domenica, 26 Giugno 2022
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Tenco, o: si può fare canzone d’autore a Sanremo? di Francesco Lamendola

Il mondo poetico di Tenco tra mass-media e i festival come san Remo: un poeta può servirsi del “sistema industriale” discografico per proporre i suoi testi senza “compromessi” di Francesco Lamendola  

La produzione di Luigi Tenco – non tutta: la parte migliore – è quella di un poeta; un poeta che sapeva comporre bella musica e cantava con una voce calda, pulita, con una dizione chiara e precisa, capace di trasmettere una malinconia struggente. Ora, la domanda che ci poniamo è la seguente: un poeta può servirsi del sistema industriale discografico, in questo caso – per far conoscere la sua opera? Se sì, allora avrà bisogno del sostegno dei mass-media: perché, per il grande pubblico, esiste solo ciò di cui parlano i giornali e la televisione; tutto il resto è come se non ci fosse. E significa anche, per un poeta-cantante, andare a Sanremo: piaccia o non piaccia, Sanremo e le altre grandi manifestazioni canore sono il passaggio indispensabile verso la notorietà nazionale e magari internazionale. Ma un vero poeta, un vero cantautore, può andare a Sanremo e rimanere se stesso? Può proporre i suoi testi senza compromessi, senza dover venire a patti con quel mondo commerciale che non sa cosa farsene dei veri poeti e dei veri cantanti, ma vuole soltanto della “merce” che si possa trasformare in facili guadagni?

Dicevamo che non tutta la produzione di Tenco è degna di lode. Tutta la parte politica e ideologica, la parte rivendicativa, presagio del 1968 – anche se il cantautore genovese morirà il 27 gennaio 1967 – è robaccia da dimenticare. E se ci dirannoIo sono unoCara maestraOgnuno è liberoLa ballata dell’eroePrete in automobileGiornali femminiliBallata della modaVita socialeHobby, sono canzoni che a stento si possono credere composte da Luigi Tenco, a tal punto sono goffe, cariche di retorica, di conformismo dell’anticonformismo, e musicalmente imbarazzanti – anche se all’epoca piacevano molto ai giovani di sinistra per il loro carattere ribellistico e contestatore. Il fondo lo si tocca con Ognuno è libero, dal testo talmente ingenuo e velleitario da apparire quasi ridicolo, dove perfino la sintassi si mette a zoppicare: Anche se uno andasse in giro / col cilindro in testa / a noi va bene così. E sia: quandoque bonus dormitat Homerus, dice Orazio, qualche volta sonnecchia, cioè perde colpi, perde il ritmo, perfino il buon Omero; non ci si deve scandalizzare se nel complesso di una vasta e pregevole produzione poetica si trovano anche delle pietre senza alcun valore. È lo scotto che Tenco ha pagato all’esaltazione giovanilistica di quel particolare momento storico. Del resto, è morto a soli ventotto anni: troppo pochi per capire, non diciamo tutto – nessuno arriva a capire tutto – ma certo per capire molte cose che gli sarebbero apparse chiare con il tempo, dato che aveva sia l’intelligenza che l’onestà intellettuale per capirle. Avrebbe potuto diventare un Gaber: invece è rimasto un eterno giovane, un eterno sognatore. E in fondo – diciamolo – piace anche, o soprattutto, per questo.

Ora che abbiamo sgombrato il campo dal ciarpame, parliamo dei gioielli; alcuni sono bellissimi, di fattura squisita.

Tra tanta gente, che compare anche nel film La cuccagna di Luciano Salce, nel quale Tenco ha esordito come attore – parla di una ragazza inquieta e triste che va in giro tutto il giorno per le strade affollate, senza pace, ed è ammirata e desiderata da tutti, ma non trova quello che cerca, forse non sa neppure lei che cosa, e continua a girare, a girare, senza meta, come un’anima in pena, emblema della solitudine nella città piena di gente.

Angela parla di una ragazza buona, dolce, paziente, che sopporta infinite bizze del suo fidanzato, il quale si diverte a prenderla e lasciarla; ma che un giorno acquista coscienza di sé e lo guarda in una maniera del tutto nuova, come da lontano, mentre lui, preso dal panico, si rende conto, ma ormai troppo tardi, di aver tirato la corda una volta di troppo, e di averla persa per sempre, irreparabilmente.

Se stasera sono qui, forse il suo pezzo più bello, parla di un giovane che decide di tornare dalla sua ragazza e di perdonarle i suoi errori, perché ha compreso di amarla davvero; e che chi ama non esita a mettersi anche l’orgoglio sotto le scarpe e desidera una cosa sola: amare ed essere amato.

Mi sono innamorato di te è al tempo stesso carica di romanticismo e di nudo anticonformismo: nessuno, forse, aveva mai parlato dell’amore con tante brutale franchezza. Il protagonista ammette di essersi innamorato di lei semplicemente perché si annoiava e non sapeva come riempire le sue giornate, né chi sognare la notte; ma poi confessa di essersi innamorati per davvero, non più per gioco, come all’inizio.

