lunedì, 17 Gennaio 2022
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Cupi, angosciati, disperati: perché farne dei maestri?

Tra autoreferenzialità della “Cultura moderna” e suoi “Cattivi maestri”: perchè leggere le opere di un Franz Kafka equivale a intossicarsi di un sottile “Veleno nichilista” di Francesco Lamendola

La cultura degli ultimi cento anni ha eletto alcuni scrittori, artisti e pensatori quali numi protettori e punti di riferimento della nostra vita; ha stabilito che sono dei maestri, ai quali deve guardare con reverente ammirazione chiunque voglia orientarsi nel labirinto del mondo attuale. Fra tali cosiddetti maestri, nel campo letterario, ci sono Svevo, Pirandello, Woolf, Joyce, Proust, Thomas Mann, Hemingway, Musil e Kafka. Sì, soprattutto Kafka: a dispetto del fatto che nella sua opera non si trovi neppure l’ombra di una risposta, ma solo domande. Domande tanto angoscianti quanto prive di risposta: e quindi leggere le opere di Kafka equivale a intossicarsi di un sottile veleno, il veleno del nichilismo, del pessimismo cronico, della mancanza di fede nella bontà del creato e nella divina Provvidenza; e ad abituarsi a considerare l’aria di chiuso, mefitica, irrespirabile, che ristagna nella società moderna, come una condizione normale di esistenza e non come un focolaio di malattie micidiali, dal quale bisogna guardarsi come dalla peste. Bisogna perciò mettersi d’accordo su cosa sia un “maestro”, qualifica che oggi viene attribuita con troppa disinvoltura a chiunque faccia parlare di sé e si conquisti una fetta di pubblico, secondo un criterio più quantitativo che qualitativo; il che è tipico, osservava René Guénon, della società moderna. E allora diciamo chiaro e forte che un maestro non è semplicemente uno scrittore, un artista o un pensatore che faccia molto parlare di sé o che colpisca l’immaginazione di un gran numero di persone; ma un individuo che, grazie alla saggezza acquisita nel corso di una vita di riflessione e di profonde esperienze interiori, giunga ad un grado di consapevolezza, tale da poter indicare la strada verso il vero, il bene e il bello, e da essere lui per primo capace d’incamminarsi su di essa. Pertanto un individuo come Rousseau, che scrive ambiziosi trattati di pedagogia, ma poi mette all’orfanotrofio i suoi stessi figli, perché non ha voglia di prendersene cura, non può in alcun modo essere designato con l’appellativo di maestro: anzi il solo appellativo che legittimamente gli spetta è quello di cialtrone, poiché s’impanca a grande educatore e predica bene, ma poi non si fa il benché minimo scrupolo a razzolare male, anzi malissimo.

