mercoledì, 8 Dicembre 2021
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Il vero pastore nella vera crisi: Pio X e il modernismo

Il vero pastore nella vera crisi: “Pio X e il modernismo”. Che cosa volevano i “modernisti”? Se Dio lo si trova nella soggettività del sentimento, allora la fede è qualcosa di aleatorio, di evanescente: oggi c’è, domani non c’è di Francesco Lamendola  

È penoso vedere come gli storici di area cattolica, spesso sacerdoti, trattano la personalità e l’opera di san Pio X, specie quando si arriva al nodo della lotta contro il modernismo. Partono da un assunto ideologico tipico della mentalità del Vaticano II e più in generale degli anni ’60 del secolo scorso: è proibito proibire. Chi proibisce qualcosa è un reazionario, un oscurantista e naturalmente un ottuso: bisogna lasciare sempre la massima libertà, anche la libertà di contestare i fondamenti. I modernisti peraltro non erano dei contestatori radicali, essi affermano, ma solo dei teologi, dei sacerdoti e dei laici che chiedevano un po’ di libertà; libertà di leggere le Sacre Scritture, di concepire il rapporto con Dio, d’interpretare la figura di Gesù Cristo, e così via. Quel che non dicono, perché non ne hanno la franchezza e la lealtà, è che le idee moderniste hanno trionfato, moltiplicate per mille, appunto col Vaticano II; che Giovanni XXIII, l’ideatore dl Concilio, era un modernista, amico di Ernesto Buonaiuti e dell’altro modernista, il cardinale Montini; e che con lui tutti i modernisti che avevano dovuto mordere il freno sotto san Pio X e poi anche sotto Pio XI e Pio XII, si presero la loro grande rivincita e videro proclamate dalla stessa autorità ecclesiastica le eresie per le quali erano stati condannati nel 1907. Inevitabilmente san Pio X appare a tali studiosi come il ritardatario della storia, colui che voleva fermare la ruota del progresso; un patetico ex parroco di campagna con il paraocchi, un uomo culturalmente modesto, che non era all’altezza di capire le sottigliezze di un Loisy, di un Tyrrell, di un Buonaiuti. Bontà loro, gli riconoscono di essere stato in buona fede; perfino un buon prete e un uomo personalmente puro e disinteressato; ma insomma giudicano che fu un intralcio e che anche per colpa sua il famoso ritardo di due secoli della Chiesa cattolica rispetto al mondo moderno, di cui parlava il cardinale Martini, non solo non si era colmato, ma si era ulteriormente accresciuto.

Che cosa volevano, in fondo, i modernisti? Solo un poco di libertà; un poco di attenzione per la cultura moderna, e il diritto, per così dire, di “sentire” l’esperienza religiosa a modo loro, come fatto del sentimento più che della ragione. Niente di speciale, insomma: solo scalzare le basi stesse della fede cattolica e rovesciare silenziosamente i capisaldi della dottrina. Se Dio lo si trova nella soggettività del sentimento, allora la fede è qualcosa di aleatorio, di evanescente; oggi c’è, domani non c’è: non si può pretendere che ci sia sempre, perché in fondo è l’uomo che cerca Dio, non Dio che si rivela all’uomo. Prima eresia. E se Gesù era un uomo la cui divinità non è una verità di fede, ma tutt’al più un’opinione personale, allora anche la Resurrezione è solo un simbolo, per non dire una pia illusione; e l’umanità non è redenta dal peccato, ma giace ancora e sempre sotto il dominio di Satana. Seconda eresia. Infine se la Scrittura va letta e interpretata alla luce della scienza, della filologia, dell’evoluzionismo, si può bene capire che tutta la dimensione sopranaturale sparisce, si dilegua come un’ombra del passato; restano solo dei fatti nudi, bisognosi di verifica  minuziosa, secondo i più esigenti criteri della filologia, dell’archeologia, delle scienze bibliche e delle lingue antiche: solo chi conosce il greco, l’aramaico e l’ebraico può capire veramente cosa c’è scritto nei Vangeli; e la fede diventa un fatto tecnico, da lasciare ai tecnici, i quali certamente ne sanno più dell’uomo comune.  Terza eresia.

