domenica, 26 Giugno 2022
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Chi comanda realmente in Italia, dal 1945 ad oggi? di Francesco Lamendola

L’anno della svolta fu il 1992? Dalla Cia a Soros e Bill Gates: “Servi erano e servi sono rimasti”: finché a guidare l’Italia ci saranno “loro” l’Italia non avrà mai un “futuro” di Francesco Lamendola

L’Italia è governata dal governo italiano? Oppure, da quando le potenze anglosassoni l’hanno invasa, nel 1943, con l’aiuto della mafia e poi l’hanno definitivamente piegata nel 1945, comandano esse? E oggi: comandano ancora loro, o un potere superiore anche ad esse, che comanda pure negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: quello dei grandi banchieri internazionali, che a torto  vengono detti americani, o ebrei, o newyorkesi, mentre non hanno patria, né credo, né fede, tranne quella in se stessi e nella ristretta oligarchia che hanno formato, nel corso degli ultimi secoli?

Citiamo dal libro del giudice Carlo Palermo Il quarto livello (Roma, Ed. Riuniti, 1996, pp.185-188):

Continuando su questa linea, si potrebbe pervenire a un altro quesito di fondo: chi ha “comandato” realmente in Italia, nei primi 50 anni della Repubblica? Sono stati i “nostri” governanti? O, piuttosto, le “componenti americane”? Con sostegni economici, ma anche con ricatti; con finanziamenti ai partiti “in linea” ma anche con condizionamento di scelte politiche;  con accordi di favore ma anche con occupazioni di potere;  con affermazioni di principi di libertà democratica, ma anche con interferenze nell’esercizio delle libertà sociali individuali e collettive; con declamazioni di pace, ma anche con attività occulte dirette a considerare un popolo “in pace”  in uno stato di guerra permanente?

Seguendo questa logica si potrebbe arrivare a un’altra domanda: se sono state le componenti americane a dirigere realmente la politica italiana nel nostro paese, chi, a sua volta, le avrebbe dirette?

Qualcuno probabilmente risponderebbe: il presidente degli Stati Uniti.

Sarebbe una risposta sciocca e superficiale. A chi in America gli poneva la stessa domanda,  William Cloen, professore della Brigham Young University rispondeva: chi comanda realmente è il Council on Foreign Relations (Cfr), il Consiglio per le relazioni internazionali, una associazione costituita a Parigi nel lontano 1919 da Edward Mandell House (il “colonnello House”), un eminente uomo d’affari texano, eminenza grigia che accompagnò il presidente Wilson alla Conferenza per la pace, quando nella capitale francese le nazioni vincitrici del primo confitto mondiale si spartivano il globo. Oggi, questa associazione ha il suo quartier generale ad Harold Pratt House, in un edificio donato dai Rockefeller, sull’elegante Park Avenue: è qui che vengono “formati” i funzionari e i consiglieri governativi degli Stati Uniti, come Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, per citare i più noti.

Il Cfr è la filiazione di una società segreta che, affondando le proprie radici nell’Inghilterra vittoriana e nei gruppi della “Round Table”, si propone di indirizzare la politica estera del governo statunitense nel senso di una affermazione planetaria della razza anglosassone.

Da questo “ambiente” è derivata la spinta decisiva all’intervento degli Stati Uniti nel secondo confitto mondiale. Negli stessi ambienti è stata impostata, nel dopoguerra, la strategia della guerra fredda e, poi, quella, “alternativa”, dell’indebolimento di Mosca, realizzata attraverso la penetrazione occidentale: questo intendimento è stato di fatto perseguito tramite una “concezione” incentrata essenzialmente sull’importanza del settore bancario, unico a consentire una segreta e globale interferenza nei tessuti economici, finanziari, politici dei paesi da controllare.

Sotto tale profilo, può forse disconoscersi l’effettiva predominanza – all’interno delle “nostre” istituzioni, economiche, politiche, militari – delle componenti riconducibili a questa politica americana, espressione dell’imperialismo intercontinentale di ispirazione pananglista? Non è forse questo il potere reale che più ha influenzato e interagito nella “nostra” vita sociale, dal dopoguerra sino a oggi? Attraverso personaggi influenti e vicini al mondo bancario e alle oligarchie  (anche massoniche) anglosassoni?

Non derivano da questi influssi le origini della nostra storia repubblicana? Le sue connessioni istituzionali con le componenti militari e massoniche americane? Le convergenze attorno alle attività occulte celate dietro i servizi segreti Oss, e poi Cia, Nsa, ecc.? Le connessioni con la mafia e con la destra eversiva? I collegamenti massonici che hanno trovato ispirazione e origine  nelle componenti oligarchiche inglesi, nell’Ordine cavalleresco di Malta, nella P2?

