domenica, 26 Giugno 2022
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Perché tanta acredine verso Alfredo Panzini? di Francesco Lamendola

Un vecchio vizio della cultura progressista: quando il pubblico italiano è migliore dei critici che danno la pagella agli scrittori in base ai loro preconcetti ideologici di sinistra di Francesco Lamendola  

Ma infine che avrà fatto di così grave il povero Alfredo Panzini; di quali terribili colpe si sarà macchiato nella sua onorata attività di scrittore, da meritarsi tanta acredine e tanta spietata severità di giudizi, ancora parecchi decenni dopo la morte? La sua fama, come sovente accade, ha attraversato tre fasi. In vita (Senigallia, 31 dicembre 1863-Roma, 10 aprile 1939) è stato considerato un importante scrittore, uno dei maggiori romanzieri che il nostro Paese potesse vantare. Dopo la guerra, e per un trentennio circa, è stato ancora ricordato, sì, anche nelle antologie scolastiche (che sono per così dire il termometro della fama di uno scrittore), ma evidenziandone in maniera sempre più implacabile e, da ultimo, quasi risentita, i limiti e i difetti, veri o presunti, e soprattutto la mancanza di sincerità e autentica ispirazione poetica. Infine, a partire dagli anni ’80, l’eclisse, l’oblio, il silenzio tombale: sicché siamo convinti che in linea di massima uno studente liceale, e anche uno universitario, ai nostri giorni ignorano perfino il suo nome, mentre possiamo star ben certi che non ignorano quello di Moravia, né quello di Pasolini, e neppure quello di Dario Fo: vuoi mettere, un Premio Nobel per la Letteratura, ma soprattutto un autore che è stato un militante dichiarato e coccolato della sinistra più radicale! Mentre Panzini, al suo attivo, cosa ha da vantare quanto a benemerenze sociopolitiche? Poco o niente, anzi assai peggio che niente: è stato tra i firmatari (orrore!), nel 1925, del Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Gentile; e se pure la morte alla vigilia della Seconda guerra mondiale gli ha risparmiato l’inevitabile redde rationem e una probabile epurazione dal salotto buono della cultura italiana, resta però un’altra macchia, forse più lieve, ma a suo modo ancor più significativa, agli sguardi giustamente sospettosi ed esigenti degli intellettuali progressisti: aver insegnato per quarant’anni al liceo ginnasio statale Terenzio Mamiani di Roma senza mai fare un accenno critico verso il regime, anzi contribuendo a tirar su due generazioni di studenti allineati al fascismo; e aver ricevuto nel 1929 la nomina ad Accademico d’Italia, che è, dal punto di vista di quegli occhiuti censori e guardiani della purezza ideologica antifascista, una colpa perfino peggiore, in quanto consacrazione ufficiosa al ruolo d’intellettuale organico della dittatura.

Questo il giudizio tranchant su La lanterna di Diogene, e in generale sulla figura e l’opera di Alfredo Panzini, espresso da Angelo Gianni, Mario Balestrieri e Angelo Pasquali nella loro fortunatissima e assai autorevole Antologia della Letteratura Italiana per le scuole medie superiori, Casa Editrice G. D’Anna, Messina-Firenze, 1963, 1967, vol. III, Parte Seconda, pp. 734-735; 741; 744-745):

Oggidì l’amabile e piacevole Alfredo Panzini non gode di una buona stampa; le sue tenerezze nei confronti del buon tempo antico appaiono alquanto sospette; la sua ironia, il suo umorismo, un modo alquanto letterario e sofisticato per nascondere il vuoto, la mancanza d’ogni fede; il suo moralismo alcunché di ambiguo, sempre pronto ad accomodarsi con le verità di Cristo come con quelle di Epicuro, e a corrodere poi sottilmente così le une come le altre; il suo rimpianto per la sanità dei costumi assunto con animo sincero, ma facile a cedere innanzi alle più dolci inverecondie femminili… di ferro c’è soltanto l’intonazione alquanto letteraria e conservativa dell’animo, e il modo un poco aulico e distaccato dello scrivere. Che cosa dunque resta valido nel Panzini? La dissoluzione del racconto, al quale subentra la divagazione tra l’amaro e lo scettico, il giuoco divertito e malinconico dell’io, il gusto della pagina condotta su un filo sottilissimo di aggiunzioni  e riprese, cioè l’avvio a quella “prosa d’arte” che fu uno dei frutti più singolari del Novecento. Inoltre il linguaggio, che è tra i più puri e precisi delle nostre lettere, eppure leggero, senza peso, atto ad esprimere tutte le sottigliezze dei moderni. Senza dubbio non è tutto gratuito quel sorridere e ammiccare, ma spesso variamente sofferto e malinconico; senza dubbio la scrittura panziniana non è sempre perseguita per la “pagina un sé”, come avverrà per molti letterati di ispirazione rondista; molte colte quello scrivere era la spia di una crisi in atto, di una frattura tra l’antico e il moderno, simile per più rispetto a quella partita dai crepuscolari (e in modo assai più teso e drammatico dallo Svevo e dal Pirandello).

