mercoledì, 8 Dicembre 2021
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La cruna dell’ago

Troppo facile lavare le colpe nel sangue dell’altro. Tra odio, desiderio di vedetta e senso di colpa? Quando la persona colpevole non è capace di affrontare la propria responsabilità e preferisce addossare ogni colpa all’altro di Francesco Lamendola  

Quando apparve, nel 1978, il romanzo La cruna dell’ago (titolo originale: Storm Island, poi cambiato in The Eye of the Needle) il suo autore, il britannico Ken Follett, allora solo ventinovenne, venne immediatamente proiettato verso la celebrità internazionale: il libro fu subito un best seller, tradotto in tutto il mondo e venduto a milioni di copie. Tre anni dopo,  nel 1981, il successo fu bissato dall’uscita del film ad esso direttamene ispirato, e in effetti molto fedele all’originale, salvo pochissime varianti, diretto dal regista Richard Marquand e interpretato da due attori canadesi, il bravo e simpatico Donald Sutherland e l’intrigante e complessa Kate Nelligan. Qui, però, non vogliamo discutere dei meriti, o dei demeriti, del romanzo o del film: non è questo che c’interessa; vogliamo piuttosto cogliere un lato caratteristico della psicologia della protagonista femminile, così come emerge dalla storia e come viene ben rappresentato sia nel libro che sullo schermo, anche se l’andamento del genere thriller lo fa passare in secondo o terzo piano. Infatti il pubblico è tutto preso dalla curiosità di sapere come andrà a finire la missione della spia tedesca; se le vitali informazioni da lei raccolte arriveranno al quartier generale di Hitler e se il sottomarino destinato a portarla in salvo in Germania, eludendo la fitta rete del controspionaggio inglese, potrà concludere felicemente la sua missione.

In realtà si tratta di una dinamica psicologica che è comune tanto agli uomini, o almeno a certi uomini, che alle donne; tuttavia la nostra esperienza ci ha portato a concludere che è tipicamente femminile. Si tratta di questo: dopo aver trasgredito la legge morale; dopo aver consumato un tradimento, magari anche solo con il desiderio – il che, per certe persone, non è meno grave di quello fisico – la persona colpevole non è capace di affrontare la propria responsabilità e preferisce addossare ogni colpa all’altro. Non solo: per purificarsi interamente,  per togliere da sé ogni residuo di contaminazione, è necessario che si vendichi sull’altro, infliggendogli tutto il male possibile: il che può andare dall’omicidio espiatorio, un caso decisamente estremo, a quella forma sottile di omicidio morale che consiste nel troncare bruscamente e inspiegabilmente ogni rapporto; nel seppellire l’altro nella propria memoria come se fosse morto o non fosse mai esistito; nel fargli arrivare il messaggio che lui è cancellato, sepolto e dimenticato. E questo dopo avergli concesso più intimità e confidenza che al proprio marito o ai propri amici più cari. Ecco perché le avventure delle persone sposate sono terribilmente pericolose: l’ebbrezza di sentirsi finalmente in perfetta unione con una persona che sembra capire tutto, in ogni più riposta piega dell’anima (e del corpo), e con la quale si lascia cadere ogni velo e ogni pudore, tanto in senso fisico che morale, mostrandosi del tutto nudi e autentici, si paga poi ad un prezzo salatissimo, con una sofferenza perfino superiore, in proporzione, a quello stato di apparente beatitudine sperimentato al principio; si paga in termini di senso di colpa e, poi, di desiderio di vedetta. Ci si auto-convince che non è successo nulla, per non perdere la stima e il rispetto di sé: specie se ci sono di mezzo dei figli, perché una madre non può sopportare di sentirsi una puttana; e che se pure è successo qualcosa è stata tutta colpa dell’altro. E pertanto che l’altro la deve pagare cara, deve essere addirittura sepolto sotto una montagna di odio e disprezzo, che sia inversamente proporzionale alla tenerezza e all’abbandono con cui quella persona era stata accolta, e magari addirittura invitata e sollecitata ad entrare nella propria sfera più intima.

