lunedì, 17 Gennaio 2022
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La leggenda della Madonna degli spini fioriti

La leggenda della “Madonna degli spini fioriti”. Perchè siamo convinti, con buona pace dei cattolici “adulti” che certe letture fossero quanto mai utili per i bambini che si accostavano alle verità elementari del cristianesimo di Francesco Lamendola 

Citiamo una pia e poetica leggenda contenuta nel volume di Guglielmo Buetti Ricca miniera di esempi mariani (Torino, Casa Editrice Marietti, 1930, pp.488-489):

Sulla vetta del Giuria è celebre il santuario della Madonna degli spini fiori, che vanta per origine una assai graziosa leggenda.

Non molto lungi da quel luogo, vi fu un tempo l’antico castello di un’illustre famiglia, di cui l’ultimo cavaliere era morto alla conquista del Santo Sepolcro.  La vedova inconsolabile, non volle abbandonare quei luoghi; ma la fama della sua pietà si estese lontano, e valicò monti e mari.

Un giorno, sul finir dell’inverno, passeggiava pei lunghi viali del giardino, quando, giunta al cespuglio di spini che ne fissava i limiti, vide uno di questi arbusti fiorito in tutta la pompa della primavera. Sorpresa e lieta, ne staccò un ramo per adornare l’immagine di Maria, col proposito di tornarvi ogni dì e intrecciarvi una fresca ghirlanda.

Una sera, trattenutasi più del solito coi poveri che visitava quotidianamente, non poté giungere rima di notte. Orride era il luogo, per balzi e dirupi scosceso, e una solitudine selvaggia regnava tutto intorno. La dama si avanzava trepidante,; avendo smarrita la via, già disperava di pervenire al cespo fiorito, quando un placido chiarire simile ad aurora glielo mostrò non lontano. Che cosa ivi vedesse fu un mistero per tutti, ma, da allora, la pia dama fu vista ogni sera in quel luogo, ove restava assorta, sovente anche in ginocchio, mormorando preci e cantando inni sconosciuti.

Si fecero dapprima molte supposizioni: ma passò l’estate, le ultime foglie d’autunno caddero anche esse ai primi rigori invernali, e la cosa fu posta in dimenticanza.

Una mattina però – l‘alba imbiancava appena il cielo – fu un subito bussare alla porta del castello e risuonarono alte grida: la donna gentile era morta. Un contadino, conducendo le mucche alla città, l’aveva trovata esanime nella chiara mattinata di gennaio, innanzi al cespuglio fiorito. La siepe era aperta come un velo, e un’immagine della Vergine, scolpita rozzamente in legno, vestita di umili vesti, si offriva allo sguardo di tutti, mentre una luce abbagliante brillava d’intorno e rischiarava il giardino.

Maggiori particolari si trovano nell’opera di Antonio Riccardi, Storia dei Santuari più celebri di Maria Santissima sparsi nel mondo, sia riguardo all’origine della pia leggenda – se di leggenda si tratta e non di un fatto storico trasformato poi in senso semi-leggendario – sia riguardo ad alcuni dettagli relativi alla vicenda, specie dopo il primo manifestarsi del prodigio dello spino fiorito in inverno (Milano, Giacomo Agnelli, 1844, pp. 380-81 e 382-83):

Si sono esposte in questa “Istoria dei Santuari” diverse altre narrazioni di avvenimenti non meno meravigliosi di quello che stiam per descrivere; ma il nostro nome e quello di antichi storici non basta sempre a coprirli dalle sofistichezze dell’incredulità. Ecco pertanto un fatto antico che noi prendiamo da due scrittori moderni di buona fama, per dimostrare ad un secolo sospettoso, che noi non siamo i soli che credano alle tradizioni dei nostri avi. Noi lo prendiamo dall’opera dell’egregio Abate Orsini stampata in Parigi e ristampata in Milano “Istoria della Madre di Dio”(cp. 18, p.561). L’Orsini la prese dal Nodier quale noi qui la inseriamo. Nodier, uno dei più eleganti scrittori francesi dei nostri giorni, la prese dalle cronache manoscritte della provincia. Ora il nome di cronache è in qualche dispregio dopo che sono in uso i nomi pomposi di storie critiche e filosofiche: ma le cronache ciò non ostante sono le fonti della vera storia. I Baronj, I Fleurjy, i Mabillon, io Muratori non hanno sdegnato di attingere, o piuttosto non hanno potuto non attingere alle cronache scritte con tutta la rettitudine della verità. Veniamo senza più al fatto.