La pagina che segue è tra le più sapide del capolavoro panziniano (“La Lanterna di Diogene”, del 1909, una sorta di “Reisebilder” alla Heine, di viaggio senza un itinerario preciso attraverso l’Italia). Il “professore di ginnasio” abbandona Milano in bicicletta, e si propone di raggiungere senza orario e strade obbligate Bellaria, ove l’attende la famigliola. Per strada, lungo gli Appennini toscani, le sue avventure sono quella di un bagno in una vasca, di una refezione in un’osteria rustica, di una siesta meridiana, di un colloquio con un carrettiere… Il tutto con trapassi continui tra il serio e il faceto, e rievocazioni fitte di memorie libresche e poetiche, conforme a quel gusto letterario che persisteva nello scrittore, e lo fece soprannominare “l’ultimo umanista-poeta”. (…)

Accanto alle pagine in cui il sorriso è più gratuito, e il distacco dello scrittore dalla materia più evidente (in cui il letterato e l’umanista sopravvanzano di gran lunga il poeta), sono nel Panzini le pagine di una malinconia più fonda, in cui la scrittura si pone maggiormente come l’indizio di una crisi, di una frattura tra le convinzioni oneste del passato e il sentire più amaro e risentito dei moderni. Da una disgrazia accaduta ai bagni di Bellaria (l’annegamento di un giovane) il Panzini è tratto [nel cap. XVIII] ad alcune considerazioni sulla vanità delle nostre cure; e soprattutto sulle stolte presunzioni dei partigiani ad oltranza del progresso, che ancora una volta inneggiano alle ‘magnifiche sorti’. A Bellaria ha conosciuto uno di questi entusiasti ‘trombettieri della modernità’, l’avvocato Pasqualino, e a lui finge di rivolgersi nel discorso. Ma dalla polemica trapassa alle memorie, al ricordo di una Pasqua recente, quando di proposito il Panzini infranse lo scrupolo e il moralismo dei nonni, e volle far conoscere al figlio lo spettacolo cruento dell’uccisione degli agnelli. Anche la Pasqua di Resurrezione e di pace gronda di sangue attraverso i secoli. (…)

“Santippe”, conforme al giudizio del Croce, è una “lunga cicalata”, che toglie a pretesto «quella che fu la proverbiale moglie di Socrate, colei che non intendeva la sfera ideale in cui respirava e si moveva il marito, che lo considerava demente, lo copriva di rimproveri e di invettive, lo tormentava e perseguitava quasi nemica implacabile». Ma si sopporta volentieri la cicalata, per l‘umana realtà che si sprigiona dalla figura di Santippe, quando giunge la prigionia e la morte del suo uomo. Allora il Panzini non riesce più a sorridere, e se sorride è con quell’animo gonfio e meditativo che già conosciamo, irretito dalle  mille contraddizioni dell’essere. «Quando glielo condannano quella furia corre ai giudici, affannata, sconvolta. Ma infine – urlò Santippe – cos’ha fatto questo pover’uomo? Ha rubato? ha ammazzato? no! Diceva delle cose senza capo né coda, perché aveva come una fissazione!… E nel carcere, assisa vicino al suo letticciuolo, col bimbo che tirava al babbo la barba, gli parla, tra rimprovero e meraviglia, come madre a fanciullo deliro, disperata che non abbia voluto accettare il partito della fuga preparatagli dai fedeli discepoli». E quando è rimasta vedova coi figlioletti, ed è stata abbandonata ad uno ad uno dagli amici del marito, dispersi come si dispersero gli apostoli dopo il Calvario, ed è costretta a combattere giorno per giorno con la miseria, continua ad inveire, come è giusto, contro la “filosofia”, la “sapienza”, le ubbie del marito; ma di notte, quando tutto il resto tace, che cosa sente vicino al lettuccio? Il vecchio acciabattare del suo uomo, il soffio della voce di Socrate…

Ma su che cosa si fonda un giudizio così impietoso, anche se non capisce bene perché ad uno scrittore che in realtà non è stato uno scrittore “vero”, ma un letterato sostanzialmente disimpegnato e alquanto spensierato, i superciliosi autori della suddetta antologia decidano di concedere ben tredici pagine, vale a dire uno spazio assai maggiore di quello riservato ad autori come Massimo Bontempelli o Corrado Alvaro, i quali sono certamente assai più vicini di lui alla loro idea di cosa deve essere la buona letteratura, e non di molto inferiore (diciotto pagine) a quello dedicato al tanto lodato Italo Svevo?