Come non porsi domande sul ruolo svolto in passato da quei personaggi legati a queste impostazioni, quali Henry Kissinger, George Bush e, ancora, Theodore Shackley ed Edward Wilson, soci nella vecchia Nugan Hand Bank e nei traffici di armi e droga degli anni Settanta, che poi ricomparvero in attività legate al commercio di attrezzature belliche direttamente collegato agli interessi americani e poi alla Bcci?

O, sul fatto che sarebbe stato proprio Terpil – ex agente della Cia e collegato al suo collega e amico Shackley (ex vice capo della stazione  della Cia a Roma) – a presentare negli anni Sessanta Gelli al generale Haig, consigliere di Nixon per la sicurezza nazionale, vice  di Kissinger nominato nel 1974 comandante supremo alleato in Europa? O sui rapporti esistenti, tra Shackley, Pavone, la P2 e la società Augusta?

Anchge tralasciando i misteri  tuttora legati al “suicidio” di Calvi e alle forniture militari all’Argentina, può forse mettersi n dubbio il collegamento strutturale  esistente tra i Secret Intelligence Services (Sis) – ovvero i servizi segreti britannici – e le principali banche inglesi? Al livello più alto di queste, non c’era forse stato il principe Michael di Kent, cugino della Regina, ma anche ufficiale del Sis?

Non è forse esatto che il Sis – il servizio più segreto ed esperto del mondo, con una fortissima presenza in tutta la zona del Mediterraneo e del Medio Oriente – (il “cordone ombelicale” con l’India) – sia stato il primo servizio al mondo segreto “controllore” di Mazzini e Proudhon, di Otto von Bismarck, di Benito Mussolini, e per certi aspetti primo sostenitore di Adolf Hitler? Non hanno questi servizi propaggini che consentono loro di controllare gruppi religiosi  musulmani come gli sciiti, i sufi…? È solo un’ipotesi il legame tra questi servizi e Gheddafi, nella setta massonica dei senussi?

Il mondo”bancario” e politico italiano, di ieri e di oggi, è del tutto estraneo alla massoneria e alle oligarchie inglesi? E quali rapporti esistono tra queste e i massimi vertici della massoneria di rito scozzese?

Le domande (retoriche) del giudice Palermo sono più che mai di attualità; anzi bisogna tener conto che negli ultimi venticinque anni la situazione è molto, molto peggiorata, nel senso da lui indicato e descritto. Ora non sono più gruppi semi-istituzionali, come la Round Table o il Council on Foreign Relations, a sedere nella cabina di regia della globalizzazione, ma le grandi banche centrali, a cominciare dalla Federal Reserve, e più ancora le grandi banche private, come la Goldman Sachs e la Lehman Brothers’s (chiusa per fallimento nel 2008: il più grande crack finanziario nella storia americana), dietro le quali si muovono i burattinai di sempre, ma ormai in posizione di comando assoluto: i Rotschild, i Rockefeller, i Warburg. Vale a dire che se, fino agl’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, la grande politica internazionale era ancora legata, in qualche modo, se non proprio alla volontà dei governi, quanto meno a dei gruppi e delle società segrete che derivavano da essi, o da parte di essi, e che pertanto agivano tenendo conto anche dei rispettivi interessi nazionali, poi il controllo è passato interamente nelle mani dei superbanchieri e dei grandi azionisti delle multinazionali, i quali si servono di uomini politici di paglia, come il tremolante e rimbambito Joe Biden negli Stati Uniti, per condurre delle politiche che rispondono unicamente agli interessi del Deep State, lo Stato profondo, che controlla i partiti, i parlamenti, gli organi d’informazione, la magistratura, i servizi segreti, le forze armate e le forze dell’ordine. Tutto questo è divenuto evidente nella colossale farsa delle elezioni presidenziali statunitensi del 2020, dove i settori chiave del Deep State si sono rivelati i mass-media, che sono giunti al punto di censurare i discorsi alla nazione del presidente uscente; la magistratura, che non ha vigilato sulla correttezza dello spoglio delle schede e ha respinto i numerosi ricorsi presentasti dagli avvocati di Trump; i servizi segreti e le forze di polizia, che hanno inscenato la vergognosa messa in scena del finto assalto a Capitol Hill; e naturalmente le grandi banche.

