mercoledì, 8 Dicembre 2021
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Quattro passi nel mondo inquietante di Colin Wilson

Tra filosofia e visione mistica: alla ricerca della rivelazione totale? Un pò underground un pò New Age: l’itinerario spirituale, meriti e limiti dello scrittore Colin Wilson di Francesco Lamendola 

La figura e l’opera di Colin Wilson (Leicester, 26 giugno1931-Sanit Austell, Cornovaglia, 5 dicembre 2013), autore notissimo nel campo del mistero e del paranormale, ma anche dell’occultismo, della gnosi, dell’esoterismo, del misticismo, sono quasi un’unità inscindibile: dietro gli oltre cento volumi da lui scritti s’intravede l’itinerario spirituale dell’autore, perennemente assetato di verità, perennemente alla ricerca di una rivelazione che dia un significato alla vita umana e la trasporti su d’un piano più elevato di quello, prosaico, dell’esistenza di tutti i giorni. Egli stesso si definiva un filosofo, impegnato a creare un esistenzialismo nuovo improntato all’ottimismo, e la sua filosofia come un esistenzialismo fenomenologico.

È impossibile fare un elenco, sia pure ridotto, dei suoi libri di saggistica sui temi sopra menzionati: si è occupato di Poltergeist, di Gurdijeff, di Ouspenskij, di Rudolf Steiner, dello spiritismo, di magia, di alchimia, di medianità, di Uri Geller, di Aleister Crowley di criminologia, di Jack lo Squartatore, della Sfinge, di Atlantide, di Rasputin; e insieme al figlio Damon ha compilato una ricca ed eccellente enciclopedia dei misteri irrisolti della storia. Tuttavia la sua personalità inquieta e poliedrica emerge con più evidenza nei non pochi romanzi, tutti ispirati alle stesse tematiche e in particolare alla ricerca spirituale. A parte un romanzo di fantascienza mista al genere horror, come I vampiri dello spazio (1976) dal quale è stato tratto anche un film che a suo tempo riscosse un discreto successo (regia di Tobe Hooper, 1985: titolo originale: Space Vampires), quasi tutti gli altri vertono sul tema della ricerca spirituale e della ricerca del vero sé da parte di protagonisti che si distinguono per essere degli outsider, cioè delle persone non bene inserite nella società, dominate dalla febbre di fare esperienze e comprendere le cause ultime del reale, e che vivono in modo eccentrico dal punto di vista delle persone comuni, senza curarsi delle apparenze o cercare un posto di lavoro sicuro. A questo filone appartengono The Outsider (1956), Ritual in the Dark (1960), The Mind Parasites (1967) e alcuni altri.

Così descrive all’inquietante Austin Nunne la propria visione del mondo e la propria ricerca interiore Gerard Sorme, il protagonista di Riti notturni, trasparente proiezione dell’autore, un ventiseienne introverso e solitario che vive leggendo, scrivendo articoli e libri e dedicandosi alle ricerche spirituali grazie a una piccola rendita familiare che gli consente di vivere da outsider, senza doversi legare ad un lavoro regolare (Da: C. Wilson, Riti notturni; titolo originale: Ritual in the dark, Londra, Gollancz, 1960; traduzione dall’inglese di Aldo Rostagno e Diamante Cornaggia Medici, Milano, Lerici Editori, p. 21):

Parlami del tuo romanzo, disse Nunne [incentrato sul ballerino e coreografo russo V. F. Nizinskij, 1889-1950].

Non posso. Non è proprio su Nijinsky. È sulla sua concezione della vita.

E cioè?

Credeva in se stesso, ecco. La maggior parte delle persone non crede in se stessa.

Altra gente era entrata nel bar, uomini d’affari. Anche una giovane coppia; lei aveva la pelliccia.

Sorme sentiva un crescente desiderio di parlare, represso soltanto dal timore di annoiare Nunne. Si piegò sul tavolo, verso di lui, disse:

Se penso a Nijinsky e poi guardo questa gente, rimango perplesso. Nel suo “Diario”, se ricordi, dice: «La vita è difficile perché nessuno ne conosce l’importanza». Me lo figuro a passeggiare di notte per le strade, un po’ come una pentola a pressione che stia per scoppiare.

Si interruppe; vedeva Nunne attentissimo; lo stava ascoltando con una serietà che lo lusingava.