Franz Kafka, dunque, l’autore della Metamorfosi, del Processo e del Castello:  è stato un maestro? Ha detto qualcosa che aiuti l’uomo contemporaneo, confuso e smarrito, a orientarsi e a trovare la giusta direzione per uscire dalla palude? A nostro avviso, assolutamente no; ha fatto l’esatto contrario: ha riversato nella scrittura tutte le sue angosce, le sue frustrazioni e la sua confusione esistenziale, senza fornire la più piccola indicazione utile ai lettori, senza dare il sia pur minimo contribuito a un superamento della situazione di crisi e di stallo i cui versa l’uomo contemporaneo. In altre parole, si è servito della scrittura per sgravarsi dei propri veleni: ma non si è neanche lontanamente posto il problema se, così facendo, rendesse la vita migliore o peggiore per il prossimo, mediante l’influsso che i suoi scritti avrebbero potuto esercitare su di un vasto pubblico, e che di fatto hanno esercitato. Diciamo, per ulteriore chiarezza, che riteniamo migliore un mondo nel quale qualcuno aggiunga un po’ di speranza, di fiducia e di gratitudine per tutte le cose belle e buone che vi sono in noi e intorno a noi; e peggiore un mondo nel quale anche un solo individuo semini e diffonda scoraggiamento, sfiducia e disgusto nei confronti della vita (si pensi, per fare un esempio lampante, a La nausea di J. P. Sartre, il cui titolo è già di per sé tutto un programma esistenziale). Certo, la fama di un autore dipende in larga misura dai critici e dal sistema industriale dell’editoria: quando un grosso editore, in cooperazione con qualche critico autorevole, decide di promuovere uno scrittore non ancora conosciuto al rango di “classico”, e ne stampa le opere in un gran numero di copie e lo fa conoscere con grandissimi elogi e sperticate lodi del suo genio, è inevitabile che costui venga proiettato nel firmamento degli scrittori celebri. Tutto sta a vedere se poi la sua fama reggerà alla prova del tempo. È pur vero che quando una fama viene saldamente stabilita, più passa il tempo e più diviene improbabile che qualcuno si prenda la briga di andare a vedere se essa era proprio così meritata come pareva all’inizio, o se per caso non sia stata gonfiata oltre misura per delle ragioni commerciali o, peggio, ideologiche. E diciamo “ideologiche” nel senso più ampio del termine: perché la cultura moderna tende a promuovere e propagandare tutto ciò che si presta a celebrarne le magnifiche sorti e progressive, e viceversa detesta e condanna al silenzio o all’oblio ogni voce discorde, facendola passare per il delirio di un pazzo o per lo sproloquio di un reazionario che non ha capito nulla del mondo e della vita. Ma cosa ha capito, del mondo e della vita, la cultura moderna? Che cosa ha capito, dopo aver eletto suoi maestri Marx, Freud, Kafka, Joyce, Heidegger, Sartre, i dadaisti e i surrealisti, e magari gli architetti del brutalismo novecentesco?

A questo punto citiamo una pagina della biografia di Kafka scritta da Pietro Citati (Kafka, Milano, Rizzoli, 1987, 1991, pp. 221-223):

Nei primi giorni del 1922, subì uno spaventoso crollo psichico, che analizzò con la solita chiaroveggenza. Non poteva dormire, non poteva vegliare, non poteva sopportare la vita e il tempo della vita. I suoi orologi non andavano d’accordo: l’orologio dell’io si era totalmente dissociato dall’orologio della realtà: mentre il primo correva a precipizio in modo diabolico demoniaco e comunque disumano, con una velocità che non rappresentò mai nei suoi scritti, – il secondo seguiva faticosamente un ritmo monotono. Ma perché – si chiese Kafka – l’orologio dell’io aveva talmente accelerato i propri battiti? Non poteva dare una risposta sicura. C’era solo un fatto evidente. Kafka si osservava: l’osservazione analitica non lasciava calmare le idee, le portava a galla nella mente, le frugava, le rovistava, le studiava; e poi questo sguardo riflessivo diventava oggetto di un nuovo sguardo che osservava, e questo a sua volta di un altro, e così via, all’infinito. L’elemento diabolico consisteva nella furia dell’intelligenza, che aveva condannato a Zürau, come espressione del Male. Così i due mondi opposti – quello della realtà e quello dell’io – si dividevano: Kafka si sentiva attraversato e straziato da questa tensione; la furia introspettiva mirava all’estremo, lo strappava all’umanità, lo riduceva spaventosamente solo e rischiava di gettarlo nella dissociazione della follia.

C’era, forse, una possibilità di salvezza. Invece di opporsi ai demoni, Kafka poteva lasciarsi trascinare dalla furia: trovare un momento di quiete nell’orrore, tenersi ritto, e così dominarla. Allora la furia autoanalitica si sarebbe trasformata in letteratura. In lui, divenuti puro luogo della grande battaglia, sarebbe avvenuto un doppio assalto; assalto dal basso, da parte dell’umano, «contro le ultime frontiere terrene»; assalto dall’alto, da parte di Dio, giù, verso di lui, contro di lui, contro l’umano che era in lui e in tutti gli uomini. Così la folle furia autoanalitica avrebbe trovato la pace, la distruzione avrebbe trovato una creatività, trasformandosi in una nuova dottrina esoterica, in una cabala». Kafka parlava al futuro, come di un compito che gli restava aperto davanti. In realtà, avrebbe dovuto parlare al passato: quella “nuova dottrina esoterica”, quella “cabala”, nata dal doppio assalto dell’uomo contro Dio e di Dio contro l’uomo, – stava già scritta nei suoi quaderni di Zürau. (…)

