lunedì, 17 Gennaio 2022
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I Tarocchi del “Diavolo” di Francesco Lamendola

Che c’è di male nel farsi leggere i Tarocchi? Tra magia e saperi esoterici gnostico-cabalistici: una pagina da cui appare chiaro perché i Tarocchi sono una pratica che non si può conciliare in alcun modo con l’essere cristiani di Francesco Lamendola  

È una sensazione strana, o meglio un insieme di sensazioni strane, ciò che prova colui che si accosta per la prima volta al mondo dei Tarocchi, magari spinto da un amico a farseli “leggere” da una persona esperta. Da quelle carte e da quelle figure si sprigiona un qualcosa di arcano e di potente: l’impressione è che non si tratti affatto di un gioco, e che sia anzi una cosa molto seria: una sorta di cerimoniale decisamente antico, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Inoltre, sembra che le figure esprimano una simbologia che poco o nulla concede alla fantasia del singolo artista che le ha realizzate, perché risponde a un insieme di conoscenze arcane ben precise; in altre parole, sembra di trovarsi in presenza di un vero e proprio sistema di credenze a carattere esoterico e iniziatico, che sottintende a sua volta un cammino sapienziale quanto mai ambizioso, come lo è tutto quel che ha a che fare con la magia. Anche il profano che vede per la prima volta un mazzo di Tarocchi intuisce che chi ha ideato quel cerimoniale non intendeva per niente offrire una distrazione a gente un po’ annoiata, bensì trasmettere un sapere che punta decisamente in alto; un sapere che dischiude le porte che restano ben chiuse per la maggior parte degli uomini, ma che alcuni iniziati sanno come far aprire quasi senza sforzo, con la sola forza delle loro conoscenze segrete e della loro intrepida volontà.

Il senso di mistero e di sapere iniziatico è accresciuto dall’osservazione del comportamento del cartomante (il quale certamente rifiuterebbe questa definizione, ritenendola spregiativa e riduttiva); ad esempio, dal fatto che, terminata la lettura  delle carte, sovente questi bacia il mazzo prima di riporlo, in segno di ringraziamento; e a volte anche prima d’iniziare la consultazione. Chi sta ringraziando, con un simile gesto, costui?, non può fare a meno di chiedersi il profano. Evidentemente non le carte in se stesse, ma una potenza superiore, di cui le carte si sono rese strumento. Ecco allora che si percepisce la presenza, vera o supposta, ma comunque incombente e, forse, un po’ inquietante, di un qualcosa, o di un qualcuno, che abita la stanza oltre le persone fisicamente presenti; qualcosa o qualcuno che consente di gettare uno sguardo non tanto sul futuro del richiedente, ma anche e soprattutto sulla sua interiorità più nascosta. L’esperto di Tarocchi, infatti, non si limita a predire il futuro del richiedente, come farebbe un volgare cartomante (e in questo sì, ha ragione di risentirsi se viene equiparato ad esso), ma scorge i segni che gli permettono di inquadrare la predizione nel contesto di una comprensione complessiva e profonda del richiedente, scorgendo nel suo carattere, nella sua specificità individuale il fattore che determina, in certo qual senso, il suo futuro. In altri termini, secondo la filosofia iniziatica dei Tarocchi le cose accadono perché sono state “chiamate”, oscuramente ma inequivocabilmente, dal modo di essere dell’uomo; e il destino di ciascuno non scaturisce dal gioco imprevedibile del caso (questa sarebbe una visione materialistica), ma da linee di tendenza che sono già riconoscibili nello schema comportamentale e nella reiterazione delle scelte esistenziali. Ogni essere umano, infatti, è chiamato a crescere spiritualmente, e la vita lo pone di fronte a una serie di prove graduate secondo le sue possibilità, affinché egli le superi; se non le supera, gli presenta delle prove equivalenti, con insistenza, finché egli riesce a superarle. Quando ciò accade, la vita di quell’individuo si sposta su un livello superiore della coscienza: egli scorge delle cose che prima non vedeva, e delle quali anzi non sospettava neppure l’esistenza; il tutto in un processo continuo, che va sempre dal basso verso l’alto, la cui meta finale è la comprensione gioiosa e vittoriosa del Tutto.

