domenica, 26 Giugno 2022
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Quello di Dio è un “problema” filosofico o religioso? di Francesco Lamendola

Dio ha dato all’uomo la ragione perché questi possa giungere a Lui e non bisogna confondere i piani del pensiero razionale e della fede che san Tommaso aveva bene delimitati di Francesco Lamendola

Il pensiero religioso di Pantaleo Carabellese, un filosofo del quale ci eravamo già occupati in un precedente articolo (O la Chiesa domina il mondo, o ne viene dominata?, pubblicato sul sito della Accademia Nuova Italia il 26/09/21) offre un buon esempio di come i pensatori contemporanei trovano difficoltà ad affrontare il tema di Dio, ossessionati, come sono, dal timore di scivolare sul terreno della “fede”, cioè di non essere sufficientemente distaccati e obiettivi sul piano dell’indagine e della riflessione razionale. Strano timore, visto che da almeno ottocento anni san Tommaso d’Aquino ha mostrato che si può essere grandi filosofi e grandi teologi senza confondere affatto le due cose, e tenendo ben distinte la via razionale per giungere alla conoscenza di Dio, da quella che viene dalla Rivelazione, per il tramite della grazia. E tuttavia, rispetto alla rozza semplificazione di Hegel, per il quale la filosofia è superiore alla religione, perché la filosofia è la forma più alta dell’attività speculativa, e quindi, per esempio, il Gesù “spiegato” dalla sua filosofia è certamente superiore, più vero e più saggio, del Gesù annunciato dalla Chiesa cattolica, con Pantaleo Carabellese c’è almeno il tentativo di separare i due ambiti senza affermare la superiorità dell’uno sull’altro, ma cercando semmai in che modo essi possano divenire complementari. Che è, se non altro, un modo di tornare alla lezione tomista, e sia pure partendo da una prospettiva radicalmente diversa, vale a dire assumendo alcune categorie della modernità che poi, di per se stesse, formano un diaframma insuperabile per recuperare il pensiero di Dio nella forma che è più naturale al pensiero stesso, ossia facendone un problema, che, come tutti i problemi di questo mondo (peccato però che Dio non è una realtà di questo mondo) vanno affrontati e risolti muovendo dall’assunto che bisogna sbarazzarsi di loro come ci si sbarazza di un fastidio o, quanto meno, di una preoccupazione che complica la vita.

Luigi Cimmino, autore d’una scrupolosa monografia sul problema religioso nel contesto del pensiero di Pantaleo Carabellese, così riassume la questione, prima di passare a esporre la concezione personale del filosofo nel suo svolgimento organico (da: L. Cimmino, Carabellese. Il problema dell’esistenza di Dio, Roma, Edizioni Studium, 1983, pp. 121-125):

È il problema di Dio soltanto un problema religioso? Che non vi sia religione senza Dio non v’ha dubbio. Ma il problema di Dio è, come tale, proposto alla filosofia dalla religione e dalla religione soltanto? Ammettere ciò è dire o che la religione come tale esaurisca tutta l’attività spirituale, o che vi sia una attività spirituale dalla quale possa essere assente Dio.

È, almeno a mio avviso, evidente che l’impostazione tradizionale tacitamente ammette questo secondo significato del presupposto; l’ammette senza esplicarselo  (il presupposto non può avere un significato esplicito  da chi lo ha come presupposto). La religione, infatti, quando propone alla ragione dimostrativa il problema di Dio che a lei interessa, non si presenta come una indeterminata forma spirituale, o come tutta l’attività spirituale; si presenta, vedemmo, come fede.  E per di più come fede che esige che si risolva il problema della esistenza di Dio, cioè come fede intesa quale specifica esperienza di Dio. E se di Dio è forma spirituale specifica proprio come sua speciale esperienza, soltanto quella religiosa, Dio non caratterizzerà nessun’altra esperienza spirituale. Ora basta anche soltanto che questo presupposto esca dalla sua forma di presupposto e si faccia esplicitamente presente, perché se ne veda tutta la fallacia  in questo suo secondo significato. Quella attività spirituale da cui Dio fosse assente, rinnegherebbe il concetto stesso di Dio, che richiede comunque lo si interpreti, che Egli sia principio di ogni essere, di ogni attività e più ancora quindi di ogni spiritualità. Basta ammettere un sola forma di attività spirituale, da cui sia assente Dio perché Dio sia in tutto e per tutto negato.