Ecco, io la vedo così. Ammettiamo che alla fine della vita si abbia una visione di tutto – di tutto l’universo, nello stesso istante, Una specie di visione di Dio. Questo giustificherebbe ogni cosa.  Se si potesse avere una visione del genere, questo cambierebbe il mondo. Si vivrebbe come degli ossessi, come degli invasati. Perché qualcosa che prima non aveva un significato, ora avrebbe un significato. Guarda. Nessuna di queste persone vive una vita INTERA. Vivono soltanto un po’ di giorni per volta. È come non fare mai un pasto completo, ma prendere un boccone ogni tante ore. O come ascoltare una sinfonia, non tutta filata, ma due o tre note per volta, distribuite così per dei mesi. Ecco come vivono. Be’, sì, c’è anche chi non vive così.

E alla domanda, ancora più esplicita, formulata da un acuto sacerdote, padre Carruthers,  su che cosa  lo interessi di più nella vita, su che cosa egli desideri veramente, Gerard Sorme risponde così (op. cit. pp. 88-90):

Direi che tutta la mia vita fa perno intorno a un’idea. L’idea di una visione. Non voglio dire… il genere di visione che hanno i santi. Non quel genere lì. Un’altra cosa.

Potrebbe spiegarsi un po’ più chiaramente?

Posso… posso darle un esempio di quello che voglio dire A volte mi sveglio di notte, con una specie di presentimento. Poi mi sento come arbitrario. Assurdo, in certo qual modo. Mi chiedo, «Chi sono io?» e «Cosa ci sto a fare qui?». Sento che prendiamo la vita troppo per dovuta. La nostra stessa esistenza prendiamo per dovuta. Ma forse NON è naturale, esistere. Mi è successo l’altra notte. Ci si rende conto di quanto si prenda per dovuto, e viene una gran paura di non avere il diritto di prendere alcunché per dovuto. Capisce cosa voglio dire, padre?

Guardò Carruthers e capì subito di essersi cattivato la sua attenzione. Cominciò a sentirsi meglio. Il prete disse:  Capisco. Continui pure.

Questo è un aspetto della questione. Poi ce n’è un altro, che credo sia completamente diverso. Un paio di mesi fa raccattai una ragazza in un caffè: La conosco di vista – studia alla Slade School. Tornai a casa e me la portai a letto, e tutto andò bene. Ma la seconda volta che sono andato a letto con lei, è successa una cosa strana. Tutt’a un tratto non ne avevo più voglia. Non saprei bene perché. Restai sdraiato così, accanto a lei, sentendo un’assoluta mancanza di desiderio di far l’amore.

Dev’essere stato un po’ imbarazzante.

Sì, ma ecco la cosa strana. Ero lì tutto imbarazzato, cercando di capire cosa era successo. Mi vergognavo, e mi sentivo irritato. Non è che non volessi la ragazza. Vi era un qualcos’altro  in contrasto, dentro di me. E così restai lì, cercando di scoprire cosa fosse quest’altra emozione. E all’improvviso mi sentii terribilmente eccitato. Era una sensazione così forte che pensai che non avrei mai più voluto dormire. Non corrispondeva a niente in particolare. Mi fece venire in mente la matematica. Pensavo: «Sono qui, a letto, in mezzo a Londra, con tre milioni di persone che dormono intorno a me, e un passato che si stende fino al tempo in cui i romani costruirono la città, su una palude malsana…». Non riesco a spiegare cosa sentivo. Era un senso di PARTECIPAZIONE a tutto quanto. Volevo vivere un milione di volte più di chiunque altro. Sa cosa voglio dire, padre?

Credo di sì.

Era eccitante, capisce. Di colpo fui conscio di quanta gente e di quanti posti ci fossero al di fuori di me.

Ma lei ha accennato alla matematica. Perché la matematica?

Be’… perché pensavo alla matematica. Almeno, non è che AL PRINCIPIO pensassi alla matematica. Mi sentivo irritato con la ragazza e col fatto che lei volesse che facessimo l’amore. Poi mi venne in testa una cosa che avevo etto quel giorno in un libro sulla magia. Di una donna che si chiamava Isobel Gowdie che dichiarò di aver avuto dei rapporti sessuali con dei demoni, con suo marito che le dormiva accanto…

E cos’è che le ha fatto venire in testa quello?

La ragazza che era a letto con me. È una ragazza viziatissima, nevrotica, una ninfomane. Tutt’a un tratto sentii nausea per il suo tasteggiare senza calore, per la sua insaziabile voglia di sesso. Faceva l’amore per la stessa ragione per cui fumava a catena. La noia.  Fu allora che mi venne in mente Isobel Gowdie. Almeno per lei il sesso aveva un SIGNIFICATO. Voleva essere posseduta dal demonio. Probabilmente  si scocciava a morte in una fattoria in Scozia, lontana da tutto e da tutti. E allora ha inventato diavoli e demoni.

