lunedì, 17 Gennaio 2022
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Nonnismo o nonnocrazia? Il caso del Draghistan di Roberto Bonuglia

Una guerra dei nonni, visto che l’alternativa a Draghi parrebbe essere l’altro autocandidato, l’85enne Silvio Berlusconi. La guerra dei vecchietti, direbbe il compianto Remo Remotti, indimenticato «guru della cultura romana» di Roberto Bonuglia

Che l’Italia non sia un Paese per giovani è tristemente noto. E lo è da molto, forse da sempre.

Nel Terzo millennio, quello della dorata menzogna della globalizzazione [1], le cose non sono andate meglio. Nel 2005, ad esempio, con la Legge n. 159 del 31 luglio è stata persino istituita, il 2 ottobre, la “Festa dei Nonni”: ne divenne testimonial nientepopodimeno che Lino Banfi, all’epoca iconico protagonista della situation comedy Un medico in famiglia che traghettò il Paese con «la buffa forma di uno stivale situato tra l’Europa e l’Africa» [2] dal Secolo Breve al nuovo millennio. Nonno Libero, infatti, spopolò in Italia dal 1998 al 2008, mentre il mondo cambiava con la crisi della Lehman Brothers Holdings Inc. e l’imminente crisi del debito.

Poco dopo, da noi venne arrestato [3] un certo Samuele Piccolo che quella festa aveva “inventato” ‒ in realtà, solamente “importandola”, visto che era stata realmente ideata, in America, da Jimmy Carter [4] ‒ organizzando nel maggio 2003 un’iniziativa imponente con 10.000 partecipanti e mettendo, poi, il cappello sulla legge del 2006 pubblicando persino un libro sul tema [5]. In quelle pagine, tra gli altri, c’era la testimonianza di Giulio Andreotti il quale rivendicava di aver «sottoscritto con convinzione l’iniziativa per dar vita ad una giornata di festa in onore dei nonni […] in una fase di intiepidimento, almeno relativo, dei valori familiari» [6].

Nel corso degli anni successivi non è che sia cambiato poi molto: la festa è entrata de facto tra le ricorrenze “laiche”, il nontiscordardimé è divenuto il suo fiore “ufficiale” e la realtà fattuale è rimasta quella ben fotografata sulle colonne dell’Avvenire: «Il debito pubblico non è diminuito; la spesa sociale continua ad essere tra le più squilibrate in Europa a svantaggio dei giovani; le soglie anagrafiche dell’elettorato attivo e passivo continuano a essere tra le più restrittive tra le democrazie occidentali; la presenza delle nuove generazioni nella società e nel mondo del lavoro si è ulteriormente affievolita» [7].

Il trionfo del nonnismo, insomma. Che, a ben guardare, non è che sia un termine rassicurante: nella vita militare, infatti, il vocabolo indica «il fenomeno per cui a volte, nelle caserme, i militari di leva prossimi al congedo adottano comportamenti di prepotenza e d’intimidazione nei riguardi delle reclute, facendosi riconoscere privilegi (quale, per es., l’esenzione dalle mansioni faticose), e non di rado puniscono le reclute ribelli con scherzi anche crudeli» [8]. Un termine che rischia di tornare in voga nonostante l’abolizione della leva obbligatoria ‒ sancita dalla legge n. 226 del 23 agosto 2004 ‒ come figliuolo dei nostri tempi.

Non sorprende, quindi, che nell’Italia dei nonni, dal 2008, ben il 54% degli emigrati abbia in media meno 35 anni e che, in quegli anni così delicati, si sia registrata la cosiddetta “fuga dei talenti”. I motivi dell’esodo li ha ben spiegati Oscar Bianchi ‒ giovane compositore e Gaudeamus Laureate emigrato a New York ‒ in un’intervista rilasciata nel 2009: «In Italia comandano tre tipologie di persone. I “vecchi”, con i loro piccoli orticelli da difendere, i politici o chi è da loro appoggiato, e chi ha i contatti giusti. Il sistema è talmente marcio che tutto funziona con lo scambio di favori, il “do ut des”. Nessuno investe più su di te solamente perché ti stima o crede in ciò che sei. Il nostro è un sistema interamente basato sullo scambio di potere. Un sistema dal quale i giovani sono tagliati fuori, perché non hanno nulla da offrire al di fuori del proprio talento» [9]. 