E quando ciò si consideri, a voler ancora conservare quel presupposto, bisognerebbe dargli il primo significati e vedere nella forma spirituale della religiosità l’unica forma concreta di spiritualità: la religione sarebbe attività spirituale, tutta ed intera. Ma così non avremmo che annullata la religione nella sua specifica forma di fede, di certezza quindi che non consente problematicità. Diremmo religione la stessa spiritualità attiva, ma in verità di religione non si parlerebbe più: dove tutto è religione, nulla è religione. E anche in tal caso quindi il presupposto svanisce: la religione, annullata come specifica coscienza di Dio, non avrebbe, in questo suo annullamento, da proporne problema.

Il problema di Dio, dunque come problema, non nasce dalla esigenza religiosa: nasce dalla esigenza oggettiva della coscienza nella riflessione filosofica. Come è possibile che nella coscienza ci sia l’essere in sé? È quindi porre tutto il problema della oggettività spirituale, tutto il problema dell’essere in sé.

Quando il problema di Dio liberiamo da questa subordinazione alla religione, allora anche vediamo confermata la natura della religione come pura adorazione. Finché la filosofia ripeterà dalla religione il problema di Dio, la religione sarà concepita come speciale esperienza inadeguata a provare l’esistenza del principio da cui proviene. Il riconoscere che la filosofia pone il problema di Dio, perché Dio è il suo oggetto, rende possibile alla religione abbandonare quel suo concetto realistico e il profondarsi e purificarsi nella sua propria essenza. E si può vedere allora con chiarezza che nella fede il credente, pur chiuso nella propria singolarità spirituale (…), sente, vive come costitutivo di questa, implicito, inespresso nella reciproca attività alterna, quell’assoluto Spirito che da tutti si intende come Dio, e in questo riposa, non bramoso che glie se ne dimostri l’esistenza, ma sublimandosi, amoroso e timoroso, in questa assoluta inseità, da cui pur sente che parte quella alterità in cui egli vive con qualunque opera che egli faccia, costituito com’è, di assoluta essenza. E persuasi di questo, non andrà cercando tra gli altri o al di là degli altri Dio, per distinguerlo da essi e porsi in rapporto di alterità solo con lui. Il soggetto che vive la fede non sente l’alterità, mentre pur si chiude strettamente in essa. È questa la trascendenza religiosa: è esistenza che vive nell’assoluto il proprio principio; e perciò è certezza, è riposo, è beatitudine. Certezza, riposo, beatitudine che non è concretezza, ma condizione trascendentale di questa.

Non l’esistenza di Dio, che l’inabisserebbe nel nulla, sente il credente, ma l’esistenza pura dell’io, costituita da quell’unico assoluto oggetto, che è un sé, e che perciò non ha una sua propria esistenza. Il credente sente nell’io l’inseità e si bea in questa trascendenza, Scambiare quell’inseità sentita nell’io con un tu che costringe a negarsi, non è essere nella religione, è fare una falsa filosofia della religione. E da questa falsa filosofia non si può uscire fino a che il problema di Dio non sia impostato come problema filosofico. (…)

La religione è adorazione, perché è certezza; la filosofia è dimostrazione, perché è problema.

Abbiamo diverse riserve e obiezioni da fare al ragionamento di Pantaleo Carabellese circa la questione “Dio”.

Anzitutto, non è vero che non si dà religione senza la nozione di Dio. Questo è vero nell’ambito della cultura occidentale; nelle culture orientali le cose stanno altrimenti. Il buddhismo, in quanto religione (perché, senza dubbio, è anche una filosofia) è sostanzialmente agnostico. Interrogato sull’esistenza di Dio, Buddha rispose al discepolo Ananda che si dichiarava ateo  o teista a seconda di chi lo interrogava in proposito; agli agnostici, poi, confermava di non sapere nulla e negava di essere un illuminato. La verità è che Buddha pensava che ciascuno deve fare da sé l’esperienza del divino, oppure no; ma che non serve a nulla predicare qualcosa sull’argomento a chi non è pronto per capire. Quanto al confucianesimo e al taoismo, è noto che né l’uno, né l’altro si esprimono chiaramente, né fanno di Dio, o degli dèi, il centro del loro messaggio. Dunque, in gran parte dell’Asia, milioni e milioni di persone sono state cresciute all’interno di “religioni” che non fanno di Dio il cuore della devozione; taoismo e buddismo, peraltro, sembrano inclinare verso una concezione panteista, e concentrare i loro sforzi verso l’auto-divinizzazione dell’uomo, attraverso la scoperta che l’uomo è parte del Tutto, è una cosa sola col Tutto, e quindi è una cosa sola con il divino che pervade il Tutto.