Non lungi dalla più elevata vetta del monte Giura, che divide la Svizzera dalla Francia, discendendo alquanto nel suo pendio occidentale, o dal lato della Franca Contea, si osservava ancora più che mezzo secolo fa un mucchio di rovine, che aveva appartenuto alla chiesa e al Monastero della madonna degli Spini Fioriti. Era all’estremità di una grotta stretta e profonda, ma assai più difesa dal lato del nord, e che tutti gli anni, mercé questa esposizione, produce i fiori  più rari del paese. A mezza lega di là, l’estremità opposta lascia pur vedere gli avanzi di un antico signorile castello, che è scomparso come gli avanzi del Santuario di quella famosa Madonna.(…)

Un giorno però, che le sollecitudini pei poveri e pei malati l’avevamo trattenuta più del solito, essa, nonostante s’affrettasse, non poté giungere al suo silvestre monticello innanzi la notte; e dicesi che cominciasse a rimpiangere d’essersi tanto inoltrata in quelle solitudini, quando un placido e puro chiarore, somigliante ai raggi dell’aurora, le mostrò d’improvviso tutto il cespuglio fiorito. Sostò un istante, tenendo non venisse quella luce da una banda di masnadieri in riposo, che impossibile pareva procedesse da miriadi di lucciole, nate innanzi la loro stagione. L’anno era ancor troppo lontano allora dalle tiepide e pacifiche notti dell’estate. Pure presentandosele alla mente l’obbligo che si era imposto, si rincuorò e camminò a pie’ leggero senza trar fiato verso il cespuglio dei bianchi fiori, colse con ma o tremante un ramo, che parve le cadesse da sé tra le dita, tanto fu lieve la resistenza, e s’avviò di nuovo verso casa senza volgersi indietro.

Per tutta la notte la santa signora andò meditando su questo fenomeno senza poterlo spiegare; e come le stava a cuore di penetrarne la causa, il dì appresso, alla stessa ora, si recò al cespuglio scortata da un servo fedele dal cappellano. Quella luce soave appariva come alla vigilia, e pareva che si facesse più viva e raggiante. S’arrestarono tutti e tre si prostrarono, sembrando loro che quella luce  venisse dal cielo, dopo di che il buon sacerdote si levò solo, fece alcuni rispettosi passi verso gli spini fioriti cantando un inno della Chiesa, e li sviò agevolmente, ch’essi s’aprirono come un velo. Lo spettacolo che si offrì in questo momento ai loro sguardi, li colpì di tanta ammirazione, che rimasero a lungo immobili, ripieni di gratitudine e di gioia. Era un’immagine della Santa Vergine, scolpita semplicemente in un rozzo legno, animata dei colori della vita da un pennello poco esperto, e ricoperta d’abiti che non rivelavano che un lusso ingenuo; ma da lei procedeva quel miracoloso splendore, da cui erano quei luoghi rischiarati. “Vi saluto, o Maria, piena di grazia”, disse alla fine il cappellano prostrato; e all’armonioso mormorio che si sollevò in tutti i boschi quand’ebbe proferito queste parole, si sarebbe creduto che fossero state ripetute dal coro degli Angeli. Recitò quindi solennemente quelle ammirabili litanie in cui la fede ha parlato il linguaggio della più sublime poesia, e dopo nuovi atti d’adorazione, alzò la statua tra le mani per trasportarla al castello, ove troverebbe un Santuario più degno, mentre la signora ed il domestico a mani giunte e ac capo chino lo seguivano lentamente, rispondendo alle sue preghiere.

Non occorre dire che la meravigliosa immagine fu riposta in una nicchia elegante, che fu circondata da faci odorifere, aspersa di essenze profumate, cinta da ricca corona, e salutata fino a notte inoltrata dai cantici dei fedeli. Tuttavia il mattino appresso più non la si rinvenne; onde sorse vivo allarme tra quei cristiani, che s’eran tanto rallegrati per la sua scoperta. Qual ignoto peccato poteva aver recato cotanta disgrazia sulla casa della Santa? Perché la Vergine celeste l’aveva abbandonata? Qual nuovo soggiorno si era scelto? Facilmente lo si indovina. La beata Madre di Gesù aveva preferito l’ombra modesta dei favoriti suoi cespugli allo splendore d’una mondana dimora. Era ritornata in mezzo alla freschezza dei boschi a gustar la pace della sua solitudine, e le dolci esalazioni dei suoi fiori. Tutti gli abitanti del castello vi si recarono la sera, e ve trovarono più risplendente che la vigilia. Caddero a ginocchi in un rispettoso silenzio. «Possente Regina degli Angeli – disse la castellana – questa è la dimora che voi preferite. La vista volontà sarà fatta».

