martedì, 26 Ottobre 2021
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In cosa consiste il tradimento dell’uomo verso Dio

In cosa consiste il tradimento dell’uomo verso Dio e perchè dovrebbe fare la Sua volontà e non la propria? La gigantesca trappola della falsa emergenza sanitaria e l’impronta del pensiero cabalistico: solo curiose coincidenze? di Francesco Lamendola  

Tutta la civiltà moderna si basa e si giustifica su di una fondamentale slealtà, sarebbe più giusto dire un vero e proprio tradimento, da parte degli uomini nei confronti di Dio. La slealtà e il tradimento consistono in questo: nella pretesa degli uomini di bastare a se stessi; di non dovere nulla al loro Creatore; di poter esercitare il massimo della libertà come se tale libertà non fosse un dono e un dovere ricevuti dall’alto, ma come se fossero un bene originario, una conquista e un possesso che essi si sono dati da soli, senza che provengano da una fonte originaria che non è in loro stessi, ma in qualcosa o Qualcuno che sta al di sopra di loro. Il male, quindi, non è affatto che l’uomo scelga la libertà e che si autodetermini in quanto creatura dotata di ragione e volontà: questo, anzi, è il suo preciso dovere, il suo compito (ergon, direbbe Aristotele) in quanto creatura razionale, così come ogni essere possiede una precisa finalità (télos) e quindi un preciso compito da attuare; ma è che egli lo voglia fare slegato da qualsiasi rapporto di fedeltà e obbedienza verso il suo Creatore. Il quale gli ha dato ragione e volontà, unico fra tutte le creature, perché le usi, e le usi liberamente; ma la vera libertà, nella prospettiva della creatura che si riconosce legata al suo Creatore, è quella di fare la Sua volontà, non la propria. Ma perché, obietterà qualcuno, dovrebbe fare la volontà del Creatore e non la propria? Perché fare la volontà del Creatore sarebbe il vero esercizio della libertà? Per una ragione semplicissima: che se non riconosce di aver ricevuto ragione e volontà dal suo Creatore, l’uomo pretende di essere la misura del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male; e poiché tale pretesa si fonda su una creatura, di per sé fragile e fallibile, e non sulla roccia dell’assoluto, ciò lo conduce inevitabilmente alla hybris, all’abuso, alla pazzia d’un senso illusorio di onnipotenza: e proprio in questi giorni, in questi mesi ne stiamo vivendo, sulla nostra carne viva, un tragico esempio.

Tutto questo è stato fedelmente narrato nel racconto biblico del Peccato originale. Giustamente il filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila affermava che l’umanità si può raggruppare in due categorie: quelli che credono al Peccato originale, e gli stupidi. Il Peccato originale è la descrizione perfetta di quel che accade quando l’uomo rifiuta la propria condizione creaturale e pretende di farsi il signore di se stesso: avendo ricevuto il dominio e la custodia della natura, vuole esercitare la signoria a nome proprio, e non ammette di esserne il custode, cioè di avere delle responsabilità  precise nei confronti del creato, ma agisce in maniera scriteriata e arrogante, sentendosi quasi lui stesso un piccolo dio. E ciò per la buona ragione che se Dio può essere visto come un fastidioso concorrente, il legame col quale deve essere rescisso per poter conquistare la “vera” libertà, allora ne consegue che quel dio non è il vero Dio, l’Essere perfetto e assoluto, ma un dio qualsiasi, un dio meschino e geloso, un dio che pretende di tenere l’uomo in uno stato di minorità e sudditanza per poterlo tiranneggiare. Il che equivale a sovvertire completamente il giusto rapporto fra la creatura e il Creatore e ribaltare la relazione fra Colui che crea e colui che è creato a immagine e somiglianza di Quello. Ma se l’uomo pretende di essere un assoluto, se nega qualunque rapporto di dipendenza e obbedienza a Colui che lo ha creato, allora nessuno può dirgli cosa è bene e cosa è male, cosa è vero e cosa è falso, cosa è giusto e cosa è ingiusto; lo stabilisce da sé, empiricamente e provvisoriamente, secondo le sue necessità e il suo capriccio, salvo poi modificare ciò che aveva stabilito, perché il mondo dell’uomo che rescinde il legame con Dio è la storia, e nella storia tutto cambia e tutto evolve, nulla rimane uguale a se stesso, e guai se lo facesse, significherebbe che il movimento della storia si è pietrificato, mentre la storia deve andare avanti. Lo storicismo è per forza di cose l’estremizzazione del progressismo: se si crede nella storia e non nel Dio creatore amorevole, bisogna credere nel Progresso; e il Progresso assolutizzato ha le sue leggi inesorabili, procede per conto suo, finché a un certo punto vuole asservire l’uomo e farne un suo strumento, senza più riconoscerlo, come egli pretendeva, un assoluto.