Quasi sera è una delle più struggenti, delle più dolcemente e perfettamente poetiche. Due giovani, dopo aver fatto l’amore sulla sabbia, siedono in riva al mare e guardano una vela bianca, l’ultima, che passa all’orizzonte. E sembra un annuncio della loro prossima separazione. Infatti si perderanno di vista e dopo molto tempo a lui tornerà in mente quella scena, e si chiederà, con rammarico, che fine abbia fatto lei.

Ho capito che ti amo è una schietta, disarmante auto-analisi psicologica. Il protagonista rivela di aver compreso d’essersi perdutamente innamorato quando si è accorto che, senza di lei, gli mancava qualcosa di essenziale, qualcosa di cui non poteva più fare a meno. Confessa anche di aver tentato, a quel punto, di fare l’indifferente per non dover ammettere la propria condizione; ma infine d’essersi arreso e di essersi abbandonato pienamente al proprio sentimento.

Il mio regno è anch’essa estremamente poetica: parla di un mondo tutto interiore, fatto solo di cose belle e affascinanti; come atmosfera e per delicatezza d’immagini, quasi evanescenti, ricorda un po’ il sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io del giovane Dante.

Le si può accostare In qualche parte del mondo, che delinea un’atmosfera molto simile e ha il sapore di un dolce sogno a occhi aperti. Il fatto che Tenco abbia trattato in più testi lo stesso tema significa che era una parte vitale del suo mondo poetico.

Quello che conta, anch’essa presente nel film La cuccagna, pur nella sua essenziale malinconia (come tutte le canzoni di Tenco) è forse la più propositiva: un ragazzo e una ragazza sono soli nella vita, soli contro il mondo, ma sono decisi ad affrontare ogni difficoltà, forti del loro essere uniti da un vincolo più forte di qualunque ostacolo.

Se qualcuno ti dirà delinea una situazione di lontananza e di distacco: la gente insinuerà a lei che lui l’ha dimenticata, che lui non pensa più a lei, ma lei non deve crederci, perché non è vero; è una canzone estremamente dolce e romantica, intrisa, come al solito, di malinconia.

Guarda se io, sigla dello sceneggiato televisivo Questi nostri figli di Mario Landi, è la disarmante confessione di un ragazzo che confessa di essersi perdutamente innamorato di una ragazza che è l’opposto di lui, e che aveva cercato di cambiare, senza però riuscirci; è una confessione piena, sincera, disarmata e disarmante, e al tempo stesso è un riconoscimento della potenza imprevedibile e irresistibile dell’amore.

Un giorno dopo l‘altro, sigla di una serie televisiva del commissario Maigret con Gino Cervi, è una delle più tristi: descrive il lento, inesorabile consumarsi della vita, un giorno dopo l’altro, una sera dopo l’altra, verso la fine inevitabile; è anche molto poetica, ricca di immagini suggestive, come questa: La nave ha già lasciato il porto, / e della riva sembra un punto lontano. / Qualcuno anche questa sera  / torna deluso a casa, piano piano.

Il tempo passò si riallaccia agli stessi temi de Il mio regno, con in più la nota malinconica del tempo che passa veloce e copre ogni cosa, cancella anche le memorie più belle o le trascina via con sé, nel suo flusso inarrestabile come quello di un fiume che corre verso il mare.

Anche Quando sviluppa il tema del sogno ad occhi aperti: in questo caso è l’attesa del sospirato ritorno di lei, che se n’è andata, ma che certamente un giorno tornerà, e riporterà con sé la gioia e la bellezza nella vita del protagonista.

Vedrai, vedrai, una delle più belle e delle più tristi, narra di un uomo che vorrebbe dare alla sua donna le cose più belle, ma è un vinto della vita: torna la sera talmente stanco dal lavoro che non ha neanche la forza di parlare; e intanto spera e s’illude che domani le cose cambieranno, e vive di questa speranza, ma in fondo sa che è tutto inutile, che non cambierà mai nulla e che la partita con la vita è perduta per sempre.

Infine Passaggio a livello, estremamente semplice ed essenziale, coglie con accenti di sincera nostalgia un momento magico nella storia di due innamorati. Fermi a un passaggio a livello, lei per la prima e unica volta si lascia andare alla dolcezza del parlare, del raccontarsi, per poi richiudersi nel mutismo e nella freddezza abituali. Invano lui la sollecita a riprendere il discorso interrotto, la magia di quel momento è  passata per sempre.

E adesso torniamo alla nostra domanda iniziale.