Tutto questo è ben descritto nella storia dell’incontro fra l’agente segreto tedesco, noto come Die Nadel (lo Stiletto, la sua arma preferita) e la casta signora Lucy, sposata da quattro anni con ex un aviatore della Raf che non l’ha mai posseduta, perché vittima, il giorno tesso del matrimonio, di un gravissimo incidente automobilistico in seguito al quale gli sono state amputate le gambe, cosa che lo ha reso frustrato e pieno di rancore. Quando l’affascinante sconosciuto giunge alla loro isola solitaria, sfuggendo per miracolo a una tempesta, la monotonia e la solitudine di una vita senza luce si trasformano in un attimo in gioiosa eccitazione. Bastano poche ore perché Lucy senta risvegliare in sé i sensi assopiti e si getti nelle braccia di quell’ospite misterioso, senza provare alcun rimorso (almeno in apparenza) verso il marito che l’ha costretta a una vita da vedova e l’ha condotta, per sfuggire agli occhi del mondo, in quel posto solitario e tempestoso, del quale sono gli unici abitanti, insieme al loro figlioletto e ad un vecchio dei servizi d’avvistamento, Tom, che vive in una casa all’altro capo dell’isola. Le cose però prendono una piega drammatica quando David, il marito invalido, scopre delle foto compromettenti nella giacca della spia (che ora si fa chiamare Henry) e cerca di arrestarla, ma nella violenta colluttazione ha la peggio e viene precipitato in mare. Henry racconta a Lucy che l’uomo si è fermato nella casa di Tom e così può godere, per un brevissimo tempo, la massima intimità con la donna della quale, stranamente, si sta innamorando, proprio lui che ha sempre posto il dovere al di sopra di tutto e non si è mai lasciato condizionare dai sentimenti. Anche Lucy sembra del tutto persa in quella fugace estasi che la proietta fuori del tempo; allorché scopre il cadavere del marito sulla spiaggia (e poi quello di Tim nella sua casa) e ha la rivelazione di chi sia veramente quello strano uomo arrivato in apparenza dal nulla. In realtà Die Nadel è ricercato attivamente dai servizi del controspionaggio britannico, che gli danno la caccia da ben quattro anni; e adesso l’agente M-15 ha quasi stretto il cerchio intorno a lui, e sospetta che si trovi proprio in quella zona, in attesa di un sommergibile che venga a prelevarlo. Di fatto, Die Nadel ha appena portato a termine il suo capolavoro spionistico: ha scoperto che un intero campo di baracche, carri armati e aeroplani, dislocato nell’Anglia orientale, è solo un insieme di sagome di compensato e lamiera, un finto accampamento il cui scopo è ingannare la ricognizione aerea tedesca, così da far credere che lo sbarco alleato sul continente avrà luogo a Calais, mentre la meta designata sono le spiagge della Normandia. Per lo Stato Maggiore tedesco la  notizia sarebbe d’immenso valore strategico, e Hitler in persona, che conosce e stima Die Nadel, attende di ora in ora la conferma o la smentita sul luogo del prossimo sbarco. Conscio di essere in possesso di un’informazione decisiva, Henry torna alla realtà e decide di farsi raccogliere al più presto dal sommergibile, che riesce ad avvisare via radio; ma deve fare i conti con il feroce desiderio di vedetta di Lucy, la quale adesso desidera una cosa sola: ucciderlo, sia per vendicare il marito e scongiurare una grave minaccia per la sua patria, sia – e questo però non lo confessa neppure a se stessa – per lavare la macchia di ciò che ha fatto e che nessuno sa, ma che la sua coscienza le rimprovera inesorabilmente. Nel romanzo è Lucy a prendere l’iniziativa e a sedurre Die Nadel, presentandosi in camera sua e offrendosi nel modo più esplicito; forse in modo troppo esplicito per gli sceneggiatori del film, i quali hanno in parte mutato la storia, mostrando una Lucy che si lascia sedurre senza alcuna difficoltà, ma che pur sempre subisce la seduzione anziché sedurre lei stessa (da: Ken Follett, La cruna dell’ago; titolo originale: Storm Island, 1978; traduzione dall’inglese di Riccardo Calzeroni, Milano, Mondadori, 1979, p. 257):

Lucy non provò il minimo senso di colpa., dopo. Si sentiva soltanto contenta, soddisfatta, sazia,. Aveva avuto quel che voleva, ed era felice. Giaceva immobile, ad occhi chiusi, accarezzando i capelli ispidi sulla nuca di Henry, con la piacevole sensazione di ruvido che le solleticava le mani.

E ancora (pp. 259-260):

Era l’uomo perfetto con cui avere una relazione. Ne sapeva sul suo corpo più di lei stessa.  Aveva anche un fisico molto bello: largo e muscoloso di spalle, stretto do vita e di fianchi, con lunghe, forti gambe pelose. Pensò che avesse qualche cicatrice: non ne era sicura.  Forte, gentile e bello: perfetto. Tuttavia sapeva che non si sarebbe mai innamorata di lui, mai sarebbe fuggita con lui per sposarlo. Nel suo intimo più recondito, percepì, c’era qualcosa di molto freddo e duro, come se una parte di lui fosse impegnata in qualcos’altro e fosse pronta a rinunciare alle normali emozioni per qualche compito più alto. Non sarebbe mai appartenuto a nessuna donna, perché aveva qualche altra fede suprema – come l’arte per un pittore l’avidità per un uomo d’affari, la nazione per un patriota, la rivoluzione per un socialista. Lo avrebbe tenuto a portata di mano, e usato con prudenza, come una droga.

