venerdì, 20 Maggio 2022
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Distruggere le identità di Francesco Lamendola

Distruggere le identità per colpire a morte l’uomo. E’ il consumismo che nella società occidentale definisce appartenenza e identità: un fenomeno pilotato e studiato a tavolino, ma perché lo fanno e quali sono i loro obiettivi? di Francesco Lamendola

Il senso d’identità sta cedendo, si indebolisce, tende a scomparire: sia nelle singole persone, sia nelle comunità sociali, etiche, culturali. A livello individuale è il senso di appartenenza al proprio sesso, alla propria famiglia, alla propria tradizione materiale e spirituale che sta venendo meno, per essere sostituito da una condizione frammentaria, “atomistica” ed essenzialmente apolide e consumista. A livello sociale si allenta il senso d’identità delle categorie lavorative, dei gruppi religiosi, degli abitanti della medesima città, regione, nazione, in favore di una filosofia spicciola di vita secondo la quale tutti questi legami sono forme sorpassate di “romanticismo” e ciò che realmente lega le persone è l’interesse concreto, ad esempio la vera patria non è quella ove si è nati e vissuti dall’infanzia, anzi non ha più senso il concetto stesso di patria, sostituito da quello di residenza, eleggendo a “patria” provvisoria quella ove si possono trovare le migliori opportunità di guadagno e di carriera – e, per un gruppo industriale o finanziario, dove si pagano meno tasse e si devono rispettare meno vincoli legali. Ma se un domani le cose dovessero cambiare, se la pura e semplice convenienza rendesse infruttuoso rimanere in quel dato Paese, perché in un altro, magari lontanissimo e del rutto diverso dal punto di vista culturale, si offrissero possibilità migliori, ecco che ad esso verrebbe accordata la preferenza e ci si sposterebbe senza dubbi o ripensamenti, come una pianta che non ha bisogno di mettere radici, perché le sa mettere ovunque, adattandosi con una rapidità incredibile ai nuovi ambienti.

Il senso d’identità sta cedendo per un processo naturale legato alla secolarizzazione, all’abbandono del sacro e del trascendente, o fenomeno spontaneo della società moderna, oppure perché delle forze ben precise hanno lavorato da tempo, e tuttora lavorano alacremente per accentuare una tale tendenza? Considerato quel che sta accadendo ormai alla luce del sole, con gli attivisti LGBTQ che vanno negli asili e nelle scuole a sponsorizzare fra i bambini il cambio di sesso, e con le O.N.G. che favoriscono in ogni modo l’invasione dell’Italia e dell’Europa mediante l’accoglienza indiscriminata di milioni di falsi profughi (in mezzo ai quali c’è anche una piccola minoranza di profughi veri), la risposta appare addirittura scontata: è un fenomeno pilotato e perfino studiato a tavolino, non da ieri o l’altro ieri, ma da anni e decenni. Se poi si va a vedere quali sono le donazioni e le altre forme di sostegno economico che tali gruppi e associazioni ricevono, e si constata che sono sempre gli stessi, tutti – per intenderci – riconducibili a quello stesso cartello finanziario che ora tiene in scacco il mondo intero con la finta pandemia, la finta emergenza sanitaria e il finto vaccino quale risposta unica a tutti i mali del secolo, svanisce del tutto ogni possibilità di dubbio: a meno di voler credere, il che è assurdo, che si tratti sempre e solo di curiose coincidenze.

A questo punto però sorge spontanea un’altra domanda, ancor più importante, se possibile, di quella precedente: perché lo fanno? Quali sono i loro obiettivi? A che scopo favoriscono in ogni modo l’indebolimento del senso d’identità? Noi crediamo che lo scopo sia duplice: il vantaggio materiale, economico, politico e sociale, e l’odio contro tutto ci che è forma, durata e stabilità, coesione, di cui la civiltà cristiana e l’Italia che ne è in sostanza la culla, sono al tempo stesso il simbolo e la vivente incarnazione (sebbene ormai ridotte alla pallida ombra di ciò che furono in passato, al tempo del loro massimo splendore). Distruggere le identità significa, da un lato, creare una massa amorfa e indifferenziata di consumatori, disposto a consumare qualsiasi prodotto, anche il più innaturale e il più mostruoso, purché adeguatamente reclamizzato, ad esempio col sostegno di un esercito di “esperti” internazionali che ne garantiscono l’utilità, la necessità e magari l’indispensabilità (vedi il sacro vaccino dei nostri giorni, senza il quale non c’è salvezza); dall’altro assistere alla scomparsa dell’odiato cristianesimo, questa fede che da duemila anni si oppone alla strumentalizzazione dell’uomo e gli offre una solida base di consapevolezza e un orizzonte di speranza.

