domenica, 26 Giugno 2022
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L’immortale attualità di Friedrich W. Nietzsche di Roberto Bonuglia

L’immortale attualità di Friedrich W. Nietzsche di Roberto Bonuglia

Sono ben poche le menti che hanno saputo lasciare in eredità un pensiero organico ma eterogeneo in grado di offrire alle generazioni successive spunti di riflessioni declinabili in chiavi di attualità non scontate.

Friedrich Wilhelm Nietzsche è senz’altro tra queste: una mente «rara che non sempre, quasi mai, ha saputo trovare comprensione o considerazione nel giusto modo sia da parte del mondo accademico che da parte della cosiddetta intellighenzia» [1]. Ce lo ricorda Andrea Larsen nella prefazione di un’iniziativa editoriale controcorrente: una trilogia delle “frasi immortali” del filosofo attraverso il quale è dovuta passare l’intera cultura europea del secolo a lui successivo.

Non è infatti esagerato affermare che «tutta quanta la cultura del ventesimo secolo, nei suoi vari aspetti filosofico-letterari e sociologico-psicologici, sta, in qualche misura, in relazione con le negazioni e le affermazioni del pensiero nietzschiano» [2]. Da Martin Heidegger a Albert Camus, da Jean-Paul Sartre a Sigmund Freud, da Carl Gustav Jung a Thomas e Heinrich Mann, da Vilfredo Pareto a Georg Simmel, in effetti, la lista di chi deve qualcosa a Nietzsche è davvero lunga.

Il che non sorprende se si considera che il filosofo nato a Röcken il 15 ottobre 1844, ma apolide dell’esistenza, per dirla con Massimo Fini, «con occhio profetico, ha visto quel che oggi è sotto gli occhi di tutti, mentre allora era in gran parte nascosto e, per certi aspetti, addirittura impensabile» [3].

Lo ha fatto considerando la morale come “volontà di potenza”, rilevando la “violenza annientante” della Storia, sottolineando il peso delle parole “dure come sassi” consumandosi lui stesso, come ben descritto da Claudio Magris, in «un’altissima tensione e da una bruciante pietà per la sofferenza, invano soffocata dalla sua esaltazione della forza e della potenza» [4].

L’importanza di Nietzsche è rinvenibile nel suo porsi, trascendendoli, tra due periodi storici: «tra l’Ottocento idealista e liberal-conservatore e la fine dell’“età della sicurezza”, ad una soglia epocale profondamente segnata dal rilancio imperialistico del capitalismo monopolistico e insieme dall’affermazione vittoriosa della Rivoluzione d’Ottobre» [5]. Un periodo, insomma, di interregno gramscianamente inteso che fornisce al primogenito di Carl Ludwig Nietzsche e Franziska Oehler di elaborare col suo pensiero «uno spartiacque fra la filosofia tradizionale e un nuovo modello di riflessione, informale e provocatorio [6].

Nietzsche rivendicò sempre la propria inattualità con sensato orgoglio, a partire dal rifiuto di quel mondo accademico che gli chiuse definitivamente le porte dopo la polemica tra lui, autore del suo primo saggio filosofico ‒ ossia La nascita della tragedia dallo spirito della musica, ovvero grecità e pessimismo pubblicata nel 1872 [7] ‒ e quel Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff il quale, dopo aver prontamente risposto con Zukunftsphilologie [8], usò quel duello per diventare docente universitario e poi strumentalizzarlo come motivo fondante della sua ricerca.

A tal punto, giova ricordarlo, da rimanere sul tema per gli anni successivi fino al “monumentale” commento all’Eracle di Euripide che, nella prima parte, comprendeva Was ist eine attische Tragödie?, un’introduzione generale alla tragedia greca interamente condotta sul filo della “filologia storica”. Scelta non casuale, visto che furono proprio i filologi a criticare duramente il lavoro di Nietzsche, stampato in mille copie, esaurito in poco tempo e che Wilhelm Richard Wagner aveva accolto entusiasticamente: «Non ho mail letto nulla di bello del Suo libro. Tutto è magnifico!» [9], scrisse in una lettera indirizzata al filosofo di Röcken dopo averlo letto.