In secondo luogo, l’affermazione che basta ammettere un sola forma di attività spirituale, da cui sia assente Dio perché Dio sia in tutto e per tutto negato, ci sembra avventata e apodittica. Di fatto, esistono numerose forme di spiritualità che prescindono dall’esistenza di Dio, o che l’ammettono, ma in senso del tutto capovolto rispetto alla teologia. Al primo tipo appartengono il buddismo, il taoismo, lo yoga, la teosofia, l’antroposofia: sono forme di spiritualità che non ci persuadono o che non ci piacciono, specialmente le ultime, ma è innegabile che fanno appello alla dimensione spirituale. Al secondo tipo appartengono la magia, l’occultismo, il satanismo: la loro è una spiritualità deviata o addirittura rovesciata, ma è, anch’essa, una forma di spiritualità: il fatto che i loro cultori si rivolgano alle forze oscure non significa che non credano alla loro esistenza o che abbiano una prospettiva immanentista e materialista.

In terzo luogo, la domanda se del problema di Dio debba occuparsi unicamente la religione, o se la filosofia debba occuparsene in maniera del tutto autonoma, e quindi sciolta da ogni implicazione di fede, è stata superata da secoli, nell’ambito stesso del pensiero cristiano. Come ignorare che san Tommaso d’Aquino ha riconciliato la ragione e la fede, proprio separandone i percorsi, per poi constatare che esse, ciascuna per conto proprio, giungono alla medesima meta? È merito di san Tommaso, che riprende la grande filosofia di Aristotele, aver restituito alla filosofia la propria sfera autonoma di ricerca e aver impostato le domande su Dio in senso rigorosamente razionale. Si noti però che, nella prospettiva tomista, Dio non è in alcun modo un “problema”: lo è per il pensiero moderno, proprio perché il pensiero moderno è giunto alla negazione di Dio, o alla insolubilità della questione, avendo assunto Dio come il limite alla libertà dell’uomo, un limite che doveva essere abbattuto e oltrepassato per rivendicare una sfera di libertà maggiore, anzi assoluta. Ma per l’uomo cristiano, cosciente del fatto che tutte le creature, e anche la creatura più perfetta, l’uomo, non possono che essere limitate a paragone del loro Creatore, Dio non è un problema, perché quel limite gli appare come una cosa perfettamente naturale. Non esiste nulla di terreno che non abbia un limite: anzi è necessario che tutto abbia un limite, perché solo così può essere se stesso. Se non vi fossero limiti, le cose sarebbe confuse, sovrapposte, indistinte; è la realtà del limite che le fa sussistere come realtà indipendenti e permette loro di concentrarsi sul proprio perfezionamento. Laddove è la gnosi, specialmente nella forma alchemica e occultistica, che persegue il sogno di far evaporare gli enti l’uno nell’altro, di renderli intercambiabili, di dissolverli e ricostruirli secondo la volontà dell’uomo, ossia del “magio”: la sua formula preferita è, infatti solve et coagula, oppure così sopra come sotto.

Ciò premesso, san Tommaso ha dimostrato che a Dio si giunge con la ragione naturale tanto quanto con la fede; i filosofi moderni, che giudicano insufficienti e “superate” le cinque prove della sua esistenza, devono perciò affrontare la questione da capo e la vedono come un problema, cioè come qualcosa di difficile e irritante, mentre è noto che l’uomo moderno odia le cose difficili e irritanti, perché sfuggono al suo controllo e al suo bisogno compulsivo di controllare tutto. Ma Dio è un problema solo per chi vive male il fatto che Dio esista; e affermare che il problema dell’esistenza di Dio è cosa distinta dalla realtà di Dio, perché, come affermava Carabellese, Dio è l’essere in sé, mentre l’esistere è essere in relazione, e dunque affermare l’esistenza di Dio equivarrebbe, di fatto, a negarla, questo a noi sembra poco più di un gioco di parole, un paradosso logico che scaturisce dalla pretesa di affrontare Dio come un “problema” invece di accettarne la nozione come un fatto perfettamente naturale, che nasce spontaneo nel cuore dell’uomo da che l’uomo esiste. Perché non è stato trovato un solo popolo, per quanto primitivo, che non avesse una qualche nozione del divino, e non tributasse alle divinità, agli spiriti o agli esseri superiori una qualche forma di culto. Da questo punto di vista, taoismo e buddismo, così come l’epicureismo, che è una forma di ateismo pratico (gli dèi ci sono, ma è come se non ci fossero, perché non s’interessano al mondo degli uomini) appaiono come fenomeni tardi e per certi aspetti degenerativi di una credenza originaria che, per quanto assumesse talvolta forme discutibili o mostruose, come nel caso dei sacrifici umani o di altre pratiche orribili fatte in nome delle divinità, ha sempre caratterizzato la storia umana, almeno da che l’uomo può essere riconosciuto come tale, cioè dotato di coscienza autonoma, di pensiero e di gusto del bello, come è attestato dalle pitture rupestri più antiche (il che non va confuso con la teoria evoluzionista, perché ciò di cui stiamo parlando non è l’uomo in sé, creato perfetto da Dio, ma l’uomo in quanto riconoscibile dalle sue testimonianze storiche che a noi sono giunte, a partire da una certa epoca).

