martedì, 26 Ottobre 2021
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La vittoria alleata in Europa fu merito dei russi? di Claudio Martinotti Doria

La vittoria alleata in Europa nella II Guerra Mondiale è da attribuirsi prevalentemente ai russo/sovietici, anche per motivi ancora ignoti al grande pubblico di Claudio Martinotti Doria

Per lungo tempo, parecchie decine di anni, la vittoria in Europa sulle forze nazifasciste fu attribuita dalla propaganda mediatica e anche storica agli eserciti occidentali, al Regno Unito e agli USA in particolare. Eravamo in piena Guerra Fredda e una tale deliberata omissione era comprensibile per motivi geostrategici e d’ingegneria sociale, per consolidare il potere dell’élite dominante occidentale sulle società e nazioni da loro controllate, in modo particolare nella colonia anglo-americana denominata Italia.

Il colossale contributo russo-sovietico alla vittoria sulla Germania e i suoi numerosi alleati venne rimosso, omesso, ridimensionato, minimizzato.

Dopo la caduta del muro di Berlino nell’89 e il collasso dell’Unione Sovietica e il graduale accesso da parte degli storici e ricercatori ai documenti d’archivio non più riservati, oltre al venire meno del nemico per antonomasia, ha consentito di far emergere negli anni successivi il reale colossale contributo fornito dai russo-sovietici alla vittoria nella guerra. E non mi riferisco solo al grandissimo contributo in vite umane, una vera e propria carneficina, con circa 25 milioni di vittime tra militari e civili, superato in termini percentuali solo dai polacchi. Pochi sanno infatti che la Polonia perse quasi un quarto della sua intera popolazione, in Europa è stata senza dubbio la nazione che maggiormente ha sofferto ed è stata poco o nulla valorizzata per il suo grande contributo alla vittoria. I polacchi pur avendo perso fin dall’inizio della guerra il territorio della loro nazione, invasa dai tedeschi e dai sovietici che se la sono spartita, continuarono a combattere nelle fila alleate fino alla fine della guerra. Cito solo come esempio i volontari polacchi della RAF, rivelatisi tra i migliori piloti in assoluto per abbattimenti e numero di missioni compiute, ma si fecero onore anche nel suo patrio con un’accanita resistenza che sfociò nella battaglia di Varsavia del ’44 nella quale morirono a centinaia di migliaia contro un esercito enormemente più forte di loro, che rase al suolo l’intera capitale.

Dopo questo doveroso riconoscimento ai polacchi, torno a dedicarmi ai russo-sovietici, non con il troppo scontato intento di valorizzarne il ruolo svolto dall’estate del ’41 a seguito dell’Operazione Barbarossa, di cui potrete trovare centinaia di documenti sia video che di testo per informarvi, ma per rivelarvi una decisiva battaglia, sconosciuta ai più che iniziò alcuni giorni prima e si concluse alcuni giorni giorni dopo lo scoppio ufficiale della II Guerra Mondiale con l’invasione della Polonia, battaglia il cui teatro geografico era situato parecchie migliaia di chilometri lontano dall’Europa e che ne condizionò l’esito in maniera determinante, la cui importanza è perlopiù trascurata dalla storiografia ufficiale, soprattutto nelle sue sostanziali ripercussioni.

Mi riferisco alla cruenta battaglia di Khalkhin Gol, che avvenne dal 24 agosto al 16 settembre 1939 e che prese il nome dal fiume che scorre nell’area asiatica mongola coinvolta dagli scontri e che rientra tra gli eventi della cosiddetta Guerra di confine sovietico-giapponese, tra la provincia cinese della Mongolia Interna, controllata da alcuni anni dall’Esercito Imperiale Giapponese (insieme alla Manciuria), e la Mongolia filosovietica dominata dall’Armata Rossa. Pur non rientrando formalmente e storiograficamente nella II Guerra Mondiale, personalmente dal punto di vista analitico e strategico la considererei facente parte per influenza e ripercussioni a pieno titolo tra le prime battaglie della II Guerra Mondiale e i motivi vi saranno chiari in seguito. 

Non mi soffermerò sui presupposti, perché sono abbastanza evidenti, conseguenti l’invasione giapponese della Manciuria e l’espansionismo imperiale nipponico in Asia che minacciava gli interessi economici e militari dei sovietici nell’area, insidiando in particolare la Mongolia che era sotto la sfera d’influenza sovietica. Scontri infatti ne avvennero parecchi negli anni precedenti, sia scaramucce che battaglie di minor rilievo, fino a sfociare in una vera e propria battaglia cruenta, che è quella che mi accingo sinteticamente a descrivervi.

