mercoledì, 8 Dicembre 2021
HomeECONOMIAPolitica ItalianaIl "Multilateralismo" di Draghi è la globalizzazione con la mascherina di Michele...

Il “Multilateralismo” di Draghi è la globalizzazione con la mascherina di Michele Rallo

Le Opinioni eretiche di Michele Rallo

Nel tempo, la propaganda subliminale dei grandi mezzi d’informazione (o meglio dei miliardari che li posseggono attraverso un sistema di scatole cinesi)… la propaganda subliminale – dicevo – é riuscita a far credere agli allocchi tutto quel che ha voluto. Dalla storia (ridotta ai riassuntini della propaganda inglese del 1945) alla attualitá (con la invasione – per esempio – fatta passare per “accoglienza”, o con il sesso cancellato anche dal linguaggio comune e sostituito con quella stupidaggine che chiamano “i generi”).

Naturalmente, fra le tante imposture spiccano quelle che attengono al campo economico. Massiccia é la propaganda mirante a convincerci che per salvare la nostra societá si debba mandare la gente in pensione con 500 euro al mese, come fatalmente avverrebbe con quella trappola che si chiama “sistema contributivo”.

Cosí come – per fare un altro esempio – si é fatto un grande sforzo per imporre il concetto di “globalizzazione economica”, per magnificarne gli effetti perversi (come appunto la riforma delle pensioni), e soprattutto per convincerci che la globalizzazione sia inevitabile e irreversibile, e che quindi, piaccia o non piaccia, ci si debba rassegnare a convivere con essa. Come – guarda caso – sarebbero inevitabili l’invasione migratoria, la macelleria sociale, la cancellazione delle famiglie “all’antica” e – a piú o meno breve scadenza – anche quella degli Stati Nazionali e delle identitá etnico-etiche delle diverse popolazioni.

Tutti questi fenomeni, tutti i fattori negativi che oggi ci assillano e ci assediano sono riconducibili in blocco ad un unico concetto: quello, appunto, di “globalizzazione”. Globalizzazione non solo economica, ma anche politica, sociale, culturale, antropologica.

Orbene, questa globalizzazione non é un fatto nuovo, non é il frutto dei nuovi equilibri succeduti alla fine dell’Unione Sovietica ed al fallimento dell’alternativa comunista al capitalismo. É, al contrario, un fatto quasi “interno” della politica americana o, meglio, degli interessi dei grandi gruppi finanziari che quella politica manovrano. Se vogliamo immaginare una data di nascita della globalizzazione moderna, possiamo fissarla con ogni probabilitá al lontano 1912, quando il democratico Thomas Woodrow Wilson venne eletto alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. Fino a quel momento le spinte alla globalizzazione negli USA – la “libertá dei commerci” come si diceva allora – si erano limitate all’ámbito mercantilistico, come nell’Ottocento inglese (tipo “Compagnia delle Indie”, per intenderci) ed avevano trovato nel Partito Repubblicano il loro naturale rappresentante.

Da quel momento in poi, la rappresentanza degli interessi dei grandi gruppi finanziari americani – in rapporti strettissimi con l’ambiente-gemello di Londra – passava dal Partito Repubblicano al Partito Democratico, dalla destra alla sinistra.

E – sia detto per inciso – Woodrow Wilson poneva súbito mano ad un vasto programma di “riforme”, apparentemente positive. In realtà, tutta la sua frenetica attività riformista aveva come traguardo la privatizzazione del sistema bancario, allineando in tal modo gli USA al modello finanziario che giá da tempo dominava la politica inglese. Nel dicembre 1913 nasceva così la Federal Reserve, banca “centrale” che stava agli USA come la Bank of England dei Rotschild stava – fin dal 1694 – alla Gran Bretagna: entrambe possedute da soggetti privati, ed entrambe titolari del diritto esclusivo di emettere la moneta nazionale e di prestarla ai rispettivi governi. Come – inciso nell’inciso – avviene oggi anche da noi, con quella Banca Centrale Europea che stampa e ci presta i nostri stessi soldi.

Piú tardi, quando mister Wilson sará “costretto” a intervenire nella Prima Guerra Mondiale (come poi mister Roosevelt sará “costretto” a intervenire nella Seconda), il progetto americano per un dopoguerra “di pace” sará consacrato nei famosi “Quattordici Punti di Wilson”. Il punto numero 3 cosí recitava: «Soppressione, fino al limite estremo del possibile, di tutte le barriere economiche, e creazione di condizioni di parità nei riguardi degli scambi commerciali fra tutti i paesi che aderiranno alla pace e si uniranno per il mantenimento di essa.»

Il “solo programma possibile” per la pace nel mondo, dunque, era l’abolizione delle barriere economiche e commerciali, dei “muri” del Vecchio Continente. E questo – non lo si diceva apertamente ma era chiaro anche ai piú sprovveduti – al solo scopo di favorire il dilagare della produzione e dei capitali americani in Europa. Il termine “globalizzazione” non si usava ancóra, ma il significato era inequivocabilmente lo stesso.