Questo processo è stato messo in evidenza con esemplare chiarezza dallo psicologo Claudio Risé, milanese, classe 1939, nel suo saggio Identità tradizionali e comunicazioni globali nei conflitti postmoderni (in: Antonella Sapio, Per una psicologia della pace. Nuove prospettive psicologiche per approcci integrati interdisciplinari, Milano, Franco Angeli, 2004, pp. 459-462):

Più consistente appare l’antagonismo rappresentato, nei confronti del mondo impegnato in un processo di auto-determinazione e recupero identitario, dalla concezione “secolarizzata” del mondo: un aspetto che continua ad essere ampiamente indiscusso dalla società occidentale (salvo poi provocare persino ridicole reazioni, come la New Age).

Da questo punto di vista i conflitti identitari della postmodernità mi sembrano esprimere un più ampio conflitto, in cui tutta l’umanità è coinvolta, tra secolarizzazione che vuol compiersi definitivamente (ciò che la filosofia chiama: fine della metafisica) e rinnovata richiesta di trascendenza.

L’indebolimento identitario prodotto dal processo di secolarizzazione deriva dalla modificazione da esso prodotta degli individui e gruppi col campo simbolico, fonte e sostegno di contenuti identitari forti.

Foucault ricorda come le nuove strutture di potere della modernità abbiano sostituito l’antica simbolica del sangue, cui si riferiva, ad esempio, tutto il processo penale e l’idea di colpa ed espiazione. Ciò, assieme all’accantonamento della simbolica della materia (segnalato invece, e deplorato, da Bachelard) ha fortemente indebolito la relazione del soggetto col simbolo, privandolo dei contenuti identitari che discendevano dalla comunicazione col simbolico.

L’individuo della modernità è quindi passato dallo stato di soggetto, definito in un ordine simbolico cui lui stesso appartiene, a quello di oggetto destinatario, consumatore di altri oggetti che ne definiscono provvisoriamente appartenenze e caratteristiche. È il consumo che nella società occidentale della tarda modernità definisce appartenenza e identità.

Questi oggetti di cui l’individuo è destinatario non sono poi corpi, aspetti organici, naturali, iscritti nella simbolica della natura, ma oggetti astratti anche culturali, fabbricati continuamente dall’organizzazione sociale.                

La fabbricazione, comunicazione e vendita dei prodotti attraverso i quali si “fabbricano”, anche, provvisorie identità umane, avviene, per la prima volta nella storia, a livello globale. L’intero campionario dei prodotti fabbricati è offerto contemporaneamente in tutto il mondo, indipendentemente dalle culture tradizionali dei vari paesi. Tra questi prodotti, inoltre, è sempre più difficile distinguere quelli di natura più “materiale”, destinati cioè alla sopravvivenza dei corpi, e quelli direttamente culturali, destinati cioè ad applicazioni intellettuali. Tra i prodotti materiali infatti è infatti sempre maggiore nei contenuti la quota di prodotti di sofisticazione, di sintesi, così come l’aspetto di fabbricazione culturale tende a prendere il sopravvento sulla necessità biologica.

La produzione oggettuale della tarda modernità (ed il suo consumo, che ha sostituito la relazione col simbolo come elemento produttore di identità) è insomma finora diretta verso un indebolimento del dato naturale (e del suo referente simbolico: non solo la simbolica del sangue cui si riferiva Foucault, ma anche quella della materia, cui si riferisce Bachelard). L’accento è posto invece su produzioni astratte, di tipo scientifico, tecnologico e “intellettuale”, le quali però tendono a debordare dal loro specifico campo  di influenza per orientare anche i consumi più direttamente materiali, se destinati alla sopravvivenza.

Lo stesso corpo tende ad essere inglobato in questo processo di fabbricazione. Mentre, come osservava Giddens, nelle società tradizionali il corpo era «un aspetto della natura, governato fondamentalmente da processi solo marginalmente soggetti all’intervento umano», noi ora siamo in grado di “ristrutturare” il nostro corpo, che viene definito «profondamente permeabile», e siamo diventati «responsabili del design dei nostri stessi corpi» A. Giddens).

Anche nello stile di vita gli aspetti materiali legati all’organizzazione istintuale perdono di importanza, a favore di aspetti di superficie, astratti. Così cibo (con la coscienza del suo gusto e qualità), riposo, sessualità intesa come pulsione elementare, lasciano spazio al prestigio sociale, all’immagine, al successo, al comportamento socialmente suggerito, e così via. Lo stesso travestimento linguistico e comportamentale del “politically correct”, accurato nel coprire gli aspetti “naturali” delle situazioni e delle persone, illustra questa tendenza  (R.Hughes).