Dopo qualche giorno, lo riprese l’insonnia – fino alla disperazione: Ebbe l’impressione che si risvegliassero in fantasmi del luogo [a Spindelmhüle, una località di montagna del Riesengebirge o Monti dei Giganti, al confine tra la Boemia e la Polonia, dove si era recato alla fine di gennaio prendendo una camera d’albergo per ritrovare l’equilibrio mentale], e l’assalissero sulla strada abbandonata, alla fine del mondo. Lui cercava di sfuggire, con qualche salto. Si rifugiava in casa sotto la lampada silenziosa. Eppure quella luce sembrava chiamarli dalle finestre, come se l’avesse accesa per aiutarli a trovare la strada. Una volta, forse, ebbe l’impressione che ad aggredirlo fosse Dio. Cosa poteva fare davanti a nemici così strapotenti, che lo assalivamo a destra e a sinistra? Doveva evitare la battaglia, fuggire attraverso i passi della montagna, che solo l’uomo dallo sguardo chiaro sa trovare; cercando  l’aria respirabile, la vita libera, – “dietro la vita”, nella morte.

Il 22 gennaio aveva scritto nei “Diari” una frase enigmatica: “Decisione notturna”; e nei giorni successivi  raccontò di averne parlato a Milena, sia pure in modo insufficiente, e si lamentava perché la “decisione notturna” rimaneva solo una decisione. L’eccellente editore del “Castello”; Malcom Pasley, suppone che questa “decisione notturna” fosse il primo lampo, la prima vaga idea del “Castello”, – del pellegrino alla ricerca di Dio. È possibile, sebbene non sia affatto sicuro.

Kafka, dunque, ossessionato dai propri fantasmi, temeva che Dio in persona non avesse di meglio da fare che “attaccarlo”; e agognava una sorta di libertà che si trova “dietro” la vita, cioè la morte. In questo si avvicinava al pensiero di Carlo Michelstaedter, il quale pensava anch’egli che la suprema forma di libertà, per l’uomo, consiste nella scelta di recidere la vita. A trattenerlo e a sviarlo dal piano inclinato di questi pensieri pericolosi, però, in Kafka c’era la sensualità: una sensualità tanto scatenata quanto complessata, inibita, problematica. Era attratto da tutte le donne e di fatto ebbe numerose relazioni, anche più di una contemporaneamente; ogni tanto credeva d’aver trovato la moglie ideale e arrivava a fidanzarsi, come con Felice Bauer, ma poi allacciava una relazione con l’amica di questa, e così via. Anche il rapporto con Milena Jerenskà, che molti credono essere stato quello realmente liberatorio e rasserenante della sua vita, in realtà fu vissuto da Kafka con le stesse dinamiche contorte, malate, inestricabili: egli era costituzionalmente incapace di amare nel senso completo della parola, probabilmente perché non amava abbastanza nemmeno se stesso. Si disprezzava, si trovava brutto, addirittura ripugnante; inoltre era vittima d’un pesantissimo complesso nei confronti del padre, che accusava (ingenerosamente) di essere all’origine di tutte le sue frustrazioni e i suoi fallimenti. Roba da deliziare i freudiani più tiepidi e da sbizzarrirli nei loro amati arzigogoli sul rapporto di odio e amore che contraddistingue le relazioni dei figli con il genitore di sesso maschile. E pur trovandosi così poco attraente, pur nutrendo anzi un invincibile disgusto nei confronti di se stesso, Kafka si sbizzarriva a passare da un’amante all’altra, da un letto all’altro: niente male per uno che crede di esser tanto brutto che nessuna donna potrebbe desiderarlo. Sempre però evitando rigorosamente l’idea del matrimonio; oppure pensandoci, qualche volta, ma solo per concludere che il matrimonio non è fatto per lui, o lui non è fatto per il matrimonio. Ci vogliono troppa serietà e responsabilità. I suoi biografi sono pressoché concordi nel ritenere che avesse dei problemi non indifferenti nelle relazioni con l’altro sesso, o di natura psichica o di natura fisica: il che è tipico degli uomini che cercano le donne in maniera compulsiva, ma non si legano mai ad alcuna in via definitiva.