La parola “globalizzazione” é invece entrata nel linguaggio comune in epoca piú recente, dopo la caduta del muro di Berlino e la nascita dell’Unione Europea. E all’insegna della globalizzazione gli Stati Nazionali della vecchia Europa – soprattutto alcuni – sono stati costretti a subire i disegni perversi dei poteri fortissimi dell’alta finanza: valga per tutti il caso della Grecia, vittima di un barbaro massacro finanziario, sociale e sanitario; ma si potrebbe guardare anche all’Italia, destinata a subire tutti i tremendi contraccolpi (siamo appena agli inizi) di una immigrazione che incredibilmente viene lasciata senza argini e senza regole.

L’ultimo atto si é registrato nei giorni scorsi a Roma, con un G-20 fallimentare (e diró poi perché) che Mario Draghi ha voluto connotare con un vocabolo che, fino a pochi giorni fa, non era stato molto usato nel linguaggio politico corrente: il “multilateralismo”. Nel linguaggio diplomatico – cito dalla enciclopedia Treccani – il termine sta a indicare soltanto «un insieme di azioni o comportamenti coordinati di Stati o altri soggetti di relazioni internazionali che coinvolgono almeno 3 interlocutori».

Ma v’é anche – cito sempre dalla Treccani – un peculiare significato di carattere economico: «Sul versante economico sono di grande rilievo gli accordi multilaterali nel settore del commercio. Essi tendono ad ampliare le possibilità di libero scambio di beni e servizi, rimuovendo ogni ostacolo alla loro circolazione.» Eccoci dunque tornati ai Quattordici Punti di Wilson; ovvero, sostanzialmente, alla imposizione – piú o meno mascherata – della globalizzazione economica (ma non solo economica) come “solo programma possibile”.  Anche il linguaggio é lo stesso: Draghi parla del multilateralismo come “unica risposta possibile” ai problemi del presente. D’altro canto, che cosa di diverso poteva aspettarcisi da un banchiere internazionale come Mario Draghi, cresciuto professionalmente – non lo si dimentichi – negli uffici newyorkesi della World Bank e della Goldman Sachs?

Niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire: siamo ancora al 1912, con il globalismo arrembante e con le banche “centrali” delegate a stampare il nostro denaro ed a prestarcelo alle loro condizioni. Anche adesso, quando piú pressante che mai é l’esigenza per gli Stati di creare denaro in proprio (e senza far crescere a dismisura il debito pubblico) per affrontare spese astronomiche, necessarie per fronteggiare le emergenze climatiche e quelle sanitarie.

Qualche parolina – infine – sul G20 “di Draghi”, complimentato da qualche collega interessato (Biden) ed osannato da giornali e televisioni come “un grande successo”. Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totó, ma quale successo si sono sognati?

Dei due punti-cardine della grande ammucchiata, uno – la transizione ecologica – é stato regolato nettamente al ribasso, stante l’indisponibilitá della Cina a ridurre le emissioni in proporzioni significative.

L’altro punto dolente – quello delle strategie per fronteggiare il Covid – é stato affrontato in modo totalmente sbagliato. Esiste, a mio modesto parere, un solo modo per battere la pandemia e le sue varianti: fermare la globalizzazione, tornare ai “muri” invalicabili, ridurre al minimo indispensabile gli spostamenti di persone attraverso i confini, curare il virus paese per paese, variante per variante, specificitá per specificitá; anche – per i paesi piú poveri – con l’aiuto e la solidarietá della comunitá internazionale. Se non ci fosse stato il gran via-vai della globalizzazione, l’anno scorso il Covid sarebbe rimasto un affare interno cinese, forse addirittura limitato a una singola regione cinese, e le autoritá di Pechino sarebbero probabilmente riuscite a debellarlo in tempi ragionevoli e per sempre.

Senza “muri”, si fará appena in tempo a vaccinare la popolazione di uno Stato, che giá da un altro Stato sará arrivata una variante resistente a “quel” vaccino. In Inghilterra erano giá usciti dalla prima ondata del Covid, quando é arrivata la Variante Indiana (ribattezzata Variante Delta per evitare nuovi razzismi) e sono súbito ripiombati nell’incubo. Poi la variante indiana,  divenuta di fatto una variante inglese, ha passato la Manica ed ha invaso l’Europa. Adesso stiamo finalmente venendone a capo – speriamo – ma giá si vocifera di una nuova variante, in arrivo chissá da dove e resistente a tutti i vaccini finora prodotti. E vogliamo combattere il Covid con la globalizzazione e con l’immigrazione? Anche qui andrebbe evocato Totó: ma mi faccia il piacere…

E taccio, per caritá di patria, sugli altri “storici traguardi” raggiunti, come quello dell’intesa per una minimum tax del 15% ai guadagni stramiliardari delle multinazionali (quasi tutte americane); mentre qui da noi i commercianti gettati sul lastrico dalla concorrenza di Amazon devono pagare aliquote che farebbero invidia allo Sceriffo di Nottingham, quello di Robin Hood.

Non c’é che dire: il G20 “di Draghi” é stato un grande successo.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 05 Novembre 2021

Most Popular

Recent Comments