martedì, 18 Gennaio 2022
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La responsabilità dei padri nel destino dei figli

La modernità e la crisi del ruolo del padre? James Joyce riassume svariati aspetti della crisi della sua figura: facciamo un confronto con la famiglia di Johann Sebastian Bach di Francesco Lamendola  

Un vecchio adagio afferma che le colpe dei padri ricadono sui figli; e per quanto possa suonare sgradevole ai delicatissimi orecchi delle ultime generazioni, che sono state irrorate di buonismo in quantità tale da non poter quasi respirare un’aria diversa, e che specialmente in ambito educativo detestano concetti come responsabilità, disciplina, colpa e castigo, si tratta pur sempre di un’idea fondamentalmente giusta, che descrive fedelmente quanto accade nella realtà. Certo, se si parte dal sacro dogma che la colpa non esiste e che tanto meno può esistere una colpa trasmissibile da una generazione all’altra, una simile idea risulta semplicemente inaccettabile: che razza di mondo è quello in cui la giustizia non si applica a chi sgarra dalla retta via, ma ai suoi figli o ai suoi nipoti completamente innocenti? Eppure, sbaglia chi se la prende coi fatti per dar ragione alle teorie, perché sono le teorie che devono fare i conti coi fatti, piaccia o no. E la realtà fattuale dice che le cose vanno proprio così: che le colpe dei padri, o, se non è gradita la parola colpe, le responsabilità dei padri, ricadono inevitabilmente sui figli. Con buona pace di quei filosofi buonisti e giusnaturalisti secondo i quali l’essere umano nasce già con una sfilza di diritti lunga così, e null’altro può attendersi dalla vita se non di vederli pienamente rispettati da parte degli uomini, delle istituzioni e delle circostanze.

La modernità è una terribile macchina di distruzione che è passata come un rullo compressore sulle cose più belle e più necessarie all’integrità e alla pace degli uomini. La prima ad essere presa nel tritacarne della modernità è stata la famiglia. Da luogo privilegiato degli affetti e della protezione, dell’educazione e della maturazione, della solidarietà e della collaborazione, è divenuta il campo di battaglia di tutte le tensioni, le frustrazioni e le promesse mancate, nel quale ciascuno scaglia la sua rabbia sugli altri o proietta di su di essi i propri fantasmi. Il rapporto genitori-figli è stato stravolto e quasi capovolto; quello fra marito e moglie è stato anch’esso radicalmente sovvertito, con un impressionante scambio di ruoli, che ha reso entrambi più soli e infelici di prima. Questo drammatico cambiamento è avvenuto, nel caso della società italiana, nel corso delle ultime due generazioni: fino a cinquant’anni fa la famiglia era ancora, in moltissimi casi, un luogo sicuro e protetto, dove i coniugi si aiutavano e i figli si sentivano protetti. L’attacco contro la famiglia è stato condotto sia dalla cultura dominante, la cultura progressista e massonica di radice anticristiana, sia dai meccanismi materiali della modernità, ad esempio dalla necessità di portare a casa un altro stipendio e quindi con l’aggravio, per la donna, di farsi carico del ruolo di lavoratrice oltre che di madre. Ma soprattutto la cultura veicolata dalle agenzie d’informazione, dalla scuola e dall’università, nonché da romanzi e opere letterarie, ha scatenato la conflittualità all’interno della famiglia e ha messo gli uni contro gli altri, in particolare le mogli contro i mariti e i figli contro i genitori. Il tutto mentre ovunque si respira l’atmosfera libertina e permissiva della trasgressione eretta a nuovo stile di vita: trasgressione che stuzzica le voglie proibite non solo dei giovani, ma anche dei meno giovami; non solo dei figli, ma anche dei genitori, in una babilonia infernale dove ciascuno cerca di strappare qualche brandello di piacere a spese degli altri. Perché inevitabilmente qualcuno soffre quando non si rispettano più gli impegni presi e i ruoli stabiliti dalla natura e dalla società; quando i genitori invece di dare il buon esempio vanno a caccia di emozioni forti e i figli, invece di rispettare i genitori, li disprezzano, li usano e li sfruttano per ottenere ciò che desiderano, senza dover lavorare o con il minimo della fatica strettamente necessaria. Oggi la fase dello scontro aperto è passata; è stata tipica degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, poi si è smorzata; ma in un certo senso le cose sono ulteriormente peggiorate, perché è come se le generazioni successive abbiano dato per scontato che una famiglia degna di questo nome, dove ci si ascolta, ci si aiuta e ci si rispetta reciprocamente, è solo un’utopia regressiva, da relegare nella soffitta polverosa dei nonni. Del resto, oggi il matrimonio  quasi caduto in disuso; vigono le unioni temporanee, che pretendono gli stessi diritti di quelle matrimoniali, ma non intendono sobbarcarsi gli stessi doveri: e sulla base della provvisorietà non si può costruire alcunché di solido e durevole, tanto meno una rete di relazioni sociali calde e disinteressate, fondate sull’affetto e non sull’interesse.