A proposito, vi ricorda qualcosa? A noi fa venire un mente Woody Allen, che riesce a conquistare tutte le donne che vuole (nei suoi film, ma anche nella vita), oltretutto scegliendole fra le più belle e intelligenti e non contentandosi della prima che passa. Come ci riesce, un simile tipo umano, segnato dalla nevrosi e fisicamente poco attraente? Senza dubbio sfruttando la propria intelligenza brillante e corrosiva e, nello stesso tempo, il sentimento materno che ispira alle donne allorché mette a nudo tutte le proprie insicurezze e la propria fragilità. Vi sono moltissime donne che non chiedono altro: di poter consolare e rassicurare un uomo incerto e insicuro, purché questi sia abbastanza intelligente da dar loro l’impressione di essere state scelte perché, a loro volta, possiedono qualcosa di unico, di eccezionale, che le altre donne non hanno. È un gioco sottile del gatto col topo, dove – per la verità – non è facile stabilire con sicurezza chi sia il gatto e chi il topo. Il povero uomo sfiduciato, sconfitto dalla vita e bisognoso di sfogarsi e confessarsi getta la sua rete silenziosamente sulla donna bella e compassionevole; questa, quasi non credendo alla fortuna che gli ha portato fra le braccia un uomo così intelligente, così originale, così profondo, insomma così diverso dai soliti amanti noiosi e prevedibili, getta la sua rete per catturare un campione di tale rarità. Si completano e si soddisfano a vicenda. Lui trova una donna che lo faccia sentire amato e capito; lei ha trovato un uomo docile, timido, quasi un bambino bisognoso di carezze e perciò tale da non suscitare il benché minimo timore di nascondere un animo brutale, che tante volte emerge all’improvviso. Due debolezze si sostengono a vicenda, ma sulla base di un equivoco, o meglio di un doppio stratagemma: ciascuno dei due si finge, magari inconsapevolmente, più debole e infelice di quel che è in realtà: entrambi si  mettono a nudo, ma forse non del tutto, e così trovano ciascuno la propria gratificazione: lui di consumare il possesso di un’altra donna, Don Giovanni dei tempi moderni, costretto a fingersi un mendicante per poter fare dei pasti luculliani; lei di aggiungere al proprio carniere una preda ambita come uno scrittore o un artista solitario e incompreso, che un giorno forse sarà riconosciuto dal mondo e la farà sentire colei che, sola, lo aveva compreso quando tutti lo ignoravano. È l’incontro di due caratteri narcisisti e immaturi: cercano il riconoscimento l’uno dell’altro, perché in fondo sentono, o temono, di valere poco; e tuttavia non si accontentano di questo, vogliono un riconoscimento di natura tale che li risarcisca di tutta la loro frustrazione e amarezza: una specie di rivincita sulla vita, su quelli apparentemente più fortunati di loro. E quale rivincita migliore di vedersi riconosciuti e pienamente apprezzati da una persona che spicca di molto al di sopra della comune mediocrità?

E adesso facciamoci una domanda. Dopo aver letto uno dei libri di Kafka e aver chiuso l’ultima pagina, domandiamoci: che cosa ci ha insegnato? Che cosa ci ha mostrato? Ci ha fatto progredire anche d’un solo millimetro nella vera consapevolezza del reale, nella vera comprensione della vita e di noi stessi? Oppure ha accresciuto le nostre titubanze, ha aumentato le nostre paure, ha moltiplicato le nostre angosce e i nostri più oscuri presentimenti? Se possiamo rispondere onestamente di sì alla prima domanda, allora è stato, a suo modo, un maestro; ma se dobbiamo rispondere affermativamente alla seconda, allora la conclusione va da sé: non è stato affatto un maestro, bensì, nel migliore dei casi, un gelido testimone della crisi che noi tutti stiamo attraversando; e nel peggiore un cattivo maestro, cioè un seminatore di negatività, di pessimismo e di ulteriore turbamento esistenziale. Tutta merce di cui il mondo moderno non ha certo penuria, anzi la fornisce in abbondanza: non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ma i veri maestri non percorrono mai i sentieri che sono già stati calpestati da migliaia di viandanti: sono quelli che aprono la strada e spalancano nuove prospettive.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 06 Dicembre 2021

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