Scrive Romano Guardini nel saggio Il potere (titolo originale: Die Macht. Versucht einer Wegweisung, Wurzburg, Verkbund Verlag, 1951; traduzione dal tedesco di Marisetta Paronetto Valier, Brescia, Morcelliana, 1963, pp. 30-34):

«E Dio, il Signore, prese l’uomo e lo portò nel giardino dell’Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. E Dio, il Signore, comandò all’uomo: di tutti gli alberi del giardino potrai mangiare; ma dell’albero della conoscenza del male e del bene non potrai mangiare; poiché quando tu ne mangiassi, moriresti» (Gen. 2,15-17).

Il senso di questo passaggio diviene chiaro quando si siano eliminate le interpretazioni naturalistiche, secondo le quali «l’albero della conoscenza del male e del bene» sarebbe la conoscenza stessa, l’uomo che diviene libero nel distinguere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto; sarebbe quindi la maturità dello spirito, che si differenzia dai sogni acritici e dalla dipendenza personale del bambino. Un’altra interpretazione, legata alla prima, dice che l’albero significa la maturità sessuale dell’uomo; il divenire padrone di sé e dell’altro sesso nella fecondità. Ma tali interpretazioni si fondano su di una affermazione aprioristica, per cui l’uomo sarebbe dovuto divenire colpevole per divenire autonomo, critico, vitalmente maturo, signore di se stesso e delle cose. Fare il male sarebbe stato entrare nella libertà… Ma basta considerare attentamente il racconto, per constatare che non vi è traccia in esso di una tale interpretazione psicologica. In nessun luogo viene proibita la conoscenza e neppure l’appagamento sessuale. Al contrario, all’uomo è imposto come dovere la conquista della libertà nel conoscere, il dominio delle cose, la pienezza della vita. Fin dal momento della creazione ciò è imposto espressamente alla sua natura, come dono e come dovere. Egli deve essere il signore degli animali – e perciò deve riconoscerli. Quando sopraggiunge la prova egli ha già compreso la natura degli animali e l’ha espressa nei nomi. E come può essere proibito il congiungimento dei sessi, quando è detto espressamente che uomo e donna “saranno una sola carne” e con la loro discendenza “riempiranno la terra”?

Tutto ciò significa che l’uomo deve giunger al dominio nel senso più ampio, ma rimanendo in un rapporto di obbedienza a Dio e attuando quel dominio come servizio. Egli deve divenire signore, ma restando fedele all’immagine di Dio che è in lui, e senza pretendere di essere lui l’archetipo.