In questa sede, per delimitare un argomento che sarebbe vastissimo, ci limiteremo a una breve riflessione sulle “colpe”, o le responsabilità, dei padri nei confronti dei figli. Se dovessimo allargare lo sguardo alle colpe delle madri, sia chiaro, non finiremmo più: perché, con buona pace della cultura femminista, sulla base dei fatti e della esperienza di vita che ci ha fatto conoscere numerosi psicologi e psicoterapeuti, osiamo affermare che il grande problema è rappresentato oggi dalle madri, le quali tirano su dei figli pieni di complessi; e che i danni causati dalle madri alle future generazioni sono immensamente maggiori di quelli causati dai padri. Tuttavia, adesso è sui padri che faremo una riflessione; delle madri, delle loro nevrosi e delle frustrazioni che riversano senza pietà sui figli, e soprattutto sulle figlie, parleremo un’altra volta.

I padri, dunque. Non è che essi abbiano la vita molto facile, da quando la psicanalisi ha diffuso lo stereotipo del padre/padrone che i figli invidiano e odiano naturalmente, anche perché gelosi del suo rapporto sessuale con la madre. Immenso è il danno che la cosiddetta cultura freudiana, più o meno ortodossa, più o meno spuria, ha causato al rapporto fra padri e figli: giacché il freudismo, lungi dall’essere una scienza, è innanzitutto un’ideologia (e una moda culturale) che  odia intimamente la famiglia e che detesta innanzitutto il ruolo del padre, ammantando tale odio sotto una vernice di teorie più o meno arzigogolate, più o meno mostruose e aberranti, che solo una società corrotta e impazzita come la nostra poteva prendere per buone e farne addirittura la base per una sedicente terapia dei disturbi mentali. Da parte loro, non si può dire che i padri, a partire dalla seconda metà del XX secolo, siano stati immuni da critiche: molti di loro si son fatti trascinare dalla smania, tipicamente moderna, della ricerca della felicità indipendentemente dal loro ruolo di mariti e di genitori, anzi spesso calpestando i doveri e le responsabilità che tali ruoli comportano, per inseguire miraggi di “felicità” consistenti nel disorganizzare la propria famiglia a vantaggio di relazioni e avventure extraconiugali, se non addirittura piantando moglie e figli per creare nuove unioni. Sempre con donne molto più giovani e spesso assumendo la paternità di altri figli, nati da precedenti matrimoni.

Un caso molto particolare, e tuttavia interessante perché riassume svariati aspetti della crisi della figura del padre, è quello degli intellettuali, specialmente di area progressista e perciò aperti a idee anticonformiste e fortemente polemiche con la cultura e i valori diffusi a livello popolare. Ne scegliamo uno fra i più significativi del ‘900, quello di James Joyce. Per farsi un’idea del suo rapporto con la cultura e i valori del suo ambiente di origine, giova ricordare che sua madre, sul letto di morte, lo supplicò di riaccostarsi alla fede cattolica, dalla quale si era allontanato, e di confessarsi e comunicarsi: egli non solo rifiutò, ma dopo la morte di lei, rifiutò anche d’inginocchiarsi a pregare col resto della famiglia presso il capezzale della defunta. Questo può dare un’idea dell’odio che egli doveva provare per la religione dei padri e della durezza di cuore che seppe mostrare nei confronti della madre morente. Uomo irrequieto, sempre in movimento attraverso l’Europa, egli trascinò la moglie e i due figli nella sua vita irrequieta e movimentata; tormentato da pulsioni dissociative, riversò nei suoi libri e in una vita di società apparentemente allegra e spensierata il proprio dissidio intimo. Invece i suoi figli, che non avevano una tale valvola di sfogo, soffrirono del clima poco equilibrato che si respirava in famiglia ed ebbero un’esistenza triste e fallimentare; anche perché cercarono di seguire le orme del padre soprattutto in ambito canoro – Joyce era un ottimo tenore e da giovane aveva esitato fra la carriera musicale e quella letteraria – ma non ebbero alcun successo.

