martedì, 18 Gennaio 2022
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S. Antonio di Padova e la maledetta genia degli usurai di Francesco Lamendola

Qualcuno s’immagina oggi un frate che nega il funerale a un Soros o a un Bill Gates e che tuona davanti alla bara appena chiusa contro l’avarizia e l’immoralità del defunto di Francesco Lamendola 

I grandi Santi medievali, ma anche migliaia di oscuri sacerdoti, frati e predicatori quaresimali, non esitavano a scagliarsi con estrema veemenza conto il tumore dell’usura, una forma di utilizzo del denaro che pretendeva di lucrare sul fattore tempo (io ti presto 100 monete oggi, tu me ne rendi 150 fra un mese, o 200 fra due), che, come la Terra, appartiene a Dio solo, quindi era giudicato dalla Chiesa gravemente illecito e immorale. Questo concetto non era familiare solo a una ristretta cerchia di membri del clero, magari degli estremisti sul tipo di Fra’ Dolcino, ma era condiviso da tutti gli uomini di Chiesa, da tutti i teologi e da tutti i vescovi, cardinali e papi: anche se nell’alto clero, ovviamente, esisteva sovente una netta discrepanza fra la teoria e la prassi, ed è questo che stava minando gravemente il prestigio della Chiesa agli occhi del popolo, finché non vennero a risollevarlo due grandi santi, Francesco e Domenico, fondatori degli ordini regolari mendicanti. Si trova, questo concetto, fra l’altro nella Summa Teologica di san Tommaso d’Aquino, là dove il grande filosofo si occupa di quel ramo dell’etica che è la giustizia, con i suoi riflessi sulla vita sociale. Di un’economia politica nel senso che intendiamo oggi, naturalmente, a quel tempo non esisteva la nozione, essendo i presupposti stessi della dimensione economica totalmente diversi da quelli ora universalmente ammessi. Primo fra tutti il disprezzo e la condanna del denaro utilizzato per produrre altro denaro; mentre il denaro come valore di scambio era ammesso per la mercatura, poiché il mercante aveva il diritto di guadagnare qualcosa sulle merci che trasportava da un mercato all’altro, affrontando rischi e sobbarcandosi fatiche, non però troppo oltre il limite oggettivamente fissato dalla legge della domanda e dell’offerta.

Ecco qualche brano dei suoi sermoni sul tema dell’usura (cit. da: Alfonso Salvini, Sant’Antonio di Padova, Alba, Edizioni Paoline, 1986, pp. 172-175):

Antonio, non solo a Firenze, ma altrove ed in modo particolare a Padova, inveì contro il vizio dell’avarizia.

Firenze e Padova avevano il primato di questo peccato. I ricchi banchieri di quelle città erano venuto in tanta potenza che imprestavamo non solo ai privati, ma anche alle case regnanti, che avevano bisogno di denaro nelle continue guerre. I banchieri minori si contentavano di spolpare il povero popolo, esigendo un interesse quasi il 50 per 100. Aggiungi a questo l’abuso che il creditore poteva esercitare sul debitore, quando questi non avesse potuto esercitare, e si avrà ben motivo di lodare altamente le invettive del Santo verso gli usurai, e le buone disposizioni legislative, che egli ottenne, qualche volta, in favore dei debitori insolvibili.

«La maledetta genia degli usurai si è sparsa per tutta la terra ed i loro denti sono voraci come quelli dei leoni: con essi masticano il cibo fangoso che è il denaro: tritano e divorano continuamente i beni dei poveri, delle vedove e degli orfanelli.

Ve ne sono di tre specie. Alcuni esercitano l’usura in privato. Sono come i serpi che strisciano di nascosto, e non hanno numero. Altri esercitano l’usura apertamente, contentandosi di un minor compenso,ed illudendosi, con ciò, di fare un’opera di misericordia. E vi è poi la terza genia, che è la peggiore, composta di perfidi, disperati, arrabbiati usurai, che riscuotono in pubblico il traffico del loro mestiere. Sono costoro gli “animali grandi” dei quali parla il Salmo, perché sono più feroci degli altri. Son preda più sicura il grande venatore d’anime, che è il demonio. E son pascolo più grande dell’eterna rovina, se non restituiscono tutto quello del quale essi sono illecitamente impossessati e non ne fanno penitenza. Per incitarli a ciò solcano il loro mare i predicatori delle eterne verità, e lo solcano con le loro navi, e seminano la buona parola nei loro cuori. Ma, per giusto castigo di Dio, le spine delle ricchezze covano gli animali feroci dell’usura, e viene soffocata la parola di Dio, che con tanta cura è seminata; ed è per questo che riesce infruttuosa la loro penitenza.

