domenica, 26 Giugno 2022
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Religiosità popolare e superstizione: quale confine?

Dio che legge nei cuori, sa Lui solo, dove si pone quel confine all’interno di ciascun uomo. Perchè il culto rivolto a Dio e alla Vergine Maria ha bisogno di segni esteriori? di Francesco Lamendola  

Senza dubbio i cattolici adulti e tutta la pletora dei teologi progressisti si scandalizzano di fronte agli aspetti più vistosi della religiosità popolare: dicono che sono al limite della superstizione, e forse anche oltre il limite; e loro, si sa, non vogliono aver niente a che spartire con simile gente e con le sue basse e rozze manifestazioni del culto. Il sacro, per loro, è puramente e totalmente spirituale: e non è che non abbiano ragione, tutt’altro, dimenticano, però, che l’uomo non è un puro spirito; è fatto di anima e di corpo; e che, per rendere il dovuto culto al Dio invisibile, gli uomini hanno bisogno d’immagini sensibili. Del resto, se fossero capaci di conoscere e adorare Dio in puro spirito di verità, non vi sarebbe stato bisogno che il Verbo s’incarnasse; mentre si è incarnato proprio per questo, per assumere su di Sé anche la parte corporea della nostra natura e mostrarci come sia possibile conciliarla con la parte spirituale, sottomettendo quella a questa. Ricordiamo che anche per san Tommaso d’Aquino, il sommo filosofo della cristianità, nihil est in intellectu quod non sit prius in sensu, «nulla è nella mente che non sia prima nei sensi» (De veritate, q.2a 3 arg.19): e dunque tutto il nostro sapere, il nostro conoscere, il nostro comprendere, sono resi possibili dalla conoscenza sensibile. Infatti anche quando pensiamo in maniera astratta, in realtà formuliamo i nostri pensieri per mezzo d’immagini: non esistono pensieri puramente astratti, perfino i concetti matematici e geometrici hanno bisogno, per essere pensati, di un minino di corporeità. Per esempio, per pensare un punto bisogna pensare un minuscolo spazio segnato sul foglio di carta, pur sapendo che il “vero” punto geometrico non ha alcuna estensione, non occupa alcuno spazio ed è quindi una pura astrazione.

Dunque non c’è dubbio che il culto rivolto a Dio, alla Vergine Maria, agli Angeli e ai Santi ha bisogno di segni esteriori: che altro è il culto, se non l’esplicitazione materiale di un rituale invisibile? Come il dito che indica la luna, bisogna guardare la luna e non il dito; solo gli sciocchi guardano il dito. Tuttavia, anche il dito ha la sua importanza: la maggior parte degli esseri umani ne ha bisogno, perché da soli non saprebbero da che parte volger lo sguardo. Guardiamoci perciò dal disprezzare quest’umanità semplice, ma animata da una profonda fede: per spiritualizzarsi in maniera conveniente, la fede deve alimentarsi anche di segni esteriori. Ma c’è un confine fra religiosità popolare e superstizione vera e propria? Fin dove ci si può spingere nel culto fatto di segni, senza oltrepassare quel delicato confine? La sola risposta onesta che si può dare è che Dio, che legge nei cuori, sa, Lui solo, dove si pone quel confine all’interno di ciascun uomo. È difficile, se non impossibile, giudicare dall’esterno, tanto più che Gesù Cristo ha raccomandato di prendere esempio dai fanciulli e di essere semplici come loro per accostarsi al Regno di Dio; e ha anche lanciato una terribile maledizione, la più severa di tutto il Vangelo, contro chi osi dare scandalo ad essi, insozzando la loro innocenza.

Pure, obietterà qualcuno, e a ragione, la Chiesa deve prendere posizione, quando viene coinvolta direttamente. Ai fedeli che chiedono al sacerdote di presiedere un certo culto, ad esempio una processione del Santo patrono, o un rito d’invocazione ad un certo Santo per impetrare il suo aiuto in qualche circostanza della vita (sant’Anna per il parto, san Valentino per le infestazioni diaboliche) non può schermirsi: deve approvare o disapprovare. Così pure se un gruppo di fedeli gli chiede di accompagnarlo in pellegrinaggio presso qualche Santuario: se si tratta di luoghi legati ad apparizioni mariane non riconosciute dalla Chiesa, o riconosciute solo parzialmente, come nel caso di Medjugorje, va da sé che il sacerdote deve dire un bel sì o un bel no. Ebbene, crediamo che egli non dovrebbe lasciarsi trasportare in alcun caso dalle sue convinzioni personali, ma farsi guidare solo e unicamente dal Magistero perenne e, scendendo nello specifico, qualora il Magistero non lo contempli, affidarsi al proprio sensus fidei, sorretto dalla propria fede e consigliato anche dalla propria esperienza di pastore amorevole, ma fermo.