E poco tempo dopo, un tempio insignito di tutto gi ornamenti prodigati dall’architettura ispirata di quei secoli d’immaginazione e di sentimento, s’innalzò intorno alla venerata immagine. I grandi della terra la fecero ricca dei loro doni; i re la dotarono d’un tabernacolo d’oro puro. La fama dei suoi miracoli si sparse lungi in tutto il mondo cristiano, e chiamò nella valle una moltitudine di pie donne, che vi si fermarono sotto la regola d’un monastero. La santa vedova, sempre più riempita dei raggi della grazia, non poté rifiutare il titolo di superiora in questa pia casa. Vi morì grave d’anni, do una vita spesa in pie opere, in esempi e sacrifici, e che si esalò come olezzo ai piedi degli altari della Vergine.

Come si vede, diverso è il finale, con la conclusione della vita della pia castellana; per il resto, la storia è uguale, solo più ricca di dettagli. Il fatto che esistano differenti versioni di una stessa storia suggerisce, da un lato, che si sia trattato di una storia tramandata oralmente per lungo tempo, e solo in seguito messa per riscritto, e perciò soggetta a variazioni e aggiustamenti suggeriti in maniera estemporanea a coloro che la narravano a voce e magari la raccontavano ai figli e ai nipoti, nelle lunghe notti d’inverno, raccolti intorno al fuoco, oppure nella stalla, al dolce tepore degli animali addormentati. Dall’altro potrebbe attestare una sostanziale veridicità del dato iniziale, intorno al quale si sono poi andate raccogliendo diverse tradizioni orali, in maniera spontanea, e perciò indipendenti e probabilmente anche ignare l’una dell’altra. Tanto che poi gli autori delle cronache locali e, da ultimo, gli scrittori di professione, beninteso quelli più sensibili a simili storie e in genere alle tradizioni popolari – come Charles Nodier di Besançon (1780-1844), uno dei primi esponenti del movimento romantico francese e grande raccoglitore di tradizioni della sua terra natia, la Franca Contea – si trovarono alle prese con questa o quella versione, non potendosi più individuare la più antica e perciò la più aderente ai fatti.

Sia come sia, ci sono due aspetti di questa storia, come di alte simili, che ci piace evidenziare e sui quali vogliamo svolgere una breve riflessione.

Primo: c’è stato un tempo, ed è durato secoli e secoli, praticamente fino al tempo dei nostri nonni o almeno dei nostro bisnonni, cioè prima dell’avvento dell’istruzione media e superiore obbligatoria, e soprattutto prima della diffusione dei giornali e poi della televisione, in cui le storie a carattere pio, cioè al tempo stesso religiose ed edificanti, con un contenuto etico e spesso anche poetico, facevano molta presa sull’anima popolare e venivano gelosamente custodite e amorevolmente tramandate di bocca in bocca, di famiglia in famiglia. Quando poi arrivavano a trovar posto sulla pagina scritta, prima delle cronache locali, poi degli scrittoi innamorati delle tradizioni e specialmente di quelle cattoliche, avevano alle spalle una lunghissima vita nel limbo della letteratura orale, ove era ed è difficile, se non impossibile, individuarne il ceppo originario e verificarne la consistenza oggettiva, che oggi si direbbe la storia del dato originario. Il paradosso è che proprio la cultura cattolica, in questi ultimi anni – gli anni del post Concilio Vaticano II, quando la scure della critica filologica e della teologia progressista si è abbattuta sullo stesso calendario liturgico, espungendone fior di Santi la cui storicità non risultava provata a sufficienza, anche se il culto popolare era antico e tuttora amato e praticato dai fedeli, si è mostrata particolarmente severa, per non dire ostile, nei confronti di questo vastissimo materiale di origine orale poi codificato per iscritto, specie da scrittori animati da intenti edificanti. Tipico il caso del culto di San Simonino da Trento, abolito per compiacere i fratelli maggiori che fin dal 1475 avevano lanciato il cherem, ossia la scomunica/maledizione contro quella città (cfr. il nostro articolo Il popolo eletto: perseguitati o persecutori? 21/05/21); cui per soprammercato si è aggiunta la negazione della storicità del martirio di San Vigilio, patrono delle diocesi del Trentino-Alto Adige, Trento e Bolzano-Bressanone, da parte del solito sacerdote ultraprogressista e post-conciliare (vedi Dove vogliono arrivare i cattolici come don Iginio Rogger?, pubblicato il 27/05/15).