Dopo più di un decennio, nonostante il Covid-19 e tutto il resto, l’Italia era e rimane un Paese per vecchi: la conferma ce l’ha data ieri Super Mario Draghi, l’«eroe fatto e finito che non conosce sconfitta» [10] che per veicolare la sua candidatura al Quirinale ‒ in modo da dare un compiuto senso al Draghistan [11] ‒ si è dovuto autodefinire «un uomo e un nonno al servizio delle Istituzioni» [12]. Un dettaglio non sfuggito a chi ha giustamente sottolineato come, in poco più di vent’anni, l’Italia sia miseramente passata «da nonno Libero a nonno Mario» [13].

Quello di ieri, a ben guardare, non è solo l’outing delle aspirazioni presidenziali di Draghi o l’ennesimo esautoramento del Parlamento ‒ come riportato da Dagospia, infatti, «nella conferenza stampa autocelebrativa è sbucata un’arroganza che non ha tenuto conto del fatto che l’Italia è una Repubblica parlamentare fondata sui partiti» [14] ‒ ma molto di più: è una resa, una dichiarazione di adeguamento al Dna gerontocratico dell’Italia politica. Che diventa una capitolazione proprio perché, ad allinearsi, non è l’uomo qualunque di gianniniana memoria [15], bensì colui che «gli americani chiamavano “the unitalian” perché sembrava a loro così poco italiano» [16] e che a Barcellona aveva ispirato l’istallazione di TvBoy che lo aveva immortalato «intento ad aggiustare un rubinetto tricolore che perde acqua» [17].

L’atmosfera della stessa conferenza stampa è stata in linea con l’operazione di invecchiamento del Premier: «Era come se ogni cosa, la scenografia, i colori dell’auditorium Antonianum, la sede scelta per questa conferenza di fine anno (a proposito, ma dove sono finite le ville e i marmi, le parate da re sole, le domande lunghissime e le risposte vanitose?) volesse riportarci al cantuccio dell’infanzia, alla cucina dei nonni. C’era il legno scuro delle sedie, la pelle rossa delle poltrone, la cera passata che sempre fa brillare i mobili modesti. Draghi arredava il suo possibile Quirinale e quasi lo raccontava come fanno gli architetti, quelli che non vogliono stupire ma conservare» [18].

Il tutto in perfetta linea presidenziale all’italiana: da noi, a parte Cossiga eletto a 57 anni, tutti i Presidenti hanno soddisfatto, in primis, un requisito essenziale nella gerontocrazia fondata sul lavoro ossia l’età avanzata. La media è tra le più alte del mondo (72,9 anni) anche grazie alla rielezione, il 22 aprile 2013, dell’88enne Giorgio Napolitano e quella, il 9 luglio 1978, dell’82enne Sandro Pertini nato, tra l’altro, nel XIX Secolo. Si aggiunga, poi, che per attendere un Presidente nato nel XX Secolo si dovette attendere il 29 dicembre 1971 con la salita al Quirinale del “giovane” Giovanni Leone.

Una guerra dei nonni, insomma, l’ha definita Andrea Fabozzi [19], visto che l’alternativa a Draghi parrebbe essere l’altro autocandidato, l’85enne Silvio Berlusconi. La guerra dei vecchietti, direbbe il compianto Remo Remotti, indimenticato «guru della cultura romana» [20].

Come vada a finire questa guerra ‒ forse ‒ non è dato sapersi, ancora (per poco). Ciò che c’è da augurare, alla vecchia cara Italia o, comunque, a quel poco che ne rimane è che, se proprio dovranno continuare a governare i nonni, non lo facciano sancendo un’ulteriore deriva, quella di una nonnocrazia in un nonnismo indiscriminato oltreché generazionale.