Ma cos’è questo Tutto, alla cui contemplazione e al cui possesso aspira l’iniziato delle discipline esoteriche? E qui appare evidente ciò che, nelle fasi iniziali del processo, poteva anche non apparire tale: cioè che la concezione del reale e la pedagogia della conoscenza sottese alla “scienza” dei Tarocchi, che in effetti i suoi cultori chiamano senz’altro Scienza Sacra (e senza adoperare le virgolette) sono radicalmente incompatibili con il cristianesimo, poiché si fondano su un’idea di Dio che è di tipo gnostico e panteista. Il Tutto, infatti, è l’unità indifferenziata delle cose, che a noi appaiono non solo distinte, ma anche opposte, solamente a causa delle limitazioni relative allo spazio e al tempo, dimensioni nelle quali siamo immersi, ma che fanno velo alla realtà “vera”. L’iniziato che si spinge oltre il velo delle apparenze, giunge alla conoscenza che Tutto è Uno, e che gli opposti, in effetti, tendono a identificarsi (coincidentia oppositorum) e a risolversi nell’unità superiore, della quale noi stessi siamo parte. Tale Unità suprema è Dio: Dio è il mondo e il mondo è Dio; e noi, che siamo parte del mondo, non solo possediamo una scintilla divina, ma siamo Dio noi stessi (poiché Dio è indivisibile) e la sola cosa che ci manca per liberarci dalla schiavitù delle apparenze è capirlo sino in fondo. In base a questa visione, anche il bene e il male, il vero e il falso, l’ombra e la luce, non sono altro che apparenze e illusioni: l’unica realtà permanente è l’Uno Indifferenziato, che è una cosa sola con noi, e noi con lui. Tale suprema conoscenza, che è al tempo stesso una realizzazione spirituale, si pone come la meta finale del “mago”, cioè di colui che ha scelto di non vivere più in maniera cieca e inconsapevole, come il gregge degli altri uomini, ma d’innalzarsi al di sopra di esso, facendo leva sulla propria volontà e sulla propria capacità di auto-realizzazione.

Per rendersi pienamente conto di come la filosofia dei Tarocchi sia incomputabile con la visione cristiana di Dio e dalla vita, ascoltiamo un esperto in materia, Donato Piantanida, attingendo al suo volume Magia dei Tarocchi. Esoterismo e divinazione (a cura di Jorg Sabellicus; Roma, Edizioni Mediterranee, 1978, pp. 7-11):

I Tarocchi sono un compendio della “Scienza Sacra” espresso mediante una serie di figure simboliche. Con il termine “Scienza Sacra”s’intende il complesso di dottrine e di insegnamenti pratici che conducono un individuo ad un superiore stato di coscienza, tale da porlo i comunicazione diretta con l’Assoluto, infrangendo ogni legame che lo imprigiona sul piano più basso e vile della realtà. In tal modo l’uomo – immagine di Dio – recupera la scintilla divina celata nel suo animo e si sottrae al mondo limitato del divenire per portarsi al centro dell’Essere. È questo l’obiettivo di tutte le discipline iniziatiche. (…)

L’interpretazione cristiana di uno dei principi magici fondamentali, espresso nella frase: «Non volgerti all’esterno.  Torna entro te stesso: nell’intimo dell’uomo abita  la verità», è costituita dal «Noli foras ire» di Sant’Agostino. È in pratica, lo stesso concetto che si trovava inciso all’ingresso  del tempio dell’Oracolo di Apollo a Delfo: «Gnothi Seautòn» (conosci te stesso). Cioè, la verità abita  all’intero dell’uomo, perché, secondo la magia tradizionale, l’uomo stesso è nel medesimo tempo componente e immagine del Tutto: un microcosmo legato da strette e precise corrispondenze  al Macrocosmo superiore, alla totalità  dell’Essere considerata nel tempo, nello spazio e nella pienezza dei suoi attributi. In altre parole, egli è effettivamente, e non soltanto in senso metaforicamente religioso, «immagine di Dio». (…)

La verità “chiusa nel cuore”, frutto quindi non del ragionamento  basato sui sensi, ma del puro e libero pensiero, alla quale la Dea conduce il filosofo [Parmenide di Elea] dopo aver imboccato la giusta Via, è la seguente: «L’Essere Universale è un tutto unico a-temporale e a-spaziale (spazio e tempo sono categorie dei sensi, quindi fallaci), immutabile e indivisibile, continuo e omogeneo, necessario ed eterno».

Molto tempo dopo, gli interpreti medievali  del pensiero tradizionale paragoneranno questo Ente cosmico ad un corpo umano: come quest’ultimo è formato di infinite cellule ed organi diversi, ciascuno con una propria funzione, che combinandosi insieme formano un singolo individuo, così la somma di tutte le cose, visibili e invisibili, forma il Macrocosmo; il corpo di Adam Qadmon, come dicevano i Cabalisti: l’Adamo celeste, contrapposto all’Adamo terreno.