Ricordatevi bene, o usurai, che voi siete divenuti facile preda del demonio; egli vi possiede. Si è impossessato delle vostre mani, adusandole alla rapina, rendendole restie alla beneficenza: si è impossessato del vostro cuore, che è sempre bruciato da più tormentosa brama di possedere, ed è negato al bene: si è impossessato della vostra lingua, pronta alla menzogna, alla frode ed all’inganno, e non sa neanche disporsi a pregare il Signore, od a formulare delle parole oneste. I serpenti velenosi anelano al sangue, e così vi fate, quando siete avidi della roba altrui. Voi siete un popolo di smembrato, o popolo di usurai. Come gli uccelli di rapina e le bestie feroci sbranano i cadaveri, così il demone dell’avarizia sbrana il vostro cuore  e lo smembra.

Voi siete una città di sangue. Come nella circolazione del sangue è il segno della vita, così il povero vive dei suoi piccoli possessi. Togliete il sangue al corpo vivente, ed il corpo muore. Togliete i suoi poveri possedimenti al miserabile, ed ancor egli muore. O rapaci, o usurai, che rubate l’altrui; io ve lo ripeto: voi siete una città di sangue.»

In Firenze, la città dei forti banchieri medievali, un miracolo avvenne ad approvare la giustezza della sua dottrina.

Era morto in quella città un ricco usuraio, un avaro che a forza di strozzinaggio aveva accumulato immensi tesori i quali conservava con gelosa cura nei suoi scrigni, quando nuovamente non li dava con la più sfacciata usura. Un giorno, nel quale il Santo aveva predicato sul maledetto vizio, passando per una piazza, s’imbatté in un corteo funebre. Era il corteo che accompagnava l’avaro all’ultima dimora, e stava proprio allora per entrare in una chiesa per dargli l’assoluzione consueta. Conoscendo che quel defunto era in luogo di dannazione, si sentì riempire di zelo per l’onore di Dio e volle trarne partito per salutare ammaestramento cristiano.

«Che cosa fate voi? – disse rivolto a quei che lo portavano. – Ed è mai possibile che vogliate seppellire in un luogo sacro colui, la cui anima è già sepolta nell’inferno? Non credete forse a quello che io vi dico? Ebbene aprite con un coltello il suo petto, e voi lo troverete mancante del cuore, perché il suo cuore è anche materialmente là dove è il suo tesoro. Il suo cuore è nella sua cassaforte, insieme alle sue monete d’oro e d’argento, alle sue cambiali ed alle polizze di prestito, nelle quali ripose sempre tutta la sua speranza ed ogni felicità».

La folla, che già era entusiasta del Santo, corse realmente a casa dell’avaro, tumultuò perché fossero aperti gli scrigni ed in uno di essi fu trovato un cuore ancora caldo e palpitante; quasi direi unica parte vivente di un corpo già morto. Si aprì anche il cadavere e realmente fu trovato senza cuore, così permettendo il Signore, a salutare ammaestramento e per resipiscenza di tanti avari di quella città.

Qualcuno riesce a immaginare, anche solo vagamente, una scena del genere di quella descritta in questa pagina: di un frate, sia pure famoso e in odore di santità, che interrompe un funerale, vieta le esequie al defunto, asserisce che l’anima di costi si trova già condannata alle pene dell’inferno; e per ultimo, come se tutto questo non fosse già abbastanza, invita i presenti a squarciare il petto del cadavere, per accertarsi che quell’uomo non ha più il cuore, poiché il cuore si trova nella sua cassaforte? E stiamo parlando non di un ricco qualsiasi, ma di un ricchissimo banchiere: cioè  proprio di uno di quei personaggi che tanta potenza hanno raggiunto ai nostri dì, che godono della stima generale e che ricevono l’omaggio ossequioso di capi di stato e di governo e infine, ma non certo per ultimo, del cosiddetto santo padre. Qualcuno s’immagina un frate, o un sacerdote, che negano il funerale a un Soros, a un Bill Gates, a un Rotschild; e che tuonano, davanti alla bara appena chiusa, contro l’avarizia e l’immoralità del defunto e assicurano che costui sta già bruciando tra le fiamme del diavolo? Non solo è inimmaginabile una scena simile; ma è inimmaginabile che un qualsiasi membro del clero oserebbe mai concepire, non diciamo attuare, una forma così potente e scandalosa di edificazione delle anime. Ma se pure vi fosse un simile personaggio, dotato di sufficiente audacia e autorevolezza per fare una cosa simile: possiamo immaginare che il primo a scagliarsi contro di lui non sarebbe proprio il suo vescovo, magari sollecitato dal papa in persona? La curia episcopale, e forse la stessa Santa Sede, emetterebbero una nota per deplorare l’accaduto e per scusarsi di aver ferito la sensibilità dei parenti del carissimo estinto; il frate o il sacerdote in questione verrebbe spedito in qualche romitorio in capo al mondo, in qualche sperduta missione africana, o forse, più probabilmente, in una casa di cura psichiatrica, “per accertamenti” sulla sua integrità mentale; e il clero tutto, all’unisono, ripeterebbe i mantra così cari alla Chiesa post-conciliare: che nessuno ha il diritto di giudicare; che Dio è così misericordioso da perdonare tutti; che all’inferno non ci va più nessuno, anche perché l’inferno non esiste, e il diavolo nemmeno (è solo una metafora del male, dice il buon Sosa Abascal, generale dei gesuiti, non corretto da alcuno). Insomma: altro che pedagogia dell’edificazione; quella sarebbe considerata una pedagogia della paura, come ama dire il padre servita Ermes Ronchi. Simili cose hanno fatto per sempre il loro tempo, appartengono al passato e lì devono rimanere, nell’angolo brutto dei ricordi delle cose di cui la Chiesa si deve vergognare, e per le quali deve incessantemente profondersi in scuse a trecentosessanta gradi. Che diamine! Grazie alla “seconda Pentecoste” del Concilio, il dialogo col mondo è divenuto la chiave di volta della nuova pastorale, della nuova liturgia e della nuova dottrina (quest’ultimo concetto non viene mai espresso, anzi all’uopo viene negato vigorosamente: ma è evidente che si smentisce proprio ciò che si sta facendo, con calcolata ipocrisia e con perfida intenzione fraudolenta: come nel caso della dichiarazione congiunta del papa e del grande imam ad Abu Dhabi).

