lunedì, 17 Gennaio 2022
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Rubrica: “L’oggi nella letteratura di ieri” 2^ Puntata

(a cura di Arturo Buzzat e Daniella Dall’ Anese)

Nei primi secoli del pensiero cristiano l’atteggiamento prevalente verso la cultura classica era stato negativo (il monaco e cardinale Pier Damiani contrapponeva la semplicità di Cristo alla favole menzognere e agli ingegnosi argomenti degli autori pagani). Da un atteggiamento di condanna si passò poi all’estremo opposto, cristianizzando gli autori classici, fino ad affermare che Virgilio era detentore di poteri occulti e addirittura profeta di Cristo. Nei secoli XIII e XIV fu riscoperto Aristotele, considerato come la massima espressione del sapere umano non illuminato dalla vera religione. Il tentativo di conciliare il pensiero di Aristotele con il cristianesimo trova il suo culmine in Tommaso D’Aquino (1225 – 1274), che afferma che la ragione è uno strumento essenziale per la conoscenza delle realtà naturali e soprannaturali e che essa non contraddice in nessun modo la fede e la rivelazione cristiana. Nell’infinito ordine dell’universo ogni cosa ha un posto ben definito che ha in Dio la sua ragione suprema. Compito della conoscenza è ricostruire quest’ordine, in un cammino graduale verso quell’intelligenza perfetta che è Dio. Guardato inizialmente con sospetto da parte della gerarchia, l’adattamento del pensiero di Aristotele ai dogmi del cristianesimo operato da Tommaso diverrà, con il trascorrere del tempo la filosofia ufficiale della chiesa cattolica. In questa chiesa, ma a ben guardare non solo in essa, uno degli aspetti più qualificanti della religiosità è la preghiera. E’ di lei che vogliamo ragionare proponendovi uno dei tanti momenti di riflessione sulla contemporaneità che emergono dal Purgatorio dantesco, seconda puntata, per così dire, del nostro percorso letterario.

Ci troviamo nel canto VI del Purgatorio.

Dante, alla stregua del vincitore che si difende dalla calca, dando retta un po’ a tutti e porgendo a tutti la mano si ritrova attorniato dalle anime dei morti per forza. Da ascolto ora a questo, ora a quello e da loro si allontana promettendo. Tra queste anime ci sono l’Aretino, che fu ucciso da Ghino di Tacco, Guccio de’ Tarlati che morì annegato, Federico Novello e il pisano che fece sembrare forte il padre Marzucco e ancora ci sono il conte Orso degli Alberti, Pierre de la Brosse, l’unico del gruppo dei morti di morte violenta che non appartenga all’esperienza di Dante o a vicende italiane, ma sia desunto dalle cronache del tempo. Sostiene di essere stato ucciso per invidia e non per colpa e che per questo Maria di Brabante, da lui accusata di aver avvelenato il figliastro, dovrebbe pentirsi, per evitare di finire tra i dannati. Libero dall’accerchiamento delle anime, Dante conversa con Virgilio, che prova a spiegargli l’efficacia della preghiera. Di fronte alle perplessità del fiorentino lo esorta a non tenersi il dubbio e ad attendere più profonde spiegazioni da parte di Beatrice. L’incontro con Sordello da Goito, che secondo molta critica non è chiaro a quale gruppo di anime appartenga, da a Dante il “la” per pronunciare la famosissima invettiva sull’Italia. Il fatto accade in seguito all’avvicinarsi di Virgilio a uno spirito che, con atteggiamento altezzoso, se ne sta in disparte da tutti. Sollecitato a farlo dallo stesso Spirito, Virgilio gli rivela di essere mantovano come lui, Sordello, così si chiama “l’altezzosa” anima, si presenta come compatriota del suo interlocutore e il fatto spinge Dante all’invettiva.

Individuare l’attualità di questo Canto nell’invettiva e quindi nella situazione complessiva dell’attuale Paese Italia riteniamo sarebbe cosa assolutamente naturale e del tutto normale. Perché se andassimo in profondità, ovviamente con i distinguo che il passare del tempo ci permette di fare, dopo lunghi ed articolati discorsi sarebbero sicuramente in tanti a riconoscere al Sommo Poeta di aver raccontato assai bene anche del nostro tempo. Per questo semplice motivo ci asteniamo dal ragionare d’Italia e, cosa che vi abbiamo già anticipato, rivolgiamo la nostra attenzione su un diverso argomento, sicuramente attuale ancor oggi e nel canto molto ben posto in rilievo: la preghiera.

Nicola Di Mauro con riferimento alla preghiera ha scritto che lei, nel suo significato più diretto e profondo, contestualizza un rapporto con il trascendente, una relazione con il divino, un’empatia con il mistero, un incontro personale con un Tu, un appuntamento con Dio, che si esprimono secondo modalità e percezioni diverse. Diventa, allora, la preghiera, un’occasione privilegiata in cui si consente di fare spazio nel proprio cuore, nella propria anima, nella propria vita all’«Altissimo Onnipotente Bon Signore», come direbbe, o esulterebbe, san Francesco d’Assisi nel suo Cantico delle creature. Papa Francesco ci ricorda come pregare non sia come prendere un’aspirina per sentirsi meglio e non sia neppure chiedere qualche cosa a Dio per ottenerlo. Questo è fare un negozio, spiega. Poi aggiunge che la preghiera è la migliore arma che abbiamo, una chiave che apre il cuore di Dio. Ma perché pregare? Che senso ha la preghiera se Dio conosce già il futuro e ha già il controllo di tutto? Se non possiamo far cambiare idea a Dio, perché dovremmo pregare? Preghiamo perché siamo uomini che riconoscono la propria debolezza; perché quando siamo colti dalla sofferenza e dall’angoscia, tramite la preghiera, che  è innanzitutto sup­plica e intercessione, richiesta di aiu­to e di guarigione, riconosciamo in lei un’op­portunità. Credere o non credere in un Dio non fa differenza. E’ cosa che dipende solo dal nostro vivere, dal nostro pensare, dal nostro essere. Siamo esseri fragili e, comunque la sia pensi, cogliere la propria opportunità non è un male, piuttosto tutt’altro. Le anime che circondano Dante, ieri, come oggi,  questo sono lì pronte a ricordarcelo.

Alla prossima. Buon viaggio con la letteratura da A & D.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 29 Novembre 2021

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