Questo Ente cosmico, vivente e personale, è, secondo la sapienza tradizionale, Dio. L’analogia con il corpo umano non è casuale, perché l’uomo, tracciato a immagine e somiglianza di Dio, costituisce un microcosmo, nel quale sono presenti tutte le forze, tutte le caratteristiche, tutti i principi che agiscono nell’Ente superiore. Per essere ancor più precisi, si può dire che per i saggi tradizionali non esisteva una vera dicotomia fra Dio e l’uomo. Spazio, tempo e rappresentazione sono, come si è detto, categorie dei sensi, appartengono al divenire erroneo e non dicono la verità. Non esistono divisioni, l’uomo non rappresenta realmente Dio, ma è Dio: consapevolezza alla quale si giunge una volta superata l’illusione del divenire, riconciliato gli opposti, trasceso ogni senso di divisione per giungere all’Unione Suprema. È questo il culmine della Grande Opera alchemico-magica, il risultato del risveglio della coscienza vera, cui si giunge dopo aver percorso le Vie dell’iniziazione. (…)

Nella Divinazione sacra, il Dio richiamato non si manifestava sensibilmente, ma parlava direttamente per bocca dell’oracolo. La Pizia che, invasata dal Nume, vaticinava emanava i suoi responsi dopo aver raggiunto, attraverso un’estasi mistica spontanea o provocata, il contatto con la realtà superiore, con l’Essere Universale.

Il carattere sacro della divinazione, intesa come rito che consente di trascendere la natura umana soggettiva per entrare in comunione con l’Assoluto, si è andato progressivamente perdendo man mano che l’umanità dimenticava la sua essenza divina e vedeva l’unicità fondamentale dell’universo prima sdoppiata, poi frammentata nella molteplicità  degli enti (o meglio, della sua interpretazione illusoria degli enti): Dio, Natura, Uomo, individui, eccetera. È nata così l’esigenza di un intermediario: il sacerdote aruspice, l’oracolo, il profeta invasato, il medium. È sorta la necessità del rito: l’identificazione con il dio, non più spontanea se non in rari casi, doveva essere propiziata, guidata, provocata con cerimonie apposite in grado di creare le condizioni adatte perché la scintilla divina, nascosta sempre più profondamente sotto il velo delle apparenze, potesse accendere una pur debole fiammella illuminatrice.

Da questa pagina appare chiaro perché i Tarocchi sono una pratica che non si può conciliare in alcun modo con l’essere cristiani.

Si ponga attenzione alla frase: si può dire che per i saggi tradizionali non esisteva una vera dicotomia fra Dio e l’uomo. Quale cristiano la potrebbe sottoscrivere? Questo è puro panteismo; ed è, al tempo stesso, la divinizzazione dell’uomo. Sappiamo bene, che, a questo punto, quanti vogliono conciliare ad ogni costo il sapere esoterico con il cristianesimo, se ne verranno fuori, con l’aria soddisfatta di chi vi ha colto in fallo, a citare quel versetto del Vangelo in cui Gesù Cristo afferma, rivolgendosi a quei Giudei che volevamo lapidarlo: Non sta forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? (Gv. 10,34). Ma si tratta semplicemente di un problema di traduzione: qui infatti “dèi” sta per “giudici”; lo si evince dal confronto con Esodo, 21,6: Se il ladro non si trova, il padrone di casa comparirà davanti agli dèi; e con il Salmo 82,1: Dio presiede l’assemblea divina, giudica in mezzo agli dèi: dal che si ricava che nell’Antico Testamento i giudici sono chiamati dèi (perché applicano la volontà divina).      

E si ponga attenzione anche alla frase: Non esistono divisioni, l’uomo non rappresenta realmente Dio, ma è Dio: consapevolezza alla quale si giunge una volta superata l’illusione del divenire, riconciliato gli opposti, trasceso ogni senso di divisione per giungere all’Unione Suprema. Da essa appare chiaramente non solo che l’uomo è Dio, ma che gli opposti non sono veramente tali, bensì appaiono riconciliati nella visione superiore. E dunque non vi è alcuna differenza fra Dio e l’uomo, né fra il bene e il male, il vero e il falso. Questa è precisamente la concezione gnostico-cabalistica: e, in effetti, l’odore della Cabala si sente più che mai, ed è ovvio pensare che la Cabala sia alla radice di codesta sedicente Scienza Sacra, con o senza la lettera maiuscola – come del resto accade per buona parte della filosofia “profana” moderna, da Cartesio in poi e fino ai nostri giorni, cioè fino a Martin Buber e a Lévinass, passando per Hegel e i suoi continuatori. Se per caso qualcuno non l’avesse ancora capito, o non se ne rendesse pienamente conto, tutta la filosofia moderna è attraversata dall’influsso, diretto o indiretto, della Cabala: la quale, a sua volta, non solo è incompatibile con la visione cristiana, ma ne è l’esatta e puntuale negazione. Perciò, o si sta con la Cabala, o si sta con Gesù Cristo; ma con entrambi è impossibile stare. Il grande inganno è proprio questo, e il signor Bergoglio ne è l’esempio clamoroso: nel voler far credere ai cattolici che non c’è alcuna opposizione irrimediabile fra la visione gnostico-cabalistica del reale e la visione cristiana; che si può conciliare tranquillamente l’una con l’altra. E invece no: questa è la strategia del diavolo

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 08 Gennaio 2022

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