Finché, una notte, spinto da una forza misteriosa a salire sul tetto del palazzo nel quale occupa una camera in affitto e perso nella contemplazione dello spettacolo della metropoli avvolta dall’oscurità, Gerard Sorme ha una sorta di rivelazione di se stesso, nonché di quel che da tanto tempo andava affannosamente ma confusamente cercando, sia nei libri che negli incontri con persone più o meno stravaganti (op. cit., pp. 184-185):

I suoi pensieri erano controllati, limpidi e decisi. Quelle che erano le sue sensazioni, da cui scaturivano i pensieri, fluivano calme e sicure. Erano rivolte a un’immagine di gratitudine, di reverenza, di affermazione; questa immagine divenne una cattedrale, più grande di qualsiasi cattedrale mai vista, simbolo dell’invisibile. Pensò: cinque anni mi ci son voluti per arrivare a questo. A questa visione di tutto il sapere, di quello che l’uomo è arrivato a compiere con la sua immaginazione e il suo coraggio. Non la visione del mistico, ma quella del filosofo, libero da trivialità e contingenze. Io sono il dio che dimora nell’occhio, e sono venuti ad arrecare diritto e verità a Ra. Ma quante colte? Mezza dozzina di volte in cinque anni. E ora, stimolato da un pederasta sadico [Austin Nunne] e da una ragazzina infatuata [Caroline, una lontana parente di Nunne]. Nunne riesce dove Plotino fallì.

Si mise a ridere, sussultando con la schiena contro le tegole, e puntandosi con i piedi divaricati. Si accorse allora di avere freddo. Rimpianse di non aver pensato a portare il cappotto.

Non riuscirei mai a essere uno “yogi”. Non ho abbastanza pazienza. O forse ci vuole un clima più caldo. Intensità di vita. I monasteri dell’Imalaia. Un vecchio con lo sguardo fisso in direzione dell’alba, col viso segnato dai solchi della forza di volontà. Senza paure davanti ai mille e seicento metri di strapiombo, giù verso la vallata. Isaia o Michelangelo. Tiene nelle proprie mani il volere del mondo, al di là della tragedia A oriente, sottile come un tratto di matita, una linea di luce all’orizzonte.

Per cambiare. Per cambiare. Per diventare che cosa?

Gli venne alla mente l’immagine di Caroline, e il ricordo, lì per lì, gli fu sgradevole. L’invisibile, l’avventura dell’immaginazione, ecco quello che ei proprio non simboleggiava. Come Kay, la ragazza della Slade School, era un ideale che lei offendeva. Quel caldo corpo rapace, quel desiderio di essere posseduta. La sua vitalità animale lo derubava della sua tensione come un “filo a terra”.

Per cambiare. Ma non un cambiamento fisico. Solo una costante intensità di immaginazione, che non esigesse alcun simbolo di cattedrale per essere sorretta e mantenuta viva. Isobel Gowdie, la formosa sposa del colono, smaniosa e protesa verso l’astratta diabolica presenza che la possederà, i caldi umori del suo corpo fluenti a far penetrare in lei il demone incorporeo. Per sfuggire al tedio diurno di una fattoria sparsa in Scozia, la trappola del tempo. Il simbolo del’invisibile Essendo l’invisibile tutto ciò che non si può vedere al momento. Fino a che la coscienza non si allarga ad abbracciare tutto lo spazio e il tempo passato, Osiris sventra il nembo della tempesta, nel cuore del cielo, e si è esso stesso affrancato; Orus si rafforza felicemente ogni giorno. Perché questa trappola del tempo? Perché questa limitazione? Legami invisibili, legami non esistenti, legami che non possono venire spezzati perché non esistono. Esseri umani come cavalli con i paraocchi.