Ciò che segue è fondamentale per tutte le interpretazioni dell’esistenza, mostra come proprio qui la tentazione muove all’attacco:

«Il serpente…, disse alla donna: vi ha forse detto il Signore di non mangiare di alcun albero del giardino? E la donna disse al serpente: Possiamo mangiare i frutti degli alberi del giardino, solo dei frutti dell’albero che sta nel mezzo del giardino, il Signore ha detto: non mangiatene e non toccatelo neppure, che non abbiate a morire. Allora il serpente disse alla donna: Non morrete affatto; ma Dio sa che appena ne avrete mangiato, gli occhi vi si apriranno e voi sarete come Dio e conoscerete il bene e il male. E la donna vide che il frutto dell’albero sarebbe stato buono a mangiarsi e che era piacevole agli occhi e desiderabile, poiché donava la conoscenza; e prese di quel frutto e ne mangiò e ne diede anche al suo uomo, che era presso di lei ed anch’egli mangiò. Allora i loro occhi si apersero, si avvidero di essere nudi, e cucirono assieme delle foglie di fico e se ne fecero dei grembiuli» (Gen 3,1-7).

Il serpente, immagine simbolica di Satana, confonde davanti all’uomo i fatti fondamentali della sua esistenza; la differenza essenziale fra creatore e creatura; il rapporto fra l’archetipo e la copia; la realizzazione di sé nella verità e quella nella usurpazione; il dominio come servizio e il dominio come pretesa propria. Il puro concetto di Dio viene sospinto nella mitologia, poiché se si dice che Dio sa che l’uomo, attraverso l’atto proibito può divenire simile a Lui, ciò significa che Dio ha paura, che sente la sua divinità minacciata dall’uomo; allora il suo rapporto con l’uomo sarebbe il rapporto delle divinità mitologiche, che provengono dalle comuni radici, dalla causa prima della natura e non sono perciò in definitiva da più dell’uomo. Quelle divinità sono padrone solo di fatto, non essenzialmente, e perciò l’uomo può detronizzarle e dominare a sua volta. Basta trovare la via, e le parole della tentazione sostengono che quella via è la conoscenza del bene e del male. Anche questa conoscenza, quindi, viene intesa in senso mitico: come l’iniziazione nel mistero del mondo, che è riservata a chi è padrone del mondo e dà magari poteri e garantisce il dominio. Appena l’uomo l’acquista, si eleva all’altezza di chi detiene il potere e può detronizzarlo, Di questo non si parla nelle parole di Dio, ma la tentazione consiste proprio nel falsare l’autentico rapporto con Dio, facendolo scivolare in questa ambiguità mitica. Invece la prova positiva deve consistere  nel tributo di onore che l’uomo offre alla verità di Dio, mentre resta egli stesso obbediente alla sua propria verità.

Gli uomini cadono invece nell’inganno e avanzano la pretesa di un dominio per forza propria. Il seguito del racconto biblico  ha un autentico valore di rivelazione là dove dice che la disubbidienza non porta con sé la conoscenza che rende simili a Dio, ma la mortale esperienza di essere “nudi”. La nudità di cui ora si parla è essenzialmente diversa da quella di cui si è parlato poco più su, dove s diceva «gli uomini erano nudi, ma non se ne vergognavano».

Ora è turbato il rapporto fondamentale dell’esistenza, L’uomo ha ancora, come prima, potere possibilità di dominio. Ma è infranto l’ordine in cui ciò aveva il proprio senso, il senso di un servizio, l’ordine in cui il potere accordato non era disgiunto dalla responsabilità di fronte al vero Signore.