È vero: una cosa è l’evento storico, una cosa la versione edificante che ne viene fatta e le forme popolari che il culto assume: ma quest’ultimo aspetto non è affatto da disprezzare, se non da parte di chi assuma una posizione di arcigna e pregiudiziale sospettosità di matrice illuminista, mentre purtroppo moltissimi cattolici “adulti” l’hanno fatta propria e se ne vantano come di una delle loro maggiori conquiste (per colmare il ritardo due volte secolare che il cardinale massone Carlo Maria Martini denunciava nei confronti del mondo moderno!). Il risultato è che tale letteratura edificante, destinata specialmente ai fanciulli, è pressoché scomparsa anche dalle librerie cattoliche e dai cataloghi delle case editrici cattoliche, mentre ancora al tempo della nostra infanzia era assai ricca e quasi sempre di buona qualità. Le vite dei santi o di altre personalità spiritualmente elevate, erano al centro di questo genere letterario, che oggi si definirebbe apologetico, ma che era ammantato di  una tale poesia, di una tale incanto, sia pure fatti anche di candore e forse d’ingenuità, che esercitava un fascino irresistibile sulle menti e sugli animi dei piccoli lettori. Storie come questa che abbiamo riportato, della Madonna degli Spini Fuori, erano frequentissime in tale panorama letterario; e siamo convinti, con buona pace dei cattolici “adulti”, che fossero quanto mai utili per i bambini che si accostavano alle verità elementari del cristianesimo, ad esempio in vista della Prima Comunione, perché apriva la loro sensibilità  a una ricettività diversa, più ampia e completa, ai misteri della fede, che la ragione non può pretendere di spiegare né la scienza di riprodurre in laboratorio. Che c’è di male se un bambino crede che Gesù Bambino visiti le case addormentate la vigilia di Natale e rechi dei doni ai bambini buoni, e dei pezzi di carbone ai meno buoni; o che il Bambino divino sia lieto di trovare una scodella d’acqua, sulla tavola della cucina silenziosa, per dissetarsi, e il Suo asinello sia felice di trovare una carota da masticare. E soprattutto cosa c’è di falso o di teologicamente errato? Nulla, perché il concetto che il bene viene premiato da Dio, già in questa vita, e poi, pienamente, nell’altra, mentre il male viene punito, è pienamente rispondente al Vangelo di Gesù Cristo e all’insegnamento della Chiesa. Gli abbellimenti poetici sono adatti alla fantasia e alla sensibilità del bambino, ma non alterano la sostanza né falsificano la prospettiva morale di simili tradizioni: si pensi a certe versioni della storia delle Apparizioni di Fatima destinate ad un pubblico infantile, certamente un po’ ingenue, ma sostanzialmente veridiche. La stessa cosa si può dire per ciò che riguarda i racconti popolari che qualche scrittore decide di mettere per iscritto e qualche benemerita casa editrice o rivista vuol far conoscere ai lettori moderni, pubblicando delle raccolte di pie leggende cristiane.

Seconda riflessione. Ciò che maggiormente emerge da una storia come quella della Madonna degli Spini Fioriti, al di là dell’elemento meraviglioso dell’arbusto fiorito in inverno (una traduzione esistente anche nella letteratura profana e presente, ad esempio, nella quinta novella della Decima Giornata del Decameron di Boccaccio: cfr. il nostro precedente lavoro Il giardino d’inverno, pubblicato sulla rivista Graal, n. 9, maggio-giugno 2004, e ripubblicato con ampliamenti sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25/03/18),  l’atteggiamento di sture, di devozione, d’incondizionata religiosità che da essi traspare, insieme all’umiltà che è propria degli animi semplici, nel senso attribuito a questa parola dai Vangeli, specie quando Gesù ammoniva: Se non vi convertirete e non  diverrete cine dei bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). Forse il dramma del credente moderno è proprio questo: che ha smarrito il senso di tali parole e che sovente, specie nella persona dei sacerdoti o dei teologi progressisti (o modernisti travestiti da cattolici) ha fatto proprie le categorie del pensiero moderno, guardando dall’alto in basso l’ingenuità e il candore della fede bambini e ritenendo di avere il diritto e perfino il dovere di assumere il ruolo e gli atteggiamenti di un cattolico adulto, qualsiasi cosa ciò voglia dire, ma in ogni caso pienamente in contrasto con la raccomandazione evangelica. In questo modo hanno smarrito la chiave della Parola divina: non sono più entrati loro nella Verità di Gesù Cristo, e hanno impedito di entrare a quelli che lo volevano (cfr. Lc 11,52). Guai a loro.

Vedi anche:

Il popolo eletto: perseguitati o persecutori? – PERSEGUITATI O PERSECUTORI?

Dove vogliono arrivare i cattolici come don Iginio Rogger?- CATTOLICI COME IGINIO ROGGER

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 16 Dicembre 2021

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