la notte. Si decise allora di affidare a una sorta di giudizio divino la scelta del luogo che venne fatto coincidere con quello indicato dai buoi che portavano le pietre per la costruzione; essi infatti si inginocchiarono nel punto esatto dove sorge l’attuale chiesa.

In origine Pieve, dal 1300 elevata a Santuario e successivamente Propositura, la basilica di Santa Maria è da sempre luogo caro alla memoria della popolazione locale fino a coinvolgere nella partecipazione alle cerimonie religiose persone provenienti da comuni vicini e dalla stessa Firenze. Qui è consuetudine inserire nel calendario liturgico ogni mercoledì mattina una particolare Messa solenne. Il rituale prevede all’inizio la scoperta dell’antica immagine della Madonna, rigorosamente custodita nel prezioso altare robbiano mentre, al termine della celebrazione, una lunga serie di benedizioni con invocazione finale di affidamento delle anime alla divina protezione lasciano traccia indelebile nelle coscienze dei fedeli a quell’ora sempre presenti in gran numero nella chiesa.

Questa la premessa per meglio capire quanto ultimamente l’avvento del covid e la cosiddetta pandemia abbiano profondamente mutato le abitudini, la partecipazione e lo stesso fervore liturgico da parte dei fedeli.

Il proposto che è anche esorcista, prima della Messa fissata per le dieci, riceveva a partire dalle sei del mattino i numerosi pellegrini per colloqui individuali se non addirittura esorcismi. Molti erano coloro disposti a passare buona parte della notte in auto nel piazzale antistante la chiesa pur di assicurarsi un posto al momento della fatidica distribuzione dei foglietti con indicazione dei turni di ricevimento.  Infine, particolare non trascurabile, sempre prima della Messa veniva data pubblica lettura delle suppliche dei fedeli deposte durante la settimana in un’urna all’ingresso.

Di questo complesso rituale, oggi purtroppo, fra interdizioni varie e inopportune semplificazioni, è rimasta ben misera traccia. Spariti infatti i colloqui, abolita la lettura delle suppliche, velocizzata la distribuzione del Santissimo Sacramento, affidato in esclusiva ai Ministri per l’Eucarestia, con la raccomandazione di vigilare sulle modalità della nuova liturgia covidista: mantenimento delle distanze, abbassamento della maschera solo in procinto di comunicarsi, ricezione dell’Ostia sulle mani opportunamente sanificate. Impossibile dunque ricevere la Santa Comunione sulla lingua.

E’ stato proprio in occasione della distribuzione dell’Eucarestia che ho con rammarico ed evidente sconcerto constatato il rigido ed ingiustificato adeguamento alle assurde disposizioni della curia fiorentina in merito alle norme anti-contagio, in un’interpretazione ancora più restrittiva di quella imposta dall’autorità civile.

Giunta al cospetto del ministro, con evidente difficoltà dovendo fare i conti con il braccio destro ingessato per una frattura scomposta, che mi impediva di afferrare con sicurezza la particola, mi viene intimato: “Dammi la mano”. Rispondo: “Non è possibile. Non ce la faccio” e lui di rimando: “Così non posso darti la Comunione, mettiti da parte e prova a venire per ultima”.

Mi chiedo il perché di tanta rigorosa osservanza nell’infrangere un patrimonio di autentica fede e consolidate tradizioni religiose a fronte di una liturgia già pesantemente mortificata dalla distribuzione corale in piedi del Santissimo Sacramento che richiedeva prima della riforma conciliare la presenza dei fedeli inginocchiati in profondo raccoglimento alla balaustra degli altari.

Solo qualche mese prima nello stesso santuario, durante la confessione, il sacerdote mi ha chiesto se mi fossi sottoposta alla vaccinazione anti Covid, come se si trattasse di un undicesimo comandamento e di fronte alla mia risposta negativa giustificata con ragioni di coscienza, trattandosi di un siero sperimentale contaminato dall’aborto, ha avuto una reazione violenta e scomposta che mi ha profondamente turbata e scandalizzata.

Ripensando anche a quell’episodio, mi avvio a passi veloci verso l’uscita quando, improvvisa mi viene l’ispirazione di voltarmi indietro per un ultimo, fugace sguardo all’interno della chiesa; qui le presenze rare e distanziate sono segnate dai volti protetti dalle odiose mascherine, mentre all’ingresso, tristemente vuote e deserte le preziose acquasantiere sopravvivono quali inutili oggetti di antiquariato.

Consapevole del grande inganno e alla ricerca del conforto della Verità, alzo gli occhi verso il Crocifisso e spontanea sgorga dall’anima l’invocazione “Pater noster qui es in Caelis..”.

Vedi anche:  http://www.iustitiainveritate.org IUSTITIA IN VERITATE ASSISTENZA DIRITTI LESI 

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 29 Settembre 2021

Most Popular

Recent Comments