Non che avesse il tempo di accalappiarlo: se ne sarebbe andato fra poco più di un giorno.

Né l’attrazione fisica di Lucy per il suo amante scompare dopo che ella ha compreso che lui ha ucciso suo marito. Benché voglia convincersi che ha dovuto cedere alla violenza, sia pure implicita, magari per proteggere il figlioletto, la verità è che ancora una volta è lei a prendere l’iniziativa, a guidare l’uomo in camera da letto e a concedersi a lui con trasporto: e questo mentre si chiede come possa un assassino essere anche un amante così appassionato, mentre la domanda avrebbe dovuto essere come possa una sposa e madre di buona reputazione andare a letto con l’assassino di suo marito senza esservi affatto costretta da minacce o ricatti. È pur vero che nella sua mente si sta facendo strada l’idea della vendetta: ha deciso di ucciderlo, e ha pensato anche come, usando un fucile che tiene nascosto in casa. Intanto, però, non è ben chiaro se l’idea di andare a letto con Faber sia parte di una strategia per fargli abbassare la guardia e poterlo sorprendere più facilmente, o se questa sia la versione che Lucy racconta a se stessa per avere il pretesto di abbandonarsi ancora una volta alle carezze del suo amante (pp. 335-336):

Lei allungò una mano. Henry gliela prese. Lei tirò dolcemente, e lui si alzò. Lucy lo guidò di sopra in camera, chiuse la porta e si sfilò il maglione dalla testa.

Per un momento lui rimase fermo, guardandole i seni. Poi cominciò a svestirsi.

Entrando nel letto, Lucy pensò: Dio, dammi la forza.  Quella era la pare che temeva di più, che non era sicura di poter reggere: fingere di ricevere piacere dal corpo di lui, mentre in realtà provava solo paura, disgusto e colpa.

Henry venne nel letto e l’abbracciò.

Un momento dopo lei scoprì di non dover fingere, dopotutto.

Per alcuni istanti rimase distesa, rannicchiata nell’incavo del suo braccio, chiedendosi come poteva a un uomo uccidere così freddamene e amare con tanto calore,

Ma invece disse: «Vuoi una tazza di tè?».

Lui fece un largo sorriso: «No, grazie».

«Io sì». I liberò del suo abbraccio   e si alzò. Anche Henry si mosse, ma lei gli posò una mano sul ventre piatto: «No, tu resta qui. Non ho ancora finito con te» .

Lui sorrise di nuovo: «Ti stai davvero rifacendo dei quattro anni perduti».

Non appena fu fuori dalla stanza, il sorriso le si staccò dal volto come una maschera. Il cuore pulsava forte nel suo petto mentre scendeva le scale veloce e nuda.  In cucina mise il bollitore sul fornello e fece tintinnare le tazze di porcellana, per rendere tutto più verosimile. Poi cominciò a vestirsi con gli indumento che aveva nascosto in mezzo al bucato bagnato. Le tremavano talmente le mani che riuscì a stento ad abbottonarsi i pantaloni.          

Sentì il letto di sopra cigolare, e si immobilizzò di colpo, tendendo le orecchie e pensando: resta lì. Ma Henry aveva solo cambiato posizione.          

Adesso era pronta. Andò in soggiorno. Jo dormiva profondamente, digrignando i denti.  Dio mio, fa’ che non si svegli, implorò Lucy. Il bambino nel sonno borbottò qualcosa a proposito di Christopher Robin, e Lucy gli chiuse gli occhi e pregò che stesse calmo.

Lo avvolse ben bene nella coperta, poi tornò in cucina e prese dall’alto della credenza il fucile…