Note:

[1] R. Bonuglia, Dalla ‘Great Transformation’ al ‘Great Reset’: l’altra faccia dell’utopia globalista, in «Il Corriere delle Regioni», del 10 dicembre 2020, ora in https://www.corriereregioni.it/2020/12/10/dalla-great-transformation-al-great-reset-laltra-faccia-dellutopia-globalista/.

[2] G. Aliberti, Diavoli in paradiso… ovvero Lettera a Isotta, in «Elite & Storia», a. III, n. 1, aprile 2003, p. 19.

[1] Cfr., il comunicato stampa dell’Agenzia Dire, Piccolo, il mister 12mila preferenze che inventò la «Festa dei nonni», in «Repubblica», del 13 luglio 2012.

[3] Cfr., la Proclamation 4680, del 10 settembre 1979, firmata da Jimmy Carter, 93 STAT. 1533, ora in https://www.govinfo.gov/content/pkg/STATUTE-93/pdf/STATUTE-93-Pg1533.pdf.

[4] S. Piccolo, Nonni. Senza radici non c’è futuro, Roma, La Moderna, 2006.

[5] Cfr., la testimonianza di G. Andreotti, in ivi, p. 9.

[6] A. Rosina, Perché l’Italia non riesce mai a essere un Paese per giovani, in «Avvenire», dell’11 dicembre 2019.

[7] Cfr., la voce nel dizionario online Treccani, ora in https://www.treccani.it/vocabolario/nonnismo/.

[8] S. Nava, La fuga dei talenti. Storie di professionisti che l’Italia si è lasciata scappare, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009, p. 172.

[9] M. Novelli, Super Mario Draghi: perché viene chiamato così e cosa c’entra l’icona Nintendo, in «Money», del 5 febbraio 2021.

[10] R. Bonuglia, Cronache dal Draghistan, in «Il Corriere delle Regioni», del 21 dicembre 2021 e Id., Draghistan for dummies, in «Ora Zero», del 23 dicembre 2021, ora in https://www.orazero.org/draghistan-for-dummies-di-roberto-bonuglia/.

[11] ANSA, Draghi: ‘E’ il Parlamento a decidere la vita del governo. I miei destini personali non contano, sono al servizio delle istituzioni’, in «Ansa», del 22 dicembre 2021, ora in https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2021/12/22/la-conferenza-stampa-di-fine-anno-del-presidente-del-consiglio-mario-draghi_82d4b633-fd09-4c16-a6ab-6e59c172ce88.html.

[12] A. Siberia, Da nonno Libero a nonno Mario, povera Italia. E quella frase dei destini personale…, in «Il Tempo», del 23 dicembre 2021.

[13] Dagoreport, Dopo il “vaffa” dei partiti della maggioranza, Draghi ingrana la retromarcia, in «Dagospia», del 23 dicembre 2021, ora in https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/dopo-quot-vaffa-quot-partiti-maggioranza-draghi-ingrana-293976.htm.

[14] S. Setta, L’Uomo qualunque 1944-1948, Roma-Bari, Laterza, 2005.

[15] G. Mazzuca, Mario Draghi, il «Whatever it takes» come stile politico, in «IlSole24Ore», del 1° novembre 2021.

[16] V. Monti, Supermario (Draghi). Nell’installazione di TvBoy il presidente incaricato è l’idraulico della Nintendo, in «ArtsLife», del 4 febbraio 2021, ora in https://artslife.com/2021/02/04/super-mario-draghi-tvboy/.

[17] C. Caruso, Draghi disegna il suo Quirinale. Nasce il “nonnopresidenzialismo”, in «Il Foglio», del 23 dicembre 2021.

[18] A. Fabozzi, La guerra dei nonni. Draghi fa la mossa: con me al Quirinale garanzia di stabilità, in «Il Manifesto», del 23 dicembre 2021.

[19] F. Zampa, Addio a Remo Remotti, il poeta di Roma se ne va a 90 anni, in «Mattino», del 22 giugno 2015.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 24 Dicembre 2021

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