Se gli storici di area cattolica, ma anche quelli di area laica, avessero un minimo di onestà intellettuale, dovrebbero dunque riconoscere che san Pio X fu un gigante, proprio a causa del fatto che vide e valutò in tutta la sua portata il tremendo pericolo modernista; vide che, dietro apparenze dimesse e quasi minimaliste, i modernisti portavano dentro la Chiesa, subdolamente, fraudolentemente, lo spirito della dissoluzione più radicale; che le loro idee, peraltro confuse e sovente contraddittorie, e tuttavia tenute insieme da un fondo comune, lo spirito di rivolta contro il magistero di sempre, se fossero state tollerate, avrebbero condotto la Chiesa alla distruzione, e la fede alla scomparsa pressoché totale, o alla sua sostituzione con un vago sentimentalismo, con un atteggiamento falsamente devoto, nel quale una sola cosa rimane salda e certa: l’orgoglio umano. Con estrema chiarezza, infatti, san Pio X vide anche da dove partiva il male: dalla mancanza di umiltà; dalla maniera presuntuosa con la quale molto preti e fedeli moderni si pongono di fronte alla Rivelazione, e alla loro idea, talvolta dichiarata, talvolta sottintesa, che la fede cattolica non può essere accettata integralmente da uno spirito moderno, perché lo spirito moderno, che sa tante più cose di quante ne sapevano gli uomini di una volta, non si contenta più di credere per fede, e sia pur su una base perfettamente ragionevole e razionale, come ha dimostrato con esemplare finezza il più grande filosofo cristiano di tutti i tempi, san Tommaso d’Aquino; no, essi possono credere solo da cristiani adulti e consapevoli, e dunque, come insegna Rudolf Bultmann, via tutto ciò che sa di mito, e avanti solo ciò che la mentalità positivista può tollerare senza soccombere a una crisi di allergia.  E se Dio che si fa uomo e soffre e muore nella carne, per poi risorgere, risulta incompatibile con la mentalità moderna, allora bisogna rinunciare a tale idea: i protestanti, del resto, che erano assai più avanti dei cattolici, non avevano formulato la tesi, per bocca di Albert Schweitzer, che se la critica storica dovesse concludere sulla insufficienza dei documenti provanti l’esistenza di Gesù Cristo, allora il cristianesimo dovrà fare a meno anche di Lui?

Scriveva il francescano Vittorino Facchinetti nel suo libro L’anima di Pio X (Milano, Società Editrice Via e Pensiero, 1935, pp. 263-269):

La vigilanza, le censire non valsero ad arrestare la nuova eresia che, nella sua marcia disastrosa, suscitava scandali, provocava discordie, attraendo nella propria orbita gruppi sempre più numerosi d’anime. È allora che il Pontefice, straziato nelle fibre più intime del cuore, dinanzi al dilagare di tanto male, “infremuit spiritu” si potrebbe dire, come Gesù nell’Evangelo, e decise di agire cin tutta la sua apostolica franchezza.

Diamo nel 1907, l’anni più infausto pel modernismo, che fu colpito in pieno da ben tre solenni documenti, uno più grave dell’altro.

Mi hanno riferito che, verso quell’epoca un girono Papa Sarto ricevette in udienza privata un religioso, oratore di grande fama, il quale, accennando alle nuove correnti spirituali, ebbe l’ingenuità di dirgli:

– Santo Padre, bisogna tendere le reti, altrimenti i pesci se ne fuggono via.

– Questo è affare mio – rispose dignitosamente il Pontefice – perché Gesù Cristo ha affidato a me, e non a voi, la barca  del pescatore e le sue reti…

Il 4 luglio 1907 usciva il Decreto ”Lamtenatbili sane exitu” della Sacra Romana ed universale Inquisizione (Sant’Ufficio), col quale si condannavano ben sessantacinque proposizioni erronee, ricavate da pubblicazioni dei più famosi e popolari modernisti. Riguardavano quasi tutte le Sacre Scritture e il modo d’interpretarle indipendentemente dal magistero infallibile della Chiesa, l’evoluzione dei dogmi, la divinità di Cristo, l’origine e la natura dei sacramenti. (…)

Invece, purtroppo, è forse  noto ai lettori, né i capi – il Loisy, l’Houtin, il Le Roy, di cui erano particolarmente prese di mira le tesi ereticali – né i loro adepti mostrarono di rinsavire. Ché, anzi, la stirpe modernista, irritata e furibonda  si avventò, attraverso la stampa liberale e anticlericale, contro l’invitto  Pontefice, insolentendo volgarmente e chiedendo, per così dire,  con iattanza, a lui  ed alla Chiesa, le loro credenziali.

Il Servo di Dio taceva, prega e meditava. La convinzione di essere in quel punto l’esecutore della volontà dell’Altissimo gli dava forza a non indietreggiare d’un passo; anzi lo costringeva a condurre la campagna fino in fondo per difendere il tesoro della fede e rendere omaggio alla verità: preparava, nel silenzio e nel raccoglimento, la più bella apologia del Credo  e della morale cattolica nei tempi moderni.

Una mattina, in cui venne sorpreso dal Segretario di Stato intorno a questo suo lavoro, gli mostrò quanto stava scrivendo: poi, raccogliendosi, esclamò: «Ora bisogna agire da papa!». Altre volte invece fu udito ripetere: «Verrà presto il giorno in cui metteremo il piviale!», intendendo dire, con queste enigmatiche espressioni, che avrebbe agito con pienezza d’autorità e di infallibile magistero.