Un derby accademico, quello tra Nietzsche e von Wilamowitz-Moellendorff che segnò irrimediabilmente le prospettive universitarie del primo a favore del secondo: il futuro sposo della figlia di Theodor Mommsen ‒ poi “Nobel” per la letteratura nel 1902 ‒ certamente intuì come far carriera e vinse quella partita, ma di gran lunga perse quella filosofica.

Lo conferma il fatto che, a differenza del genero di Mommsen, le pagine vergate da Nietzsche in cui fondò le categorie dell’apollineo e del dionisiaco «sarebbero diventate patrimonio della filosofia, della psicoanalisi e del linguaggio colto dei nostri giorni». D’altra parte erano pagine di rottura che attaccavano «l’ottimismo della scienza e della ragione» mettendo in guardia sul fatto che «una società che ha bisogno di schiavi […] cioè di operai salariati e nello stesso tempo sventola la bandiera dell’uguaglianza, va incontro a grossissimi guai» [10].

In questo senso, è evidente, si tratta di pagine attuali ancora oggi e ritenibili, non a torto, immortali. Ma l’immortalità, dirà Nietzsche, “si paga cara”: «bisogna morire diverse volte mentre si è ancora in vita» scrisse in una nota pagina [11], mutuando tale aforisma dalle Considerazioni cristiane di Jean Crasset [12].

Un perdente di lusso, insomma, Nietzsche che all’epoca non ebbe paura di misurarsi con gli orti oricellari [13] dei filologi ‒ oggi diremmo, “critici” o, ancor peggio, “recensori di professione”, magari su YouTube ‒ nei confronti dei quali l’autore ebbe il merito di rivolgere, senza filtri, la sua sprezzante verità: «Esprimo la mia convinzione che per i filologi ci vorranno alcuni decenni prima di poter capire un libro così esoterico e nel più alto senso scientifico» [14]. A ben vedere, inoltre, Nietzsche concepì l’accademia in un modo del tutto diverso da quello dei suoi colleghi: per lui la filologia fatta all’Università di Basilea era diventata una disciplina “professionale”, troppo “positiva”. Per questo si inerpicò in una strada controcorrente e inevitabilmente irta di ostacoli. Un sentiero che lo condusse a una critica duplice: «del mondo che configura il proprio rapporto con l’antico […] chiudendosi a ogni penetrazione del modello classico; […] dei modi in cui l’immagine dell’antico si è trasmessa a questo mondo» [15].

Era ben conscio Nieztsche che «vi sono delle azioni, […] le quali hanno bisogno di molto tempo per manifestarsi in tutta la loro forza dirompente; azioni la cui natura e la cui portata sfuggono a volte a quelli stessi che le compiono, rivelando così il fatto che si tratta di azioni sostanzialmente irriflesse, molto più grandi e più “pesanti”, ossia più cariche di conseguenze, dei loro autori» [16].

D’altra parte, come sottolinea Larsen nella prefazione alla “Trilogia”, Nietzsche «sapeva farsi dei nemici, sapeva dire cose in modo chiaro, sapeva scrivere opere immortali. Quello che non sapeva fare era avere un pensiero consolatorio, compiacente con le masse e servile con i potenti o pseudo-tali» [17]. Anche per questo nessuno o quasi lo comprese durante la sua straziante esistenza: «moltissimi lo fraintesero, non appena la fama cominciò ad arridergli, quando già la sua mente si era smarrita e, poi, subito dopo la sua morte; e molti continuano a fraintenderlo ancora oggi, esaltandone o denigrandone, a seconda dei gusti e delle premesse, gli aspetti più superficiali e ambigui della sua filosofia, mentre il nucleo del suo pensiero non osano sfiorarlo nemmeno con un dito» [18]. Ecco che invece la pubblicazione della giovane ma agguerrita casa editrice War Wave (https://www.war-wave.com/) fornisce un’opportunità per chi volesse iniziare ad accarezzare l’opera del filosofo iniziando con più di 2.300 “frasi immortali”. Tutte, secondo noi, oltre che tali, anche attuali. Provare per credere:

«Io non credo nella stampa […] Io nutro severissimi dubbi su tutto ciò che viene glorificato dai giornali»;