Scriveva il giornalista Gianni Flamini, bolognese, classe 1932, assai conosciuto come autore di alcune importanti inchieste sul terrorismo altoatesino e sulla loggia P2, nel suo libro I maghi tra i grattacieli (Bologna, Edizioni Dehoniane, 1968, pp. 138-140):

Nella nostra città-tipo sono diverse le chiese legate a particolari tradizioni superstiziose. In una antica basilica vanno le donne a cui si annuncia vicina la maternità. Con un rito singolare che si ripete da generazioni cercano conforto per il difficile momento ormai prossimo. Un vecchio frate le riceve e spiega loro rapidamente quello che dovranno fare per compiere convenientemente la pratica dei cento passi di sant’Anna. Poi comincia l’azione “liturgica”. La donna si inginocchia prima davanti a un’antica immagine di Sant’Anna,  quindi in una cappella vicina cammina attorno a un altare recitando avemarie senza soluzione di continuità. Una persona amica che l’avrà accompagnata conterà i passi e quando sarà arrivata a cento dirà alt. A questo punto il frate consegna una piccola candela e si accomiata dopo aver dato la sua benedizione.

La pratica dei cento passi di sant’Anna si compie infatti in due tempi. Il primo l’abbiamo visto, il secondo ha inizio quando la donna sarà colta delle doglie e sarà portata in clinica. Qualcuno a casa tirerà fuori da un cassetto la piccola candela donata dal frate e l’accenderà. Quando essa si sarà consumata del tutto si può essere sicuri che sarà nato un bambino sano e robusto e che il parto si sarà svolto senza particolari difficoltà.

Siamo rimasti fino ad ora nell’ambito di quella che potremmo chiamare superstizione bianca, ma c’è anche una superstizione nera, ben più drammatica dell’altra, che seduce e terrorizza col suo corteo di malefici, spiriti maligni, diavoli e stregonerie. Succede così che in una chiesa dedicata a san Valentino, tutta la città vada a cercare difesa contro le influenze nefaste. Ognuno porta con sé un pacchetto che apre davanti al prete, al quale chiede di benedire la maglia del marito, o il pane che il figlio mangerà quel giorno, o un’immaginetta da cucire nella giacca del fratello senza che se ne accorga. Il temuto nemico che si tenta di mettere in condizioni di non nuocere ha sempre lo steso nome: malocchio.

Di nuovo la base inalterabile di tutte le superstizioni chiama in causa lo zio Giuseppe. Solo che questa volta al potere diabolico di maghi, stregoni e fatture si oppone lo scudo di san Valentino, «il prete e martire invocato con fiducia per implorare la salute degli infermi e specialmente per i disgraziati colpiti da epilessia e mal caduco». La regola insegna che per disfare la fattura di un mago occorre l’opera di un altro mago: san Valentino finisce così per adempiere a questa funzione, come altrettanto avviene per il prete che si rassegna a diventare la vittima del processo di strumentalizzazione che il superstizioso fa dei santi. Anche il prete, per la verità, ha poche carte da giocare perché quasi sempre è costretto ad assumersi un carico di responsabilità che non approva e tenta inutilmente di togliersi di dosso.

È il caso del parroco della chiesa di san Valentino della città che abbiamo scelto come test. Dice: «Io non faccio che ripetere che sono sciocchezze ma loro vogliono la benedizione e non posso negarla. È assurdo però che si cerchi ancora oggi di guarire l’epilessia con l’acqua santa; alla gene serve prima il medico del prete, ma chi si sforza di capirlo? Quasi per darmi torto, tornano dopo un po’ portando al santo un ex voto per qualche grazia ricevuta: la chiesa ne è piena. Tutto quello che ho potuto fare è stato di cancellare qualche riga nell’oremus; là dove l’invocazione a san Valentino dice: ‘esaudite quanti vi invocano a valente medico dell’anima e del corpo’ ho tolto completamente la frase: ’particolarmente negli attacchi del morbo epilettico dai quali tanto straziata rimane la povera umanità’».

In gran parte il culto superstizioso di san Valentino è frutto di una tradizione, quasi di un segreto tramandato di padre in figlio. Si segue insomma un rituale perché così è sempre stato. Ma i tempi cambiano e anche se non sono riusciti a fare giustizia di antichi pregiudizi che sembrano trovare continuamente motivo per rinnovarsi, ne portano di nuovi. Ne è un esempio tipico san Valentino, sempre meno santo degli epilettici e sempre più santo degli innamorati. Oggi nella vecchia chiesa, assieme a chi vuole benedire maglie e minestre, ci sono anche i fidanzati, che sotto la statua di un patrono fresco di nomina si scambiano gli anelli.