L’Esercito imperiale nipponico era convinto (non a torto) che l’Armata Rossa fosse stata gravemente compromessa e indebolita dalle spietate purghe staliniane, che all’apice della sua follia paranoica provocarono l’eliminazione fisica per tradimento di quasi il 90% degli alti ufficiali delle Forze Armate sovietiche, dal grado di maggiore in su, pertanto decise di penetrare in territorio mongolo per saggiarne le difese, convinti come erano di conseguire una facile vittoria.

Le forze messe in campo erano notevoli, inizialmente circa 50mila soldati (in seguito ricevettero rinforzi che portarono il numero a 75mila), un centinaio abbondante di carri armati (leggeri, e questo fece la differenza), centinaia di aerei e pezzi di artiglieria e purtroppo per loro pochissimi autocarri da trasporto truppe, munizioni e vettovagliamenti.

L’Armata Rossa che si aspettava da tempo tale mossa aveva concentrato nell’area a breve distanza parecchi reparti, che fecero confluire sul luogo dello scontro decisivo, circa 75 mila soldati e pressappoco altrettanti mezzi dei nipponici, ma con una netta prevalenza di carri armati (perdipiù pesanti), autoblinde e autocarri rispetto agli avversari. Ma quello che giocò decisamente le sorti della battaglia a favore dei sovietici fu il fatto che le purghe di Stalin in questo frangente particolare avevano sortito l’effetto contrario a quanto supponevano i giapponesi, dando l’occasione di emergere nelle sue geniali capacità strategiche a un generale che col tempo divenne conosciuto in tutto il mondo, Georgij Konstantinovič Žukov, che in seguito a tale battaglia fu nominato Eroe dell’Unione Sovietica e poi divenne Maresciallo e uno dei principali comandanti della II G.M..

Fu il primo comandante in assoluto a capire il ruolo fondamentale dei mezzi corazzati (medi e pesanti) nella guerra campale, non solo a supporto della Fanteria ma come arma indipendente e determinante per svolgere una guerra di penetrazione in profondità, la cosiddetta “guerra lampo”, che fu invece attribuita come merito e origine all’esercito tedesco, che in realtà per i primi anni della guerra utilizzava ancora i cavalli ed era ben poco motorizzato e i carri armati di cui disponeva erano leggeri. Inoltre Zukov si rese conto di quanto fossero indispensabili gli autocarri da trasporto per la spostamento delle truppe e di tutta la logistica necessaria a supportarle.

Se i numeri dei soldati pressappoco corrispondevano, era netto il vantaggio sovietico nella predominanza dei messi corazzati, oltre 500 carri armati pesanti e quasi altrettanti autoblinde, che fecero la differenza, rispetto ad un esercito giapponese armato con mezzi leggeri facilmente sovverchiabili. Inoltre Zukov, che era appunto un ottimo stratega, li tenne celati e li fece intervenire solo in seguito quando ormai la forza di spedizione nipponica era accerchiata in una sacca, accerchiandoli e spazzandoli via a forza di cannonate e mitragliatrici pesanti collocate sui mezzi corazzati oltre all’utilizzo dei famosi razzi Katiuscia (sistema d’arma RS-132, razzi autopropellenti da 132 mm di diametro montati su autocarri, quindi estremamente mobili e con una gittata di oltre 4 km), che vennero poi impiegati sistematicamente nel corso della guerra contro i tedeschi, e che in questa occasione furono collaudati e provati nella loro efficacia. Motivo per cui da allora vennero prodotti in grandi quantità.

Potete immaginarvi l’esito di una simile potenza di fuoco sulle poco equipaggiate truppe giapponesi, fu un massacro, una colossale disfatta, che annichilì lo Stato Maggiore dell’Esercito Imperiale nipponico e l’intera opinione pubblica giapponese, influendo enormemente sulla politica espansionistica successiva e qui veniamo alle ripercussioni che determinarono l’esito della II Guerra Mondiale, cui ho fatto cenno in precedenza.

Le perdite giapponesi di circa l’80% di tutti gli effettivi che hanno partecipato alla battaglia, oltre a tutti mezzi bellici, resero inequivocabile e non occultabile l’esito vergognoso della battaglia, ed ebbe una vasta eco in patria, a tal punto che li indussero in seguito a firmare con l’Unione Sovietica un patto di non aggressione (simile a quello Molotov-Ribentrop), che però a differenza dei tedeschi, i giapponesi, per cui l’onore è di assoluto valore prevalente su ogni altro, rispettarono fino in fondo, anche quando i sovietici erano tutti impegnati al fronte occidentale contro i tedeschi e lasciarono sguarnito il confine orientale.