Questi concetti venivano espressi una ventina d’anni fa, ma quanto veri si stanno dimostrando, specialmente alla luce di quella gigantesca accelerazione che è il Great Reset imposto dal cartello finanziario sulla scia della falsa emergenza sanitaria imposta a mezzo mondo dal marzo del 2020. Specialmente quel che dice Risé sul corpo e sulla sua trasformazione da elemento biologico e naturale a prodotto d’interventi tecnologici, oggi si potrebbe ampliare alla luce della bio-ingegneria, ad esempio della fecondazione eterologa o della clonazione; per non parlare del cambiamento di sesso, che peraltro si può veder riconosciuto anche senza necessità di ricorrere alla chirurgia, ai trattamenti ormonali e ad altre tecniche invasive, ma solo dichiarando la propria volontà soggettiva d’inscriversi in un sesso, o meglio in un orientamento sessuale, diverso da quello biologico. Resta e si conferma l’orientamento di fondo: l’uomo è sempre meno un essere naturale che si definisce come un soggetto di scelte e decisioni, e sempre più come un oggetto di desideri e di pulsioni, a soddisfare i quali si fa avanti un immenso, sofisticato e capillare sistema di offerta globale, così potente e raffinato nelle tecniche della manipolazione mentale da creare esso stesso la domanda, e quindi da tenere in pugno l’individuo/massa che, nei suoi confronti, è ridotto press’a poco nelle condizioni del tossicodipendente verso il proprio spacciatore.

Claudio Risé dice anche che l’indebolimento dell’identità si accompagna a un allontanamento dell’uomo post-moderno dal simbolo, che dell’appartenenza identitaria è il principale fattore, a vantaggio di un sistema di vita e relazioni sociali sempre più materialista e perciò intrinsecamente antimetafisico. La tradizione, infatti, si basa sui simboli; è impossibile che una società conservi i propri elementi tradizionali se il simbolo viene ovunque estromesso e sostituito da relazioni di tipo meramente materiale, sia nei confronti degli altri, sia dell’individuo con se stesso. Per fare un esempio, la bandiera del reggimento è un simbolo: per chi la vede come tale, essa rimanda ad un valore sovra-materiale, per il quale si può anche preferire la morte alla sconfitta o ad una resa disonorevole. In un’ottica puramente quantitativa, invece, la bandiera è un pezzo di stoffa che non significa nulla, se non l’appartenenza a quel determinato battaglione fra tanti altri, e che non investe affatto la sfera dei valori, come non la investe il numero civico della strada nella quale si è nati, che trasmette solo un ‘informazione di ordine pratico. Anche la croce è un simbolo: non solo religioso, ma anche identitario; chi la porta, sa di far parte di un esercito ideale, formato da uomini, assistito dagli Angeli e guidato da Dio. È un simbolo così potente che ha dato il coraggio ai martiri di affrontare i più crudeli supplizi, e agli eserciti di battersi sui campi di battaglia, a Lepanto, a Vienna e in cento altri luoghi. Nel mondo della globalizzazione pianificata dalla massoneria non ci deve essere più posto per un tale simbolo: lo si deve cacciare dagli edifici pubblici, dalle aule scolastiche, perfino dalle vesti e dal collo dei credenti: bisogna far sì che lo nascondano, che ne facciano a meno. Spogliata dei suoi simboli, spogliata della croce, la società post-moderna è pronta per il Great Reset. A meno che…

La natura umana, consegnata alla sola condizione materiale, è mutilata della sua parte soprannaturale, che anela alle altezze. Non può vivere solo di algoritmi, di tecnica, di calcoli, di profitti; ha bisogno di assoluto, di verità, di bellezza. In un certo senso, ha bisogno d’imperfezione, perché l’imperfezione è umana, e il pericolo da cui l’uomo si deve difendere, adesso, è il tentativo di disumanizzarlo: a ciò tendono tutte le chiacchiere del potere e dei suoi corifei prezzolati sul transumanesimo e le meravigliose opportunità di ristrutturazione sociale che l’emergenza sanitaria porta con sé. Questa è anche la ragione ultima per cui i padroni della massoneria mondiale odiano il cristianesimo: perché odiano quanto di autenticamente umano c’è nell’uomo. Gesù Cristo, Dio che per amore degli uomini si fa uomo, è il loro nemico; mentre è il Redentore di quanti lo accolgono…

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Febbraio 2022

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