Il tono del giornalista è piuttosto scettico, ma noi pensiamo che non si debba avere troppa fretta di liquidare le forme da lui riportate, come i “cento passi” di Sant’Anna e la benedizione contro epilessia nel nome di san Valentino, alla stregua di pure e semplici superstizioni. Prima di tutto, quando una certa forma cultuale è molto antica, merita già per ciò stesso rispetto e un certo grado di considerazione: a meno di pensare che generazioni di fedeli e di sacerdoti fossero dominate da una vera e propria sindrome di oscuramento mentale. Poi, oltre all’antichità, bisogna considerare la sostanza effettiva di quel determinato rito, e non soffermarsi unicamente sulla forma: la ritualità è l’espressione di un sentimento religioso, e se il sentimento è sincero – e non è difficile accertarsene – anche la ritualità deve essere considerata con il massimo rispetto. Questo non significa che sia tutto buono, tutto di prima scelta, nel ricchissimo patrimonio della religiosità popolare; l’importante è che non sia cattivo. La fede in tutti i casi è visibile a Dio solo; ciò che umanamente appare da certe forme cultuali è il grado maggiore o minore di sincerità e di trasporto. La tendenza a giudicare con estrema severità ogni espressione della religiosità popolare è di matrice illuminista, positivista e materialista: che lo sappiano o no, i sacerdoti che manifestano una vera e propria insofferenza ideologica verso di essa – e noi ne conosciamo che deridono e umiliano le donne che portano i fiori freschi davanti all’altare della Madonna – sono già fuori del vero spirito religioso e mostrano una forma di povertà umana, oltre che di chiusura e ottusità pastorale. E magari sono proprio quelli che, quando rompono i freni e si mettono a parlare e sproloquiare nel tipico linguaggio demagogico progressista, si riempiono la bocca di parole come apertura, dialogo e inclusione; ma in realtà non sanno neanche dove stiano di casa simili concetti. L’ipocrisia è infatti il tratto più tipico d’un tale clero, arrogante e infetto di modernismo.

Ora, se un sacerdote appende sulle pareti della chiesa gli ex voto dei suoi parrocchiani, ma senza credere alla loro veridicità, anzi pensando che si tratta di mere superstizioni, va da sé che costui non sta facendo un gioco limpido: sta barando, o con se stesso o coi fedeli, o con entrambi; e, quel che è peggio, sta barando col Signore Iddio. Ma a Dio non la si fa, come dice il dottor Manson ne La cittadella di Cronin. Il problema del clero, a partire dal Concilio Vaticano II, è però appunto questo: vuole farla a Dio, ma senza avere il fegato di dirlo. Fra Dio e il mondo ha scelto il mondo, con la scusa di voler portare Dio nel mondo, più di prima e meglio di prima. Fino al 1962, infatti, preti e teologi non avevano capito nulla; ma poi è arrivata l’illuminazione, son rimasti tutti folgorati sulla via di Damasco, e da quel momento ogni cosa è apparsa chiara e limpida, come se fosse illuminata dal sole anche di notte. In verità, costoro hanno voluto cambiare la liturgia per poter cambiare la dottrina: ma senza avere la franchezza di dirlo, anzi facendo finta di non voler cambiare nulla, solo le modalità dell’annuncio. Come se i modi dell’annuncio fossero separabili dalla sostanza del Vangelo! Ecco perché la religiosità popolare dà tanto fastidio a quei signori: perché è troppo antiquata, è terribilmente anacronistica; mentre essi hanno il complesso del ritardo, quei 200 anni di ritardo rispetto al mondo moderno deprecati dal cardinale Martini. Figuriamoci se possono sopportare il peso morto di quei culti, di quelle processioni, di quei riti e perfino la credenza nel demonio e la necessità degli esorcismi: quello, poi! Roba da Medioevo. Eppure, il problema non è sorto nel 1962, e neppure nel 1907, anno della Pascendi di san Pio X contro il modernismo; né nel 1864, con la pubblicazione del Sillabo di Pio IX; e infine neppure nel 1738, allorché Clemente XII lancia la prima scomunica contro i massoni. No, il problema è molto più vecchio: è vecchio quanto la Chiesa. Da sempre la tentazione di mettersi al passo coi tempi, di venire a un’intesa col mondo, e perciò edulcorare il Vangelo, ha infettato una parte del clero e l’ha spinta sulla china dell’infedeltà a Gesù Cristo. Ed è essenzialmente un problema di orgoglio, di superbia intellettuale, d’incapacità di farsi piccoli secondo la raccomandazione evangelica. Il che non significa che il credente deve mortificare la propria intelligenza: tutto il contrario! Forse san Tommaso d’Aquino ha sacrificato la ragione in nome della fede? Nossignori: ha messo la ragione al servizio della fede, e con la ragione ha spianato la strada dell’uomo verso Dio. È l’antico peccato di Adamo ed Eva, i quali vollero farsi simili a Dio; ed è il peccato degli Angeli ribelli, i quali non vollero servire Iddio e trascinarono nella ribellione anche l’ordine delle cose celesti. Da allora la natura è ferita, e geme in attesa del riscatto…

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 22 Dicembre 2021

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