mercoledì, 25 Maggio 2022
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Le radici ideologiche della persecuzione di Padre Pio

Il più grande santo della modernità amava il matrimonio (fra uomo e donna) la famiglia e la “fede semplice” dei padri, perciò non era moderno: questa è stata “la sua colpa” di Francesco Lamendola

L’ultima fase, la più crudele, della persecuzione contro san Pio da Pietrelcina è scattata nel 1960, con un Giovanni XXIII pienamente informato e sicuramente consenziente, se non peggio; uno spietato esecutore materiale nella persona del visitatore apostolico monsignor Carlo Maccari; e un regista occulto, implacabile, in quella del vescovo di Padova, Girolamo Bartolomeo Bortignon, cappuccino, infuriato contro il santo frate del Gargano e contro i suoi devoti, laici e consacrati, perché non voleva mettere a disposizione dell’Ordine il denaro delle offerte per la Casa Sollievo della Sofferenza, quando su di esso incombeva lo spettro della voragine debitoria creata dallo scandalo del losco finanziere Giuffré.

Ma se questi, ormai la storia lo ha accertato in maniera definitiva e inoppugnabile, sono stati i persecutori del santo frate all’interno della Chiesa, amareggiando i suoi ultimi anni di vita terrena e sottoponendolo a vessazioni infami e inaudite, come lo spionaggio all’interno del suo confessionale, bisogna avere ben chiare le ragioni più profonde per le quali la Chiesa degli anni ’60, la Chiesa del Concilio, del “papa buono”, la Chiesa che voleva abbracciare il mondo e dialogare con tutti, si mostrò così dura, severa, implacabile, contro un mite religioso la cui colpa era quella di essere troppo santo e troppo amato dalla gente. E le ragioni profonde sono appunto queste: che nel momento in cui la Chiesa, caduta in potere della massoneria dopo la morte di Pio XII, si apprestava al gran passo del tradimento dissimulato, ossia di condurre i fedeli verso l’apostasia senza che ne accorgessero, cominciando dalla cosiddetta riforma liturgica chiaramente ispirata all’ideologia massonica, come massoni erano i suoi protagonisti, Annibale Bugnini e Paolo VI, la figura di padre Pio, il santo con le stigmate, il santo che combatteva fisicamente contro il diavolo e che denunciava, fra le altre cose, e sia pure non nelle prefiche della santa Messa, ma parlando agli intimi, le mene della massoneria all’interno della Chiesa, e indicava in esse il pericolo mortale per la fede e la sopravvivenza della Chiesa stessa, diventava imbarazzante, sgradita, insopportabile. Vi era una oggettiva incompatibilità fra la Chiesa di don Milani, di padre Turoldo, di Teilhard de Chardin, di Karl Rahner (tutti preti d’assalto e veri o pretesi intellettuali, ma nessun santo) e l’umile frate di Pietrelcina che in vita sua non aveva mai viaggiato, che non era quasi mai uscito dalle mura del convento, ma che con la sua fede potente e il suo sguardo amorevole sapeva abbracciare l’Italia e il mondo intero, e aveva il torto di ricordare ai fedeli che la morale cattolica non è negoziabile, che non è in svendita, che non la si più modificare a piacere, solo per venire incontro allo “spirito dei tempi”. Come avrebbero potuto passare i referendum sul divorzio e sull’aborto, se padre Pio fosse stato ancora in vita? E anche quand’era in vita, nei suoi ultimi anni, quanto era molesta e fastidiosa la sua presenza, così arcaica, così “medievale”, e per giunta circondata da una devozione dei fedeli che appariva, ai cattolici “adulti” ed “emancipati”, qualcosa di brutto, di superstizioso, di popolare nel senso peggiore del termine.

Un buon esempio del fastidio, dell’insofferenza, del livore mascherato da illuministica degnazione di chi sa nei confronti di chi è sprofondato nell’ignoranza e nella superstizione, è offerto dal libro di Sergio Luzzatto Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, dal quale riportiamo la seguente pagina, esemplare in tal senso (Torino, Einaudi, 2007, pp. 381-383):

La costruzione del personaggio di Padre Pio come eroe dell’età di Giovanni XXIII era incominciata ben prima del ’60, sarebbe continuata ben dopo, e va ascritta al merito di alcuni giornalisti di second’ordine.

Mino Caudana sul quotidiano “Il Tempo” di Roma, Luciano Cirri sul settimanale “Il Borghese”, Francobaldo Chiocci ancora sul “Tempo” condussero interminabili campagne in favore del santo vivo del Gargano, denunciando i suoi detrattori come nemici della era Chiesa. Largamente fondati sul materiale sia miracolistico, sia scandalistico raccolto per decenni da Emanuele Brunatto, i loro servizi valsero da repertorio di “exempla” per la vulgata da rotocalco, prima di trasformarsi in libri fondativi del nuovo canone agiografico. A loro volta, tali libri avrebbero offerto la base documentaria (se così si può dire) a un’altra generazioni di reporter, abbastanza giovani per convertire le articolesse pubblicate su “Oggi” e su “Gente” negli anni settanta e ottanta in volumoni Mondadori o Piemme degli anni novanta e del Duemila: quando le opere di un Renzo Allegri o di un Enrico Malatesta, presentate alla credulità popolare come biografie “definitive” del “santo dei miracoli”, avrebbero trionfalmente asceso le classifiche nazionali dei bestseller.