Citiamo dalla biografia Joyce di Chester G. Anderson (titolo originale: Joyce, Thames and Hudson Ltd.1967; traduzione di  Maria Teresa Marenco, Milano, Edizioni CDE, 1989, pp. 100-104):

Giorgio, adesso quindicenne [nel 1920], e Lucia, di due anni più giovane, stavamo avvicinandosi alla crisi dell’adolescenza. Avevano avuto la loro dose di guai: crescere come stranieri in paesi continuamente diversi con l’inevitabile confusione di lingue, l’interruzione continua degli studi, il senso di solitudine, il perenne traslocare da una casa all’altra, l’avere per padre un uomo impegnato a scrivere libri difficili e poco redditizi, a sfuggire ai creditori e a cercare sollievo quotidiano in allegre compagnie e frequenti sbronze. Inoltre Joyce commise frequenti “errori” nell’educazione dei figli, trascurando ogni forma di disciplina al di fuori di esplosioni d’ira. I figli furono costretti a cercare un’identità all’ombra del genio del padre, un genio insolito, di natura complessa, essenzialmente portato alla dissociazione e tenuto insieme da continui atti ‘topografici’ della volontà. Le vite dei figli riflettono parte del pathos della vita di Joyce, un pathos di cui lui stesso era pienamente cosciente, ma dal quale cercava sempre di proteggersi con l’humour e i suoi scritti.

Ma la componente eroica della lotta di Joyce aveva l’effetto di inficiare lo sviluppo dei figli. Nel 1920 la schizofrenia di Lucia cominciò a essere evidente e si sarebbe aggravata  divenendo per certi verso un’immagine distorta delle tendenze dissociative del padre – nonostante le attente cure di cui fu oggetto. Giorgio, d’altra parte, che a sedici anni stava per completare i suoi burrascosi studi, non vedeva davanti a sé grandi opportunità di carriera. Sia lui che Lucia fecero sforzi più o meni futili per imitare il padre, Giorgio come cantante il cui massimo successo fu la National Broadcasting Corporation di New York, Lucia in campo artistico, prima come cantante, poi come ballerina, scrittrice e infine come disegnatrice di lettering miniato per libri. Questi miseri tentativi fallirono con gran sconforto sia dei genitori sia dei figli. Joyce trasformò questo sconforto nell’allegria e nella riconciliazione di “Finnegans Wake”, ma sotto l’ambivalenza complessa e baroccamente predace di quel libro “umoroso” si nasconde il dolore.

Il quadro di questa famiglia disfunzionale è impietoso: con un padre “geniale” ma inaffidabile, imprevedibile, con forti tendenze dissociative della personalità e con un grumo di conflitti irrisolti, anche di natura sessuale (non disdegnava, da giovane, prendere la futura sposa alla maniera dell’amore greco, registrando poi sul diario anche dettagli come i peti che lei emetteva in tali circostanze), una moglie che verrà sposata solo molto tardi e per ragioni testamentarie, e due figli destinati a una vita infelice, schiacciati dal confronto con la figura paterna, e una di loro  assediata dalla schizofrenia. Sorge spontaneo il confronto con una famiglia assai più numerosa, ma eccezionalmente serena e collaborativa: quella di Johann Sebastian Bach. Da due matrimoni (la prima moglie lasciò il musicista vedovo a soli quarant’anni) nacquero venti figli, e non risulta che uno solo di essi abbia subito effetti negativi dalla vicinanza del genio paterno. Al contrario: cinque figli divennero musicisti assai apprezzati, perfino più apprezzati del “vecchio” Bach, almeno fino alla sua riscoperta da parte di Mendelssohn. Ogni giorno la famiglia si riuniva per fare musica: il padre suonava e i figli e la moglie cantavano in coro; l’armonia era perfetta, il clima sereno e raccolto. E non è che il buon Johann Sebastian non avesse le sue gatte da pelare, anche di natura economica: doveva sempre stare vigile e se necessario litigare coi superiori per vedersi riconosciuto il pieno diritto allo stipendio di organista e maestro del coro. La potente personalità di quell’uomo non mise mai in ombra i suoi figli, che, al contrario, furono valorizzati al massimo: e ciò smentisce l’idea, tipicamente moderna, che il genio sia sinonimo di sregolatezza. Bach è stato il genio più regolato, più responsabile e, se si vuol pronunciare l’orribile parola, più borghese che l’Europa abbia mai visto: e la sua musica parla al cuore di ogni essere umano, intatta nella sua profondità e nella sua bellezza, attraverso lo scorrere degli anni e dei secoli. Che dire dell’opera letteraria di James Joyce? Resterà intatta nella sua profondità e nella sua bellezza per le generazioni future? Anche se la cultura progressista dominante nel XX secolo, e, per forza d’inerzia, anche al principio del XXI, lo ha innalzato nel Pantheon dei maggiori scrittori, e forse ancor più dei maggiori intellettuali, vi è ragione di credere che una tale fama sia a dir poco esagerata; che sia stata gonfiata artificialmente, come nel caso di altri pretesi “geni” novecenteschi, da Svevo a Kafka e da Woolf a Montale; e che un giorno il suo nome sparirà dalle antologie o sarà relegato in fondo pagina, o in una nota, più quale fenomeno culturale (come nel caso di Byron, per intenderci) che come genio letterario, quale non fu. La narrativa di Joyce è difficile non perché sia particolarmente profonda, ma perché la comprendono solo le intelligenze contorte e le personalità problematiche, come era lui.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 09 Dicembre 2021

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