Avendo letto o consultato numerosi libri di Colin Wilson e avendone apprezzato la sostanziale onestà intellettuale, la scrupolosità dell’informazione, la precisione dei dati, la chiarezza espositiva e la metodicità, vorremmo dire pedagogica, che li caratterizza, pensiamo di poter trarre qualche conclusione generale circa la sua attività di scrittore, l’influenza che ha esercitato sul pubblico e la natura della problematica filosofica e spirituale che egli ha messo al centro della sua riflessione, tanto che non è eccessivo affermare che con tutta la sua sterminata produzione, pur attraverso la varietà dei titoli e degli argomenti, in ultima analisi è come se avesse scritto sempre lo stesso libro. Ci sono pochi autori più coerenti e unitari di Colin Wilson, specialmente se si considera l’apparente, estrema varietà delle problematiche da lui affrontate; in pratica, egli è rimasto sempre fedele alla stessa idea, da giovane fino alla vecchiaia, e ha continuato a scavare e approfondire, con l’ostinazione e la perseveranza del mastino che ha fiutato la preda e non intende perderla di vista neanche per un attimo. Al tempo stesso, la sua opera offre un ampio spaccato di un certo filone culturale un po’ underground, un po’ New Age, con tutte le sue tensioni ideali, le sue contraddizioni pratiche e teoriche, le sue pose e le sue ingenuità, tipico specialmente degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, e che anche in seguito ha conservato una sua vitalità e una sua cerchia di affezionati cultori: quello della spiritualità “alternativa”, della ricerca della rivelazione ultima per mezzo di vie e tecniche diverse da quelle insegnate dalla Chiesa e praticate dai mistici e dai santi del cattolicesimo. In questi senso, crediamo di poter cogliere delle affinità fra Colin Wilson e i poeti decadentisti di fine’800, in particolare Rimbaud: al di là del fatto che egli è molto lucido e razionale nella sua ricerca, la meta sembra essere pressoché identica: la ricerca di un’illuminazione che renda ragione di tutte le contraddizioni dell’esistenza, che sciolga i nodi irrisolti della sofferenza e dell’incertezza esistenziale, e che in definitiva trasporti la vita su di un piano più elevato, più nobile e puro, dove non hanno alcuna importanza le preoccupazioni di ordine pratico e utilitaristico, ma la sola cosa che conti è la comprensione simultanea, totale e ineffabile della realtà.

E adesso, dopo aver ricordato alcuni meriti e alcune innegabili qualità del lavoro e della ricerca di Colin Wilson,  vediamo quali sono i suoi limiti e le sue manchevolezze. In primo luogo, egli cerca la rivelazione totale, e l’attende da una sorta d’illuminazione interiore, da un’improvvisa espansione della coscienza, che faccia sentire l’individuo in strettissima unione con tutto ciò che esiste. Dice anche che questa è una visione filosofica: Non la visione del mistico, ma quella del filosofo, libero da trivialità e contingenze; e probabilmente è in questo senso che egli si considerava anzitutto un filosofo. In realtà, la filosofia non è questo: la filosofia è la ricerca razionale, basata sulla logica, del vero, fino alle radici ultime degli enti e delle loro cause,  nonché della causa prima di tutto ciò che esiste. E questo non ha niente a che vedere con l’illuminazione improvvisa che scaturisce da una visione interiore, che è un’esperienza mistica. Non si devono confondere le due cose: una strada  è quella dell’indagine razionale; un’altra è quella della rivelazione mistica. Il punto d’arrivo può essere lo stesso, ma la strada per arrivarci è del tutto differente. È strano che Colin Wilson, avendo dedicato tutta la sua vita a una tale ricerca, non lo abbia compreso.

Poi c’è il fatto che egli cerca una visione totale, sì, ma laica: non gl’interessa quella della religione cristiana. Non spiega perché, ma il fatto è quello. Ora, la visone arriva o non arriva, ma di certo non la si può programmare, tanto meno le si possono dettare in anticipo le regole. Nessuno può pretendere di avere una visione che risponda alle proprie aspettative: la visione mistica, per definizione, supera e annulla tutto ciò che l’individuo sapeva o credeva di sapere prima di farne la sconvolgente esperienza. A ciò si aggiunga che, per Wilson, pare che non ci sia molta differenza fra la visione del mistico e quella dell’occultista o magari del satanista: gravissimo errore. Ciascuno trova ciò che sta cercando; e ciò che cerca il mistico è cosa ben diversa da ciò che cercano l’occultista o il satanista. Non esiste una tecnica neutra e oggettiva della visione: non esiste una visione neutra; la visione  è sempre visione di ciò che appare a colui che cerca, e se colui che cerca è animato da intenzioni pure o impure, generose o egoistiche, buone o malvagie, la visione che arriverà in premio al suo lungo cercare non sarà di certo la stessa per entrambi. Di nuovo, sorge spontanea la domanda: come è possibile che uno studioso che ha dedicato l’intera vita a questo genere di studi non abbia capito una cosa tanto elementare?

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 18 Novembre 2021

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