lunedì, 17 Gennaio 2022
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Per un soffio Colombo mancò lo stretto fra i due mari di Francesco Lamendola

Il mistero di Colombo: egli “sapeva”, senza averne alcuna “prova scientifica” che lì, proprio lì, fra l’Honduras e Panama, l’Oceano che conduceva all’Asia “era più vicino” di Francesco Lamendola  

La maggior parte delle persone crede che Cristoforo Colombo non abbia mai compreso di non aver raggiunto la meta desiderata dei suoi viaggi, le Indie; che si sia intestardito a cercare sulle coste e nelle isole americane quelle ricchezze favolose che Marco Polo descrive nel Milione; che sia morto fermissimamente persuaso di non aver scoperto un nuovo continente, ma di aver raggiunto qualche estrema propaggine dell’Asia. Così, più o meno, raccontano la sua vicenda a scuola; e in seguito sono ben pochi quelli che provano la curiosità di approfondire per conto proprio l’argomento. Come avviene per quelle cose che tutti credono di conoscere a sufficienza, solo perché ne hanno sentito parlare sin da bambini, si accontentano delle scarse e discutibili nozioni apprese sui banchi di scuola e non domandano altro.

La realtà, in effetti, è molto diversa. Esperto navigatore, buon geografo e uomo d’intelligenza superiore, Colombo aveva compreso benissimo che le terre da lui scoperte non erano parte dell’Asia: pensare diversamente significa far torto al buon senso e all’evidenza. Si era reso conto che i calcoli di Paolo Dal Pozzo Toscanelli peccavano per difetto nella stima della circonferenza terrestre: che il mondo è più grande e che la distanza da lui percorsa per raggiungere le “Indie” era troppo breve. Inoltre, nel corso dei suoi ripetuti viaggi, aveva avuto modo di constatare che nessuna delle terre da lui raggiunte presentava alcuna affinità con le descrizioni dell’Asia allora note; che la stessa struttura fisica degli indigeni era diversa da quella degli orientali; inoltre nessuna grande civiltà, nessuna metropoli, nessun palazzo in muratura egli aveva incontrato, pur navigando su e giù per quelle coste e fra quegli arcipelaghi. Pensare che perseverasse nella convinzione iniziale vuol dire fare di lui un ostinato, un testardo, un meschino che, pur di non ammettere d’aver mancato l’obiettivo, pretende di negare la realtà delle cose.

La “svolta” nel pensiero geografico di Colombo si colloca dopo il terzo viaggio, avvenuto nel 1498-99; il quarto, del 1502-04, che tenne una rotta mediana fra quella del secondo e quella del terzo, dirigendosi, oltre il grande arco delle Antille, direttamente verso la sezione più meridionale dell’America centrale, là dove il continente si restringe al massimo e la distanza fra l’Atlantico e il Pacifico si assottiglia più che mai, fu concepito e condotto precisamene allo scopo di trovare una via che consentisse il passaggio verso le “vere” Indie. L’ammiraglio aveva intuito che in quella ristretta fascia latitudinale, fra il parallelo della Martinica e quello della costa dell’Honduras, doveva trovarsi o un passaggio marittimo, o un istmo così breve e facilmente superabile da rendere possibile il proseguimento del viaggio oltre il “muro” frapposto dall’America (che, ricordiamolo, ancora non si chiamava affatto così, proprio per l’incertezza del suo status geografico, ma semplicemente Indie occidentali, o Indie e basta, per quelli che lo consideravano un semplice avamposto dell’Asia: solo nel dal 1507 entrò in uso il nome “America”, in onore del fiorentino Amerigo Vespucci).

Incredibile a dirsi: il tratto di costa del continente esplorato da Colombo nel suo quarto e ultimo viaggio, affrontando le peggiori difficoltà nautiche che avesse ma incontrato nei viaggi precedenti, tempeste e trombe marine d’inaudita violenza, il tutto con quattro piccole caravelle, tipo di nave da lui scelta precisamente per poter risalire le foci dei fiumi e cercare a ogni costo l’agognato “stretto”, o passaggio, è proprio quello che nelle passate ere geologiche non esisteva, per la separazione dei due continenti del Nord e del Sud;  lo stesso ove poi gli uomini avrebbero individuato le condizioni più idonee per la costruzione di un canale artificiale, quello di Panama, realizzato nel 1907-14 e lungo 81 km. Un altro punto idoneo era stato individuato all’altezza del Lago Nicaragua, mediante l’escavazione del terreno sule due sponde dello stesso, e sfruttando così la superficie lacustre per  abbreviare la distanza fra i due oceani. Il progetto fu concepito nel 1904 e poi abbandonato in favore della zona centrale di Panama, ma nel 2013 è stato ripreso in esame dal governo del Nicaragua: il vantaggio che tale opera, una volta realizzata, presenterebbe rispetto al canale oggi esistente, è che per la nuova opera potrebbero transitare le navi di stazza più grande, le gigantesche portacontainer che, invece, non possono passare dal canale di Panama a causa dei bassi fondali (la profondità massima è di 12 metri appena, e quella media è assai minore) e del loro eccessivo pescaggio. Infine, quel tratto di costa è anche quello ove per primo un esploratore europeo, il conquistador Vasco Nuñez de Balboa, percorrendo a piedi con la sua colonna le dense foreste del Darién e aprendosi la strada combattendo contro gl’indiani ostili, giunse per primo a vedere, il 25 settembre 1513, le acque scintillanti di quello che allora venne chiamato Mare del Sud, e poco più tardi, da Magellano, Oceano Pacifico.