Nelle drammatiche scene finali del romanzo (e del film, che presenta poche variazioni rispetto al resto) Faber si rende conto della volontà di Lucy di ucciderlo, e avrebbe più volte l’occasione di sventare il pericolo, colpendola per primo; ma il sentimento che prova verso di lei glielo impedisce, e così invece di eliminarla, come ha sempre fatto in simili situazioni, si limita a voltarle le spalle e a correre verso la scogliera, mentre il sommergibile venuto a raccoglierlo si trova già in vista e non attende altro che di prenderlo a bordo, con le preziose informazioni militari delle quali egli è in possessoSe davvero Lucy non avesse in mente altro che di proteggere se stessa e la vita di suo figlio, potrebbe lasciarlo andare, poiché si è resa perfettamente conto che egli non rappresenta in alcun modo una minaccia e desidera solo allontanarsi; ma una forza potente la spinge ad inseguirlo, a braccarlo, a non dargli tregua, come il cacciatore con la sua preda. Ha deciso che quella folle corsa lungo la spiaggia dell’isola dovrà terminare con un sacrificio espiatorio, e che quell’uomo che l’ha posseduta, e che le ha dato un piacere così grande, ma che ha anche ucciso suo marito e ora sta tramando ai danni della sua patria deve morire. Solo così saranno placati i suoi lacerati rimorsi, i suoi struggenti sensi di colpa e l’auto-disprezzo che la tormenta; solo così potrà ritrovare un minimo di rispetto per se stessa. Non sarà un’azione in qualche modo difensiva, dunque: ma una fredda esecuzione capitale, dettata più da un nodo di conflitti interiori che da una chiara volontà di punire un assassinio. La sola differenza della sceneggiatura del film rispetto al romanzo è che in quest’ultimo lei uccide Faber scagliandogli contro una pietra che gli fa perdere l’equilibrio e lo fa precipitare giù dalla scogliera, invece nel film lo uccide a colpi di pistola mentre lui sta già salendo a bordo di una barca che di lì a pochi minuti lo avrebbe portato in salvo, con la torretta dell’U-Boot che emerge dalle acque a poche centinaia di metri (pp. 365-366):

Henry stava correndo verso la scogliera. L’U-Boot era ancora là, forse a mezzo miglio dalla costa. Henry raggiunse l’orlo della scogliera e si calò giù. Stava tentando di arrivare al sottomarino a nuoto.

Lucy doveva fermarlo.

Dio mio, basta, implorò. Saltò dalla finestra, incurante delle grida di suo figlio, e corse dietro a Henry.

Quando raggiunse l’orlo della scogliera si sdraiò e guardò sotto. Lui era a mezza strada tra lei e il mare. Alzò gli occhi e la vide, restò immobile per un momento, e poi cominciò a muoversi più veloce, pericolosamente veloce.

Il suo primo pensiero fu quello di scendere dietro a lui. Ma che poteva fare dopo? Anche se l’avesse preso, non poteva fermarlo.

Il terreno sotto di lei si smosse leggermente. Balzò indietro, impaurita che cedesse e la facesse cadere giù dalla scogliera.

Questo le dette un’idea.

Batté sul terreno roccioso con entrambi pugni.  La terra sembrò franare un po’ di più, e apparve una fenditura . Con una mano si tenne all’orlo e ficcò l’altra nella crepa.

 Un pezzo di terreno gessose grosso come un melone venne via nelle sue mani.

Guardò da sopra l’orlo e fissò Henry.

Prese attentamente la mira e lanciò la pietra.

Parve cadere molto lentamente. Lui la vide arrivare, e si coprì la testa con un braccio. Sembrò che la pietra l’avesse mancato.

Passò a pochi centimetri dalla sua testa, e lo colpì alla spalla sinistra.  Lui si stava tenendo con la sinistra. Parve perdere la presa. Rimase in equilibrio precario per un attimo. Con la mano destra, quella ferita, cercò a tentoni un buco. Poi si sbilanciò in fuori, lontano dalla roccia, agitando freneticamente le braccia, finché i piedi non scivolarono via dalla stretta sporgenza e a un tratto  rimase come sospeso a mezz’aria: e infine cadde come una pietra sulle rocce sottostanti.

Non emise nessun suono.

Si abbatté su uno scoglio piato che sporgeva sopra il livello dell’acqua. Il rumore che il corpo fece sbattendo sulla roccia fu nauseante. Giaceva là sulla schiena  simile a una bambola rotta, con le braccia allargate, e la testa rovesciata.

Qualcosa di orribile uscì da lui spargendosi sullo scoglio, e Lucy distolse lo sguardo.

L’aveva ammazzato.

Concludendo. L’adulterio è una colpa, ma ci si può perdonare, specie se si chiede perdono a Dio. L’autore della storia, un protestante fanatico, non conosce questa via. A Lucy perciò, come ad altre donne, non resta che vendicarsi per trasferire sull’altro l’odio di sé. Facile: ma non spegne il rimorso.

Chi sceglie questa via, sceglie l’inferno: introietta più sensi di colpa di quanti ne possa esorcizzare. La sola strada onesta consiste nell’assumere la propria responsabilità e ammettere: sì, l’ho voluto io.

Del 16 Novembre 2021

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