Sappiamo cosa fanno queste ultime allorché vogliono agire in fretta per liquidare un personaggio scomodo e sostituirlo prontamente con il loro candidato: bloccano i conti dello Stato in questione, come avvenne con la Città del Vaticano nel febbraio del 2013, quando Ratzinger esitava a dare l’annuncio delle proprie dimissioni, spianando così la strada al candidato scalpitante del clan Obama-Clinton (e secondariamente della mafia di San Gallo), Bergoglio. In ogni caso, non è più possibile riconoscere, nelle decisioni politiche degli Stati, compresi i maggiori, e con le notevoli eccezioni della Russia e della Cina, una chiara strategia per la difesa del proprio interesse nazionale: al contrario, quel che si vede è che i grandi gruppi finanziari e le maggiori multinazionali agiscono per conto proprio ed esclusivamente nel proprio interesse, senza curarsi affatto se la loro azione riesce di danno per lo Stato in questione. Del resto, banche e multinazionali, per definizione, non hanno patria: sfruttano un certo Paese finché la cosa risulta loro utile; poi se ne vanno senza il minimo scrupolo, trasferendo capitali e impianti produttivi, esattamente come ha fatto la Fiat allorché ha deciso che non valeva più la pena di restare in Italia, il Paese dove era nata e dai cui governi era stata costantemente finanziata, e si è trasferita altrove, senza più pagare nemmeno un centesimo di tasse al fisco italiano. Ciò accadde nel 2014: la nuova sede legale divenne Amsterdam, la residenza fiscale, la Gran Bretagna. Per i grandi istituti finanziari la cosa è, se possibile, ancor più palese che per le industrie: mai si sono sentiti legati a questa o quella patria; valga per tutti l’esempio dei Rotschild di Parigi e quelli di Londra i quali, al tempo delle guerre napoleoniche, prestavano capitali sia alla Francia, sia alla Gran Bretagna (l’anima delle coalizioni anti-napoleoniche). È sempre stata la loro politica, anche alla vigilia  della Seconda guerra mondiale: ormai è cosa nota che i grandi banchieri di Wall Street e della City, negli anni ’30 del Novecento, finanziavano sia il governo nazista, sia i rispettivi governi americano e inglese. Per loro non è e non è mai stato importante sapere chi vince, perché vincono sempre: sono sempre in credito quando un conflitto si conclude, e  non devono fare altro che gettare al collo del governo “vittorioso” il cappio del debito pubblico (e degli interessi sui nuovi prestiti destinati alla ricostruzione post-bellica), poiché le guerra lo ha indebitato oltre misura, tanto più quanto più è stata una guerra lunga, costosa e distruttiva.

Per quanto riguarda l’Italia, l’anno della svolta irreversibile è il 1992, con la crociera del Britannia (a bordo del quale c’era anche un certo Beppe Grillo), dei processi di Tangentopoli che hanno distrutto il sistema dei partiti, e con l’inizio della svendita delle grandi industrie pubbliche e degli asset strategici a beneficio delle grandi banche straniere. È stato anche l’anno delle stragi di Falcone e Borsellino con le rispettive scorte: lo Stato profondo non esita a servirsi di metodi criminali altamente spettacolari per far capire chi comanda realmente, quando ritiene che ciò sia necessario. Ma se allora ci si chiedeva chi fosse iscritto alla P2  e chi no, oggi tale domanda sarebbe superflua, perché si può dire che tutto il mondo politico e istituzionale italiano (e non solo italiano) è affiliato a qualche loggia o superloggia massonica: ed è alla massoneria che essi prestano giuramento, mentre il giuramento fatto in nome della Costituzione italiana è solo un formalità (e lo si sta vedendo chiaramente nel corso degli ultimi due anni). Perciò le cose sono andate molto oltre le più nere previsioni e preoccupazioni di magistrati onesti come Carlo Palermo: ormai è più semplice chiedersi quale segretario di partito, quale direttore di giornale, quale comandante delle forze armate non è iscritto alla massoneria, ammesso che ve ne sia ancora qualcuno, perché su tutti gli altri si può tracciare una riga e considerarli tranquillamente acquisti al Deep State e alle sue logiche. Con la sola differenza, rispetto al caso degli Stati Uniti, che i nostri politici, direttori di giornali, magistrati, funzionari pubblici di vario grado, sono abituati da molto tempo, diciamo pure fin dal 1945, e sia pure in quantità e modalità diverse, a servire non l’interesse nazionale, ma degli interessi estranei al governo italiano e alla patria. Nulla di nuovo, dunque, per loro. Hanno solamente cambiato padrone. Allora prendevano ordini dalla Cia e dalla NATO, oggi prendono ordini da Soros e da Bill Gates. Ma il loro mestiere  non è cambiato: servi erano, e servi sono rimasti.

La conclusione è inevitabile: finché a guidare l’Italia ci saranno loro, l’Italia non avrà mai un futuro.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 02 Gennaio 2022

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