Nel suo bel libro dedicato allo scopritore del Nuovo Mondo, il navigatore ed esploratore Jean-Baptiste Charcot (1867-1936), che sarebbe perito con tutto l’equipaggio nel naufragio della sua nave Porquoi-pas? IV al largo dell’Islanda, così descrive la fase cruciale della ricerca dello “stretto” fra i due oceani (da: J.-B. Charcot, Cristoforo Colombo marinaio; titolo originale: Christophe Colomb vu par un marin, Paris, Flammarion, 1928; traduzione dal francese di Gino Doria, Firenze, Giunti Martello, 1982, pp. 207-209):

Il 13 dicembre [del 1502], una tromba, fenomeno assai frequente in quei mari, avanzò verso le navi. Colombo e i suoi equipaggi ne avevano vedute precedentemente nei mari del Nuovo Mondo e fors’anche sulle coste nord e ovest della Spagna; ma questa doveva essere particolarmente pericolosa per la caravella.

L’Ammiraglio accese un cero benedetto nel fanale di poppa e fece salire sul ballaturo un araldo con il guidone reale, insegna suprema del comando; cinse il cordone di San Francesco, si armò della grande spada dalla impugnatura a croce, poi lesse ad alta voce l’evangelo di San Giovanni. La sinistra tromba, così esorcizzata, si dissolse e l’equipaggio, buttatosi ginocchioni, cantò il “Salve Regina”.

Il  17 dicembre si potettero carenare le navi in una baia , poi, dice lo stesso Colombo: «Tornai a tentare e perfidiare per andare a mio cammino; che ancora mi fusse fatto bon tempo, già aveva li navigli innavigabili e la gente inferma e morta».

Insomma, dalla fine d’ottobre 1502 a gennaio 1503, fu la ricerca febbrile dello “stretto”; volontariamente, o forzato dalle circostanze, penetrò, correndo i più grandi rischi, nelle baie e nei fiumi, se ne andò verso est, poi tornò a ovest, per tornare ancora. Frugò la costa e si urtò contro la muraglia che si ergeva fra lui e l’oceano che conduce alle vere Indie. Questa pagina è forse la più bella, la più commovente della straordinaria storia di Cristoforo Colombo.

Con una inquietante e geniale intuizione, che sembra voler dare ragione a Roselly de Lorgues quando esclama: «chi non crede al sovrannaturale non può comprende Colombo», l’Ammiraglio limitò le sue ricerche a una sessantina di miglia di costa. Voleva trovare il passaggio là dove avrebbe dovuto essere, là dove fu nei tempi geologici; arrivò al punto preciso in cui la natura lo aveva lasciato abbozzato e dove è ora scavato dal genio degli uomini!

Colombo, ispirato e mistico, collocò, come abbiamo detto, il Paradiso terrestre a sud dell’istmo dove cercava lo “stretto”.

Ora, il dotto geologo francese Douvillé ci apprende che «quando si studia la distribuzione dei fossili nei tempi geologici, si constata l’esistenza nei mari de periodo secondario, di una zona calda, privilegiata dal punto di vista dello sviluppo degli esseri; fa il giro del globo separando l’Eurasia dall’Africa, e l’America del Nord dall’America del Sud». A questo mare circolare il Douvillé ha dato il nome di Mesogea,. (…)

Nell’America, il limite settentrionale della Mesogea partiva dal nord della penisola della California e seguiva press’a poco il parallelo del 32° latitudine nord; il suo orlo meridionale partiva da Santa Fé di Bogotà a circa 5° nord e risaliva verso l’isola della Trinità (10° latitudine nord).

Non v’è qualche cosa che turba nel constatare che Cristoforo Colombo cercò il “suo stretto” nella precisa regione in cui la doga che, per sollevamento, venne a tagliare la Mesogea, è più stretta, e che egli collocò il Paradiso terrestre sulle rive di quello stesso mare benefico,  culla delle civiltà umane?

Se in una delle sue discese a terra avesse esplorato qualche chilometro in più, avrebbe avuto in parte la giustificazione della sua idea, ma questa gioia gli fu rifiutata; solo nel 1513 Balboa, in una spedizione, raggiunse un’altitudine da cui contemplò l’Oceano Pacifico.