Questo fu sicuramente il primo dei tre aspetti che personalmente ritengo determinanti sull’esito della seconda guerra mondiale, il fatto cioè che non aggredendo i russi sul fronte orientale, anche quando fu lo stesso Hitler a richiederlo, impedì di alleggerire la pressione delle armate sovietiche sull’esercito tedesco sul fronte occidentale determinandone alla lunga la vittoria finale. L’Unione Sovietica non sarebbe stata in grado di reggere due fronti contemporaneamente, non aveva le risorse ne umane ne belliche (mezzi militari) nel 1941/42 per farvi fronte (con le gravissime perdite che aveva subito) e con le fabbriche belliche ancora in fase di dislocazione e ricostruzione lontano dal fronte e quindi poco o nulla produttive, non avrebbe retto all’urto nipponico e avrebbe dovuto arrendersi.

Il secondo aspetto fondamentale, trascurato dalla storiografia e dalla divulgazione mediatica mainstream, è che in seguito alla grave e vergognosa sconfitta militare di Khalkhin Gol del settembre del 1939 cambiò l’equilibrio dei poteri nell’Impero nipponico, che era da anni in mano ai militari ma soprattutto all’Esercito Imperiale a scapito della Marina, i cui piani e proposte espansionistiche venivano sempre respinte.

Dopo questa sconfitta la Marina Imperiale prese il sopravvento approfittando della vergognosa umiliazione subita dall’Esercito, e quindi prevalse nel suo desiderio di imporre una politica espansionistica rivolta verso il sud ovest dell’Oceano Pacifico, che poi fu quello che avvenne, premeditando un attacco, intenzionalmente risolutivo, ai danni della flotta da guerra degli USA e successivamente di tutte le basi militari delle colonie occidentali nell’Indo-Pacifico.

Il terzo aspetto, ancora più trascurato e ignorato, è dovuto alla pressoché assoluta assenza in tutto l’Occidente di informazioni su questa battaglia, di cui non si seppe nulla per lungo tempo, e questo la dice lunga sul livello di efficienza dei servizi di intelligence delle potenze occidentali, non trapelò nulla e di conseguenza nessun leader politico militare delle potenze coinvolte nella II G.M. tranne Stalin, ne seppe mai nulla. I giapponesi perché erano orgogliosi e certamente riservati per ovvi motivi patriottici e di razzistica superiorità culturale e militare e i sovietici per modus operandi, abituati fin dalle origini alla segretezza e alla diffidenza verso gli stranieri, per cui non lasciavano mai trapelare nulla, per principio.

 La conseguenza fu che Hitler e i sui capi di Stato Maggiore non ne seppero nulla e basandosi sull’esito della Guerra d’Inverno finnico-sovietica (combattuta tra fine novembre del ’39 e il marzo del ’40) che vide le truppe sovietiche ripetutamente respinte con perdite enormi di uomini dal piccolo esercito finnico, che cedette solo alla fine per una predominanza di forze in campo di dieci a uno, portò inevitabilmente a concludere che l’Armata Rossa fosse debole e soprattutto fosse comandata da ufficiali incapaci che gestivano le forze in campo con criteri obsoleti.

Gravissimo errore di valutazione che fece sottovalutare l’esercito sovietico, errore che non sarebbe stato commesso se fossero stati a conoscenza dell’esito della battaglia di Khalkhin Gol e del modo in cui fu vinta dall’Armata Rossa guidata da Zukov. Se ne fossero stati a conoscenza molto probabilmente i tedeschi non si sarebbero certo illusi che la guerra sarebbe stata vinta in poche settimane, e di conseguenza avrebbero programmato diversamente l’invasione dell’Unione Sovietica con altri esiti.

Questa battaglia dimostra per l’ennesima volta come le cose non sono mai come sembrano di primo acchito, come ce le raccontano nei libri di scuola e nei media mainstream, che la verità va sempre ricercata con certosina pazienza, tenendo conto di tutti gli elementi e i documenti disponibili, di tutte le fonti, senza trascurare nulla per partito preso, e che spesso pervenire a una visione d’insieme accurata richiede tempo. Le risposte facili sono quasi sempre fuorvianti, fasulle e di comodo, la ricerca seria non ha mai fine e bisogna essere disposti a rivedere le proprie convinzioni e posizioni secondo i risultati cui si perviene di volta in volta, lasciando da parte le ideologie e i pregiudizi.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Vedi anche. http://www.cavalieredimonferrato.it/

Del 02 Ottobre 2021

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