Osservava Aldo Fegatelli in una fortunata biografia del cantautore genovese (Luigi Tenco. La storia, i testi inediti, Roma, Lato Side Editori, 19822, pp. 81-82):

Uno dei punti più discussi sul Tenco artista è costituito dalla lacerazione che lo tormentava nel vivere una condizione di involontaria dualità: non ci si poteva esprimere in modo libero inquadrato nei meccanismi dell’industria che, per quanto liberale, fa i conti alla fine con i propri bilanci e non con le aspirazioni di rinnovamento di un cantante. Forse Tenco riuscì, nonostante tutto, tenacemente, ad esserlo libero, ma per questa libertà fu costretto a pagare uno scotto sproporzionato. In questo c’è il primo segno, chiaro, RIVOLUZIONARIO, di novità che Tenco apporta in un mondo per definizione “leggero”: un prepotente bisogno di affermazione, una prepotente ricerca di identità in un contesto ridanciano dove l’unico obiettivo rimane il raggiungimento del successo. E, a suo modo, Tenco cercò il successo, ma non come mezzo per accumulare capitale, per acquistare al contrario più vaste platee al discorso di una canzone che parlava di problemi reali, comuni a tutti, di tematiche sociali crude ed urgenti, di una canzone che si facesse VEICOLO e costituisse, così, anche, un fatto artistico. La canzone, con lui, si riallineava ad altri moduli culturali, sottolineando la fragilità della canzonetta che doveva sempre e comunque fare i conti con l’industria ed evidenziando un nuovo modo di essere CANTANTI con un mezzo che cominciava ad essere legato direttamente al (proprio) pubblico. Aveva bisogno, per il suo discorso, dei mass-media; e tanto più ne aveva bisogno tanto più ne rifuggiva, disertando spesso serate, meeting musicali, apparizioni pubbliche. Qualcuno dové convincerlo, e in parte ci riuscì, che per un progetto così ambizioso c’era bisogno di una grande ribalta. Nasce così l’idea di una sua apparizione a Sanremo che lo vedrà costantemente combattuto tra assenza e partecipazione. «Costretto a servire due padroni istituzionalmente nemici – il suo intimo ideale e il mercato della canzone, che è forse il più spietato di tutti – Tenco non ha resistito alla lacerazione» (Benelux, “Paese Sera”, 28/02/67). Questa considerazione non poteva meglio definire il senso profondo del dramma. L’operazione di Tenco è gramsciana, di allargamento dei consensi; un programma, ripeto, ambizioso e, gramscianamente, in bilico tra «pessimismo della ragione» e «ottimismo della volontà».

Ricercava nella musica popolare i motivi della sua innovazione. Nella copertina del suo primo LP c’era già, “in nuce”, traccia di questa ricerca: «Le mie canzoni vanno viste non tanto nel quadro della MUSICA LEGGERA o DA BALLO; quanto in quello della musica popolare. Il sentirle una di seguito all’altra, in un long-playing, spero contribuirà a chiarire maggiormente questo punto, cui evidentemente tengo molto. Infatti io penso che al di là di un eccessivo conformismo nei testi poetici, al di là di fatture musicali di musiche alla moda, la MUSICA POPOLARE resti pur sempre il mezzo più valido per esprimere reazioni e sentimenti in modo schietto, sincero ed immediato». Sicuramente, tra gli altri, era stato Gershwin  a convincerlo della bontà di questa linea: «La grande musica del passato, in altri paesi, è sempre stata fondata sulla musica folklorica.  Questa è la più ricca fonte della fecondità musicale…». Tenco stesso stava preparando, poco prima di morire, un album di rielaborazioni (…).

La rivoluzione musicale di Tenco consiste nell’aver rotto gli schemi di una canzone che imputridiva in una palude di luoghi comuni; nell’aver quindi per primo cantato, IN ITALIANO, i fatti della quotidianità; nell’aver guastato gli schemi fissi della rima (cuore/amore) e nell’aver introdotto, nella canzone, un linguaggio discorsivo, PARLATO, dove emerge, per la prima volta, l’uso reiterato della congiunzione.

Ci siamo chiesti se sia possibile, per un cantautore che voglia fare musica di qualità, oltre che un discorso di rottura con il conformismo commerciale, servirsi dei mezzi offerti della grande industria discografica e del sostegno collaterale dei mass-media, nonché di manifestazioni come il festival di Sanremo; o se vi sia una irrimediabile contraddizione fra le due cose, il fine che si persegue e gli strumenti dei quali ci si serve, o piuttosto ai quali ci si affida. Ma possiamo estendere l’interrogativo ad ogni altro aspetto ed ambito dell’espressione artistica e culturale, perché ovunque ci troveremmo alle prese con le stesse dinamiche, e costretti a decidere se si possa passare per la porta stretta, oppure no. Un vero poeta, un vero romanziere, possono affidarsi alla grande industria editoriale, sottoporsi ai rituali dei grandi premi letterari, cercare le recensioni favorevoli della grande stampa? E un regista cinematografico? E un pittore, uno scultore, un architetto? E un saggista, un filosofo, un teologo?

Crediamo che non esista una risposta universale, valida per tutte le situazioni. Luigi Tenco ha cercato una via di compromesso dignitosa e accettabile, ma non vi è riuscito. Altri, forse, ci possono riuscire. Chi può dirlo? Nessuno lo conosce in anticipo. Il cristiano lo sa: vive nel mondo, ma non  è  del mondo. Anzi non si deve essere del mondo, perché essere del mondo vuol dire appartenergli, essere suo, e dunque perdere la propria anima.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 04 Dicembre 2021

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