domenica, 26 Giugno 2022
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Un “Accordone” dietro l’angolo di Michele Rallo

Le opinioni eretiche di Michele Rallo

Ricordate l’articolo della settimana scorsa, quello che riferiva le “ultime notizie dal fronte del Quirinale”? Ebbene, cancellatelo dalle vostre evidenze, perché in una settimana é cambiato quasi tutto.

In primo luogo é cambiata la strategia di Enrico Letta e, a cascata, quelle delle altre forze politiche. Cominciamo dunque da Calimero, il quale sembra finalmente essersi reso conto che – per la prima volta nella storia della “seconda repubblica” – la sinistra non dispone dei voti necessari a determinare l’elezione del Presidente della Repubblica. Certo, non li ha neanche la destra. Tuttavia questa é una magra consolazione, perché ció significa che a fare l’ago della bilancia sará un centro pur frazionato e raffazzonato, ma in qualche modo guidato dall’odiato Renzi.

A questo punto, sembra che il segretario del PD si sia impuntato, facendo trapelare che non sará consentito al Pifferaio dell’Arno di rivendicare – a torto o a ragione – il merito di un quarto successo consecutivo: dopo lo stop alle elezioni anticipate cercate da Salvini, dopo la giubilazione di Conte e dopo l’investitura di Draghi come nuovo premier.

Ma le novitá non finiscono qui, perché pare che Calimero sia andato anche oltre, abbracciando una strategia di lungo periodo per evitare che il Pifferaio dell’Arno possa continuare a far del danno pure nella prossima legislatura; e ció anche a costo di bere l’amaro calice delle elezioni anticipate. Sembra, infatti, che Letta si sia mosso (abbastanza bene) allo scopo di sabotare il progetto renziano di garantire la sopravvivenza nel nuovo parlamento di una area centrista di cui lui – il Pifferaio – potrebbe facilmente assumere la guida. Si fa un gran parlare – in questi giorni – di tante vecchie e nuove vocazioni centriste: Calenda, Bonino, Giorgetti, Brunetta, Toti e vari “generali” senza truppe (e senza voti) la cui unica speranza é che questa legislatura duri fino al 2023 e che, da qui ad allora, riesca a partorire una riforma proporzionalista del sistema elettorale; riforma senza la quale i diversi cespugli centristi non riuscirebbero forse neanche ad entrare nelle nuove Camere.

Con l’attuale legge elettorale, infatti, le prossime elezioni sarebbero sostanzialmente una corsa a due fra una destra (Fdi e Lega, con Forza Italia costretta ad aggregarsi per non scomparire) e una sinistra (Pd, con Conte al guinzaglio e Leu in retroguardia). E a Renzi non resterebbero che le conferenze in Arabia Saudita, ammesso che laggiú qualcuno continui a ricordarsi di lui.

Naturalmente, Letta sa bene che dalle elezioni con il maggioritario la sinistra uscirebbe perdente, ma le malelingue dicono che sia pronto a pagare questo prezzo pur di liberarsi del Pascolatore di Bufale Toscane e di tanti parlamentari piddini di obbedienza renziana. Ecco, dunque, il colpo basso: un “accordone” – ufficialmente smentito – nientepopodimeno che con Meloni e Salvini, come lui interessati a mantenere il sistema elettorale maggioritario per impedire che i “loro” Renzi continuino a sabotare la scalata della destra al potere. Si profila perció una intesa fra il grosso della destra e il grosso della sinistra per andare a elezioni al piú presto e per far fuori i rispettivi guastatori. Il che significa che il governo Draghi non dovrebbe durerare “fino al 2023”, come auspicato da un Berlusconi in crisi d’identitá e dalle ali governiste dei partiti della maggioranza (Cinque Stelle compresi).

Ma in che misura tutto ció potrá incidere sulla corsa al Quirinale? In misura consistente, certamente. Innanzitutto – ammesso che le voci di accordone siano fondate – Sir Drake sará probabilmente eletto con i voti dei partiti dell’intesa trasversale (PD, Lega, FdI e metá M5S), che determinerebbero cosí la fine del governo (con le dimissioni del suo capo) e súbito dopo, sperabilmente, lo scioglimento delle Camere.

I contrari alle elezioni anticipate (Renzi, centristi assortiti, leghisti di Giorgetti, forzisti di Brunetta e grillini di Di Maio) convergerebbero probabilmente su un candidato alternativo che, stando ai boatos, dovrebbe essere Paolo Gentiloni. Se quest’ultimo, naturalmente, dovesse accettare di andare incontro ad una sconfitta annunciata.

Questo dovrebbe essere lo scenario ad oggi (domenica 21 novembre). Ma la situazione é in continuo movimento.

Inoltre, siamo certi che – una volta eletto al Quirinale – Draghi conceda le elezioni anticipate? Io non ne sarei proprio sicuro. Peraltro, dal palazzo filtrano alcune voci non proprio tranquillizzanti su un ipotetico nuovo governo di Draghi per interposta persona. Fino a ieri si parlava soltanto di una ipotizzabile premiership di Daniele Franco, attuale ministro dell’Economia e draghista di ferro. Da un paio di giorni a questa parte si fa anche un altro nome, quello dell’attuale ministro per la Transizione Digitale, Vittorio Colao. Un nome non nuovissimo fra i candidati a palazzo Chigi (vedi “Social” del 24 aprile dell’anno scorso) ed anche lui assai gradito ai “mercati”, come Mario Draghi e come Daniele Franco. In sostanza, se non é zuppa é pan bagnato.

Vorrei sbagliarmi, ma le elezioni anticipate mi sembrano sempre piú lontane.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 26 Novembre 2021

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