E se si vuole dialogare con il mondo, come si fa a parlare ancora di peccati, di giudizio finale, di dannazione e di pene eterne? Come si fa a rifiutare il rito funebre a un uomo, fosse pure un pubblico peccatore? Ma in fin dei conti, a ben guardare, che male ci sarà nell’essere un grande finanziere, ossia nell’accumulare immense ricchezze sfruttando il meccanismo perverso del debito sia contro le singole persone, sia contro gli Stati? Eh, via: simili condanne sono cose, appunto, da bacchettoni del Medioevo; gli uomini medievali erano decisamente troppo rigidi, troppo schematici, semplificavano un po’ troppo la complessità delle dinamiche economiche e sociali. Non avevano l’immensa fortuna di vivere ai tempi della globalizzazione e del Great Reset, con le grandiose opportunità che si spalancano dinanzi all’umanità intera, e alla Chiesa in modo particolare! Logica conclusione: meno male che ai nostri giorni non ci sono più personaggi come sant’Antonio di Padova, il quale sarà anche stato un santo, va bene, però come tutti i santi, bisogna pur dire che era ruvido, inopportuno, intransigente: mentre oggi per condurre la navicella di San Pietro è necessario possedere discernimento, elasticità e soprattutto una fermissima volontà di accogliere tutti, d’includere tutti, di solidarizzare con tutti! E poi cos’è questa storia di sentirsi riempire di zelo per l’onore di Dio e trarne partito per salutare ammaestramento cristiano? Lo zelo per l’onore di Dio: figuriamoci. Ma se Dio ha fallito il suo obiettivo! Non ha forse detto Bergoglio che guardare la Via Crucis gli ricorda la storia del fallimento di Dio? Altro che preoccuparsi dell’onore di Dio: è del giudizio del mondo che bisogna occuparsi, è la suscettibilità degli uomini, e specialmente dei grandi peccatori, che non bisogna irritare. La cosa giusta da fare è lodarli, lodarli sempre, lodarli con la massima faccia tosta: come fa Bergoglio quando presenta ai fedeli un tale Joe Biden definendolo un buon esempio di vero capo di stato cattolico. Uno, tanto per dire, che fra le altre cose promuove la legge che rende possibile l’aborto fino al nono mese di gravidanza! No, povero sant’Antonio di Padova: decisamente non ci sarebbe più posto per te, nella sedicente chiesa dei nostri giorni. Meno male che non ce ne sono più, di frati come te. E del resto, se ritornasse Gesù Cristo nei panni di un umile sacerdote, e parlasse e agisse come ha parlato e agito quando è venuto la prima volta sulla terra, che cosa gli capiterebbe? Verrebbe arrestato e condannato, come ipotizza Ivan Karamazov nella sua Leggenda del grande Inquisitore? Nella chiesa di oggi c’è posto per i preti che non fanno recitare il Credo, perché dicono di non crederci; per quelli che negano la messa di Natale ai fedeli, per solidarietà col dramma dei migranti; per quelli che chiudono le porte in faccia ai non vaccinati; per i vescovi canterini che strimpellano la chitarra elettrica dall’ambone, e per quelli che ballano il flamenco o la tarantella, al ritmo delle nacchere e dei tamburelli; e soprattutto per i cardinali-banchieri senza scrupoli, alla Marcinkus, e per i porporati pedofili e abusatori seriali, come McCarrick, e per tutto l’esercito dei viziosi, degl’ipocriti, degli avari, dei bugiardi, degli ambiziosi e degli arrivisti che spadroneggiano in Vaticano, senza sdegnare i party con la droga e le messe nere.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Gennaio 2022

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