«Il prevalere della mentalità servile in Europa: la grande insurrezione degli schiavi. La diffidenza verso ogni noblesse del sentimento, predominio dei bisogni più grossolani. L’equivoco degli schiavi sulla cultura. Moda, stampa, suffrage universel. Lo schiavo inventa forme sempre nuove di bisogno di schiavi»;

«Voi solitari d’oggi, voi che vi appartate, dovrete diventare un popolo»;

«L’ultima cosa che si insegna nelle scuole è a pensare»;

«L’uomo moderno soffre di indebolimento di personalità»;

«Quando sono in alto, mi ritrovo sempre solo»;

«Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore»;

«La nostra epoca, per quanto discorra di economia, è una dissipatrice: dissipa la cosa più preziosa, lo spirito»;

«Poiché questa è la verità: ho abbandonato la casa dei dotti e ho anche sbattuto la porta dietro di me»;

«Ogni compagnia è una cattiva compagnia, ad eccezione di quella degli spiriti affini»;

«Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi».

Un patrimonio eterogeneo quanto immortale, dunque, di frasi attuali che calate nell’odierna realtà fattuale sanno ancora emozionare e, quel che ancor più conta, possono essere non solo «semplici letture d’un momento, ma motivo per un nuovo slancio, un nuovo attacco, un nuovo volo. Sempre più necessarie per la loro forza e il loro coraggio in questi ultimi tempi di “moderne” realtà» [19].

Note:

[1] A. Larsen, Prefazione a Frasi immotali di Friedrich W. Nietzsche, vol. I, Polonia, WarWave, 2021, p. 7.

[2] R. Cantoni, Prefazione a F.W. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Milano, Mursia, 1965, p. 7.

[3] F. Lamendola, Inquietante attualità dell’ultimo papa di Nietzsche, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”», del 15 dicembre 2017.

[4] C. Magris, Dalla prua di una nave che affonda, in «Corriere della Sera», del 24 gennaio 2003.

[5] F. Masini, Un mondo “fluido”, introduzione a F.W. Nietzsche, Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell’avvenire, Roma, Roma, Newton Compton, 1993, p. 242.

[6] G.M. Solsona, Zambrano y Nietzsche, camino del lenguaje, in «Aurora. Papeles del Seminario María Zambrano», n. 10, del 2009, pp. 56-68.

[7] F.W. Nietzsche, Die Geburt der Tragödie aus dem Geiste der Musik, Leipzig, E.W. Fritzsch, 1872.

[8] U. von Wilamowitz-Moellendorff, Zukunftsphilologie, Berlino, Gebrüder Borntraeger, 1872.

[9] F. Nietzsche, Epistolario (1850-1879), vol. II, a cura di B. Allason, Torino, Einaudi, 1962, p. 366.

[10] M. Fini, Nietzsche. L’apolide dell’esistenza, Venezia, Marsilio, 2002, p. 103.

[11] F.W. Nietzsche, Ecce homo: come si diventa ciò che si è, Torino, Fratelli Bocca, 1910, p. 99.

[12] J. Crasset, Considerazioni cristiane per tutti i giorni dell’anno, vol. IV, Dalla Domenica XIV dopo la Pentecoste fino alla prima Domenica dell’Avvento, Venezia, Stamperia Baglioni, 1782, p. 21.

[13] Ci si riferisce ai famosi giardini della Firenze medicea di Bernardo Rucellai nei quali si tenevano le riunioni degli intellettuali del tempo, cfr., F. Gilbert, Machiavelli e il suo tempo, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 31 e ss.

[14] F. Nietzsche, Epistolario (1850-1879), vol. II, cit., p. 288.

[15] G. Vattimo, Introduzione a Nietzsche, Roma-Bari, Laterza, 1985 ora in F.W. Nietzsche, Vita, pensiero, opere scelte, a cura di A. Massarenti, Milano, Il Sole 24 Ore, 2007, p. 72.

[16] F. Lamendola, Non seguita a venire notte, sempre più notte?, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”», del 12 luglio 2020.

[17] A. Larsen, Prefazione a Frasi immotali di Friedrich W. Nietzsche, cit., p. 7.

[18] F. Lamendola, Nietzsche e la questione dell’amicizia in rapporto alla solitudine, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”», del 14 dicembre 2017.

[19] A. Larsen, Prefazione a Frasi immortali di Friedrich W. Nietzsche, cit., p. 9.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 20 Dicembre 2021

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