Ed ecco la mattina dell’8 settembre 1907 – poco più di due mesi dopo il primo Decreto – uscire l’Enciclica “Pascendi Dominici gregis”, la più ampia ed organica esposizione del modernismo, definito «la sintesi di tutte le eresie: nemo mirabitur si sic illud definimus, ut omnium haereseon conclectum esse affirmemus». (…)

Le cause di tanti traviamenti Pio X le trova nella curiosità indiscreta e soprattutto nell’orgoglio intellettuale da una pare e nell’ignoranza nella dottrina ecclesia stia, nonostante l‘erudizione nelle altre branche del sapere, dall’altra.

Quanto ai rimedi, il Papa suggerisce lo studio della filosofia scolastica, della teologia e delle discipline profane, ma senza detrimento degli studi sacri. E poiché «non bisogna tergiversare più oltre» a combattere l’errore ed è necessario «por mano a misure più energiche», suggerisce agli Ordini vari provvedimenti disciplinari per reprimere l’eresia ed impedire che maggiormente si diffonda.

Il poderoso documento giunse, si può dire, inaspettato come la folgore, non solo a coloro che non erano al corrente di tanto male, ma agli stessi modernisti, che si servirono della solita stampa per un’alzata di scudi. Ancora una volta ci fu chi prese la penna per vilipendere ed insultare iniziando una vera campagna di svalutazione degli Atti Pontifici; ma la maggior parte si limitò a condannare il papa – e il suo Segretario e Ministro di Stato, Merry del Val, ritenuto l’ispiratore e il maggior responsabile della lotta – come un reazionario pedante, contrario al progresso ed alle conquiste della scienza.

Da questa pagina esce un ritratto fedele, lineare, coerente e appassionato di san Pio X e del suo atteggiamento non solo verso il modernismo, ma in genere verso tutto ciò che attiene ai suoi doveri di Pontefice. Egli aveva, giustamente, un’altissima idea della missione del successore di san Pietro: e non scordava mai che il suo dovere numero uno è quello di confermare le anime nella fede e di combattere strenuamente tutto ciò che può turbare, incrinare indebolire, falsificare tale fede. Questo è il dover principale del Papa, e in altro, Se poi un santo, benissimo; se è un uomo particolarmente colto, bene anche quello; se è pieno di zelo e di carità, ottimo. Ma la cosa più importante, la ragione per la quale è stato eletto dal collegio dei cardinali, è difendere e diffondere la fede: benedire le anime, fortificarle, aiutarle ad affrontare tutto ci che, nel mondo, riesce di ostacolo alla fede: insomma, l’esatto contrario di quel che hanno fatto i Papi dal Concilio in poi, da Giovanni XXII a Bergoglio. Per san Pio X in ci sono dubbi, né esitazioni: il Papa deve fare ricorso a tutta la sua autorità e deve anche saper essere severo, di una severità intransigente, quando è in giovo la salvezza delle anime: perché ciò che attenta alla fede è un pericolo per la salute eterna, e la Chiesa esiste per condurre le anime verso quest’ultima meta; in per discettare sui massimi problemi o per disperdersi nei mille rivoli della bontà, e magari del buonismo, nella dimensione aleatoria e contingente della vita. Anche la carità, anche le buone opere, anche lo sforzo per costruire una società migliore, un mondo migliore, non devono e non possono prescinde da questo orizzonte: la saldezza della fede, la dimensione dell’eterno, la Speranza cristiana, che è attesa fiduciosa di ciò che Cristo ha insegnato riguardo alla vita eterna e al destino finale dell’uomo.

San Pio X, uomo del Veneto profondo, della campagna, del popolo lavoratore, del buon senso contadino, aveva visto giusto; mentre Giovanni XXIII, Paolo VI e tutti gli atri hanno visto male o, peggio, sono stati parte consapevole di un vero e proprio tradimento nei confronti della Chiesa e di un inaudito attentato al destino eterno delle anime. Un Papa non può, non deve assolutamente essere tollerante verso l’errore. Se oggi siamo arrivato al punto che certi teologi negano apertamente la divinità di Cristo; che un papa (o presunto tale) dichiara che le Persone della Santissima Trinità litigano in privato tutto il tempo; che un idolo pagano viene intronizzato nella Basilica di San Pietro; se oggi accadono queste cose, e altre non meno scandalose, tutto ciò parte dalla falsa bontà e dalla falsa tolleranza di Giovanni XIII e dalle false idee diffuse dal Vaticano II, a cominciare dalla libertà religiosa e dal valore intrinseco delle false religioni. È stata una tragedia per la Chiesa il fatto che dal 1958 non ci siano stati più dei veri Papi a custodire la fede, bensì dei demagoghi desiderosi di avere il plauso del mondo. Ma era inevitabile: dal 1958 è la massoneria a comandare in Vaticano.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 24 Novembre 2021

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