Acutamente Romano Guardini osserva che l’interpretazione mitologizzante del Peccato originale porta necessariamente a vedere Dio come un essere piccolo e meschino, che vuole imporre il proprio dominio sull’uomo esercitando una frode, cioè facendogli credere che conoscere la radice del bene e del male equivarrebbe, per lui, alla sconfitta e alla morte, mentre il suo intento è solo quello di tenerlo nell’oppressione e nell’ignoranza. Si noti che tale è l’impostazione di tutte le sette e i movimenti d’ispirazione esoterica, occultistica, alchemica e massonica: e ciò per l’ottima ragione che sono tutti, in un modo o in un altro, riconducibili a un’origine o quanto meno a una fonte d’ispirazione comune, che è la Cabala. Ora, nel sapere cabalistico vige precisamente questo principio:  che l’uomo può e deve farsi dio da se stesso; che egli ha i mezzi per realizzare una simile impresa; e, più in generale, che una tale operazione è resa possibile dal fatto che Dio non è l’Essere di luce, che coincide con il Sommo Bene, ma è l’Assolutamente Indifferenziato, vale a dire che in Lui coincidono gli opposti, la luce e l’ombra, il bene e il male. Tanto è vero che il modello ideale dell’uomo alchemico ed esoterico è l’Androgino primordiale, colui che ha in sé la determinazione maschile e insieme quella femminile (vi dice niente tutto questo, in termini di attualità?). Il che significa che quanto più una creatura è differenziata e individuata nella sua specificità, tanto più è rozza e imperfetta, perché lontana da quella coincidentia oppsitorum, da quel solve et coagula, che è, per tali dottrine, il vero principio universale, che tutto muove e tutto ordina. Ecco dunque perché la civiltà moderna è sorta e si è sviluppata in opposizione a Dio e in odio a Dio, il Dio creatore e Padre amorevole dell’umanità: perché ispirata dalla fonte velenosa della Cabala la quale a sua volta attinge le sue acque pestilenziali dalla fonte ancor più velenosa del Talmud, un libro – o meglio, un insieme di libri – la cui base fondamentale è l’odio nei confronti del Dio cristiano e la rivolta sistematica, implacabile, contro la signoria universale di Gesù Cristo, Dio che si fa uomo per essere il  Salvatore e Redentore dell’umanità peccatrice.

Chi non ha compreso questo aspetto della cultura moderna, si può dire che non ha capito nulla della storia moderna: della storia vera, quella che si fa dietro le quinte della politica, che è il potere apparente;  quella che muove gli uomini politici come marionette e crea e disfa partiti e ideologie al solo scopo di scatenare le forze della rivoluzione, ossia le forze del disordine, al preciso scopo di rendere sempre più ampio e possibilmente incolmabile l’abisso che si è aperto fra l’uomo moderno e Dio. E non può capire nulla neppure della crisi che stiamo vivendo in questi ultimi tempi, con la gigantesca trappola della falsa emergenza sanitaria scatenata da uomini malvagi, mossi da poteri occulti imbevuti di filosofie esoteriche. Allora, e solo allora, si può capire perché la Porta dell’Inferno di Rodin sia stata portata a Roma, proprio in quest’ora così buia per l’Italia; perché il presidente francese Macron abbia testualmente dichiarato, nel bel mezzo di una conferenza stampa, che «la Bestia che doveva arrivare è arrivata» e che adesso è qui, in mezzo a noi (https://www.youtube.com/watch?v=BCuHcVVVMYA); o perché il numero di brevetto del vaccino del grande filantropo Bill Gates è 060606, vale a dire, sottratti gli zeri, 666, il numero della Bestia citata nell’Apocalisse. Ma diremo di più. Chi non ha compreso questo, ha capito ben poco dell’intero sviluppo del filone principale della filosofia moderna: la quale, specialmente nel grande sistema di Hegel, ma direttamente o indirettamente  anche in Marx, Heidegger, Lévinass, Martin Buber, per non parlare del freudismo e della Scuola di Francoforte, coi vari Adorno, Horkheimer, Habermas, Marcuse, Löwenthal ed Eric Fromm, e naturalmente Walter Benjamin (avete notato che la maggior parte di questi nomi, anzi la quasi totalità, hanno quelle tali desinenze che ci avvertono della loro origine?) reca l’impronta di tale comune origine dal pensiero cabalistico. E ciò spiega molto bene perché quasi tutto il pensiero moderno sia apertamente o velatamente anticristiano ed anticristico. Non ve n’eravate mai accorti, non ci avevate mai pensato?

Ma ecco la solita obiezione: e se fossero solo coincidenze? Sì, certo, potrebbe anche trattarsi, dopotutto, soltanto di curiose coincidenze. Decine e decine di coincidenze, però: che ne dite? Non sono un po’ troppe, per essere considerate tali?

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 29 Settembre 2021

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