Si aggiunga che, se esistere è relazione, nulla vieta che Dio esista appunto come relazione: di Sé con Sé medesimo. Come dice Dante (Par., XXXIII, 124-126 :

O luce etterna che sola in te sidi,

 sola t’intendi, e da te intelletta

e intendente te ami e arridi!

È il mistero della santissima Trinità: Dio è uno ma in tre Persone, e ciascuna di esse gode infinitamente della reciproca compagnia, perché solo Dio può comprendere Se stesso, amare Se stesso e gioire pienamente di Se stesso. Del resto, non aveva espresso un concetto simile il più grande filosofo greco, Aristotele, affermando che Dio è il Motore Immobile, Pensiero in atto, ossia Pensiero che pensa se stesso? E dunque l’alternativa posta da Carabellese: o esistere e non essere Dio, o essere Dio e allora non esistere, perché Dio esisterebbe in maniera solitaria e non già relazionale, appare del tutto superata. Ma c’è chi fa di molto, molto peggio: Bergoglio, per esempio, il quale arriva a bestemmiare che le tre Persone della Santissima Trinità litigano in continuazione fra di loro; oh, ma a porte chiuse: aggiungendo così l’ipocrisia di un falso pudore, che viene attribuita addirittura a Dio, alla blasfema enormità di aver posto Dio in conflitto con Se stesso. E poi si dice che la cultura laica ha portato il pensiero teologico al punto più basso della sua storia!

Quando poi diciamo che Dio, per l’uomo moderno, ha cessato di essere un fatto, per diventare un problema, non ci riferiamo (solo) a Cartesio, Kant o Hegel, ma, per certi aspetti, già all’uomo medievale: perché la modernità, come nuovo orientamento del pensiero, inizia assai prima della fine del Medioevo.

È noto che Gaunilone, nel Mille, contestava le prove dell’esistenza di Dio fornite da Anselmo d’Aosta, e in particolare, l’affermazione che la sua esistenza è provata dal fatto che l’esistenza di un ente è cosa più perfetta del semplice pensiero di quell’ente, per cui Dio, essere perfettissimo, non può mancare di quella perfezione che è l’esistenza. Gaunilone obiettava che anche le idee false esistono, ma esistono solo nella nostra mente; per cui, a rigore, non possiamo inferire l’esistenza di Dio dal fatto che di Lui abbiamo l’idea. S. Anselmo ragionava secondo il buon senso istintivo, in Gaunilone cominciava già a serpeggiare l’atteggiamento inquieto e ipercritico caratteristico della modernità, vale a dire di segreta invidia verso Dio e dal bisogno tormentoso di contraddire le fonti della certezza su di Lui per mezzo di sofismi. San Tommaso d’Aquino poi, introducendo la distinzione fra essenza ed esistenza, avrebbe mostrato che tutto ciò che pensiamo nasce da un’esperienza sensibile (nihil in intellectu nisi prius in sensu), risalendo da ciò che è particolare verso ciò che è universale. Il che da un lato accoglie le obiezioni di Gaunilone al ragionamento puramente astratto, ma dall’altro le supera, perché se noi pensiamo Dio, ciò significa che ne abbiamo una qualche nozione tratta dalla sfera della nostra esperienza sensibile, ad esempio osservando che tutto ciò che si muove è mosso da qualcos’altro: e ovviamente non si può procedere all’infinito con la catena degli enti motori.  Perciò quando Carabellese sostiene che l’idea di Dio, al credente, si presenta come fede, cioè come certezza, mentre le questioni filosofiche si pongono perché sono percepite come problemi che richiedono una dimostrazione, sembra confondere i piani del pensiero razionale e della fede, che pur san Tommaso aveva così bene delimitati.

In conclusione. Nessuno pone in dubbio che la ragione naturale possa e debba seguire una sua strada indipendente nel cercare Dio e nel dimostrarne l’esistenza. Non è vero, però, che non possa arrivare a Dio in accordo con la fede, cioè con il dato della Rivelazione mediata dalla grazia. Ricordiamo l’aurea massima tomista: la grazia perfeziona la natura, non l’abolisce. E ciò vale anche e soprattutto per la ragione, che Dio ha dato all’uomo appunto perché questi possa giungere a Lui…

Vedi anche:

O la Chiesa domina il mondo, o ne viene dominata? – CHIESA DOMINANTE O DOMINATA?

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 30 Dicembre 2021

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