Sì, ha ragione Jean-Baptiste Charcot: vi è qualcosa non solo di emozionante e di commovente, ma anche d’inesplicabile, di misterioso e quasi di sovrannaturale, nella precisione con cui Cristoforo Colombo si ostinò a cercare, le navi squassate dalle tempeste e ingombre di malati e di cadaveri, l’agognato “stretto” proprio là ove avrebbe dovuto essere, o dove avrebbe potuto venire aperto con l’opera dell’ingegno umano; qualcosa di sorprendente che lascia perplessi e pieni di domande. Egli “sapeva”, senza averne alcuna prova scientifica, che lì, proprio lì, fra l’Honduras e Panama, l’Oceano che conduceva all’Asia era più vicino. Ma come poteva saperlo, visto che nessun uomo bianco vi si era mai affacciato, e anzi nessun un uomo bianco era in possesso di nozioni positive riguardo alla sua esistenza? Si direbbe che Colombo sapesse qualcosa che, razionalmente parlando, non avrebbe dovuto sapere: un po’ come Dante Alighieri che descriveva con precisione le quattro bellissime stelle del Polo celeste antartico, senza che alcun navigatore europeo si fosse mai spinto a sud dell’Equatore, così da averle potute vedere (cfr. il nostro articolo: Come faceva Dante a conoscere la costellazione della Croce del Sud?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 21/02/09 e ripubblicato su quello dell’Accademia Nuova Italia il 07/11/17). Si trattava di una semplice intuizione, o di qualcosa di più definito?

Una cosa è certa. Cristoforo Colombo, nonostante sia passato alla storia come una delle figure emblematiche dell’età moderna che iniziava, era in realtà, per cultura, psicologia, prospettive esistenziali, un vero uomo del Medioevo, in tutto e per tutto. Quel che cercava non era solo la gloria e gli onori, ma un luogo ove reperire le ricchezze che avrebbero permesso ai Re Cattolici di finanziare una grande crociata contro il Turco, in modo da restituire Gerusalemme e gli altri luoghi santi della Palestina alla cristianità. Diversissimo, come mentalità e come spirito religioso, da Cortéz o da Pizarro, non cercava l’oro e l’argento per arricchirsi, o comunque non solo per questo, ma per rendere possibile una guerra di liberazione che allontanasse il pericolo musulmano dal Mediterraneo, dall’Italia e dall’Europa. Inoltre, di fronte alle difficoltà che incontrava nel corso delle sue pericolose navigazioni, era solito raccogliersi in preghiera e pretendeva che tutti gli equipaggi facessero altrettanto. Era un uomo che, di fronte all’avvicinarsi di una tromba marina, faceva leggere il Vangelo a voce alta e innalzava la croce contro le onde, invocando la protezione della Madre celeste; non scordandosi, poi, di far ringraziare i suoi marinai per il pericolo scampato, recitando un Salve Regina. In altre parole, era un uomo profondamente devoto, per il quale la realtà soprannaturale, la grazia e la vita eterna erano sempre presenti, e superavano di gran lunga le preoccupazioni rivolte alla realtà terrena. Era anche persuaso che la storia sacra avesse segnato il mondo di luoghi significativi, ad esempio che la sede del Paradiso terrestre, luogo dell’originaria perfezione umana, avesse una collocazione precisa nella geografia terrestre (anche in questo caso, come per Dante Alighieri); e tale collocazione, guarda caso, era nei pressi del sospirato “stretto”, o istmo, o comunque del passaggio che rendeva accessibile l’oceano rivolto verso l’Asia orientale ai navigatori provenienti dall’Europa.

Ci permettiamo perciò una domanda, tanto indiscreta quanto, lo sappiamo bene, politicamente scorretta. È possibile che la robusta fede di Cristoforo Colombo gli abbia valso il “premio” di una speciale rivelazione, o suggerimento, o ispirazione, o comunque la si voglia chiamare, proveniente dall’Alto? È possibile che le Potenze celesti abbiano voluto premiare le sue pie intenzioni, che lo animavano nella ricerca dello “stretto” verso l’Asia, suggerendogli dove cercare, e quale fosse la via più breve verso la meta tanto desiderata? Ma, si obietterà, quello “stretto” Colombo non lo trovò.  È vero: ma fu vicinissimo a riuscirci. Nel 1520, una trentina d’anni dopo Fernando Magellano dovette scendere quasi alle latitudini antartiche per trovare infine la via naturale che adduce al Mar del Sud. Dio può suggerire, aiutare; ma non si sostituisce al libero arbitrio, per rispetto della libertà umana…

Vedi anche:

Come faceva Dante a conoscere la costellazione della Croce del Sud? – DANTE E CROCE DEL SUD

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 28 Dicembre 2021

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