In definitiva, i meriti che si riconoscono a Panzini sono una indubbia maestria letteraria e qualche raro sprazzo di autentica pensosità e di autentica malinconia, visti come un inconfessato sigillo della modernità, di quella modernità che egli tuttavia critica e vilipende.

I difetti che gli si rimproverano sono:

– di essere uno scrittore poco impegnato, poco compreso della serietà della vita, in buona sostanza uno scrittore senza una vera problematica esistenziale (così come Croce rimproverava a Huizinga di essere uno storico senza problema storico);

– di essere troppo umoristico, troppo sorridente (e di un sorriso artefatto), troppo manierato nonché troppo nostalgico del buon tempo andato: dunque un conservatore se non addirittura un reazionario, con l’aggravante di non avere una spiccata propensione per il lato tragico della vita, come invece l’hanno, e ciò ne fa dei grandi scrittori, Svevo e Pirandello (e vada per Pirandello; ma quanto a Svevo, come è stato pompato, specie da critici stranieri e praticamente all’insaputa del pubblico italiano, per portarlo alle dimensioni di un “grande”);

– di essere, al tempo stesso, inguaribilmente scettico e amaro, e quel ch’è peggio, di non avere una propria filosofia della vita, ma di saper aderire come un camaleonte a qualsiasi filosofia, per poi snaturarla e tirarla dalla propria parte;

– di essere quasi sempre più un letterato e un umanista che un vero scrittore, cioè di eccellere nell’aspetto formale della narrativa, ma di essere in realtà un guscio vuoto, un uomo che non crede in nulla, capace però di mascherare abilmente tale vuoto e tale cinismo;

– di celare una certa qual femminea arrendevolezza alle seduzioni della sensualità dietro la facciata di un moralismo banale e alquanto sospetto.

Ripetiamo la domanda: se la narrativa di Alfredo Panzini è così vuota, così insincera, così disimpegnata e in definitiva così falsa, a che scopo dedicarle tanta attenzione? Perché attardarsi con un autore che sembra riassumere in sé tutti i peggiori vizi e difetti del letterato senza problema  letterario, del tipico umanista che vive nella sua torre d’avorio, insensibile o indifferente ai veri drammi e ai veri tormenti dell’umanità contemporanea, della società e della storia? L’impressione è che i nostri autori, tipici esponenti di quella cultura progressista che ha esercitato un’incontrastata egemonia, per usare l’espressione gramsciana, sulla società e specialmente sulla scuola italiana nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, abbia da un lato voluto sminuire al massimo uno scrittore che, come Panzini, appare così manifestamente refrattario ai valori della sinistra e a tutto il modo di considerare la vita riconducibile a quella prospettiva ideologica; dall’altro, che non abbiano potuto fare a meno di tributargli, sia pure a denti stretti, un certo qual riconoscimento, come si deve fare dinanzi a un avversario per il quale si nutre scarsissima simpatia e in fondo anche poco rispetto, ma che non si può decentemente ignorare, come se non fosse mai esistito, perché, piaccia o piaccia, i suoi libri sono stati letti da un vasto pubblico e due generazioni di italiani lo hanno amato e apprezzato, nonostante, o forse proprio a motivo, di quelli che, dal loro punto di vista, sono difetti più o meno gravi, sia della forma che del carattere. Sferzante il giudizio di Piero GobettiPanzini è diventato un professionista della letteratura, mette su due libri l’anno e sente il dovere di dire la sua sui principali avvenimenti che corrono. Ebbene, i giudizi di Panzini sui fatti del giorno non ci convincono: la sua filosofia non c’interessa. Ancora più duro quello di Gramsci, che trascende nell’insulto: L’imbecillità e l’inettitudine di Panzini di fronte alla storia sono incommensurabiliE di nuovo ci si chiede: da dove tanto odio, tanto disprezzo?

Ma gli italiani hanno dato un altro giudizio sull’opera di Alfredo Panzini. Hanno letto e apprezzato La lanterna di Diogene (1907), Santippe (1913), La Madonna di Mamà (1916), Viaggio di un povero letterato (1919), Io cerco moglie! (1920), Il diavolo nella mia libreria (1920), Il mondo è rotondo (1921), Il padrone sono me (1922) La pulcella senza pulcellaggio (1929) e parecchi altri romanzi, oltre a un certo numero di racconti e ad un paio di saggi storici. Non vogliamo dire che il pubblico sia, di per sé, superiore alla critica: questa sarebbe demagogia. Ma vogliamo dire che se il pubblico ha tanto amato uno scrittore che era anche un fine umanista, qualche ragione ci sarà pur stata. Forse il pubblico italiano è migliore dei critici progressisti che danno la pagella agli scrittori in base ai loro preconcetti ideologici di sinistra. Un vizio che  neppure oggi si decidono a perdere…

Del 28 Novembre 2021

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