È tipico del genere agiografico fondarsi sulla ripresa dei testi originari, le “Vite” o le “Passioni” di un santo che la generazione dei contemporanei trasmette all’attenzione dei posteri: i quali ultimi si limitano spesso a riscrivere i primi testi, spacciando per storia della santità quella che nei fatti è la sua memoria. Non vi è dunque motivo di stupirsi, se le cosiddette biografie di padre Pio da Pietrelcina sono semplicemente centoni della testimonianza sul santo vivo e i suoi miracoli che la devozione garganica ha prodotto dal 1918 in avanti. Piuttosto, merita di rilevare il terreno di coltura delle sedicenti inchieste su padre Pio che sfociarono nel canone agiografico degli anni sessanta: la “redazione del “Tempo” di Renato Angiolillo, l’interprete giornalisticamente più sottile di un vento del Sud che fin dalla Liberazione aveva soffiato contro il vento del Nord antifascista e resistenziale; la redazione del “Borghese” che Mario Tedeschi (un ex della “Decima Mas”) aveva ereditato dalla protesta antidemocratica di Leo Longanesi. Riuniti, tali ambienti corrispondevano all’epicentro culturale di una destra veramente papalina, monarchica, neofascista, che provava a riaggiornare sotto la mal sopportata Repubblica italiana il patrimonio spirituale del clerico-fascismo.

Quanto alle figure di giornalisti che più tenacemente si dedicarono all’opera di canonizzazione mediatica di padre Pio, erano gli stessi che confezionavamo allora il nostalgico feuilleton di Mussolini buonanima, della povera Claretta, dell’indomita Rachele. Oltreché incensando il cappuccino con le stigmate, Mino Caudana faceva colpo sui lettori del “Tempo” attraverso racconti a puntate come “Il figlio del fabbro”, evangelica narrazione della vita, della morte e dei miracoli del Redentore di Predappio. Già militante del Movimento sociale italiano, Francobaldo Chiocci raccoglieva con zelo la paccottiglia aneddotica che avrebbe finito col fare di lui – oltreché l’ammirato biografo di Brunatto – l’autore di uno zuccheroso “Donna Rachele”. Luciano Cirri fondava a Roma il Bagaglino: qualcosa di più che un mitico cabaret, il ritrovo serale di una destra anarchica e satirica, sboccata e popolare. Padrepiologo di complemento era Giorgio Pisanò, il giornalista e militante missino che più di chiunque altro avrebbe contribuito alla battaglia per il riconoscimento della legittimità politica e morale della Repubblica di Salò. E sul quotidiano del MSI, “Il Secolo d’Italia”, capitava di leggere in calce ai servizi su padre Pio la figura di Giorgio Berlutti: l’ex tipografo viterbese che era sembrato eclissarsi alla soglia degli anni trenta, travolto dai libri contabili della fallita sua Libreria del Littorio, ma che durante la seconda guerra mondiale era tornato a manifestarsi alternano titolo quali “Noi crediamo nel Duce” e “Ritorno all’amore sulle orme di Gesù”.

Non deve sorprendere la coesistenza del duce e del santo, di Mussolini e di padre Pio, nel discorso reazionario degli anni sessanta. Contribuiscono a spiegarla, per l’appunto, motivi ideologici e itinerari personali: l’eredità politica trasmessa dal clerico-fascismo del Ventennio al postfascismo della Repubblica, l’identità biografica di uomini che prima di sfondare come giornalisti avevano vivacchiato come neofascisti. Tuttavia, la coesistenza del duce e del santo va spiegata guardando non solo al versante dell’offerta culturale, ma a quello della domanda sociale. L’Italia degli anni sessanta conosceva un processo parallelo di secolarizzazione della società e di sacralizzazione del mondano, rispetto al quale la nostalgia per Mussolini poteva integrarsi perfettamente con la passione per padre Pio. Nella vertigine di un paese sospeso tra arcaismo e modernità, due divi del Novecento – il duce morto e il santo vivo – rispondevano a una richiesta ancora forte di crismi e di carismi. Sopratutto, corrispondevano a un bisogno non spento di miracoli.

È sommamente sgradevole leggere pagine come questa, il cui autore ha letteralmente intinto la penna nella malevolenza, nell’antipatia e nel rancore, non solo per mettere nella luce peggiore possibile l’oggetto del suo studio, ma anche per sminuire, banalizzare e possibilmente demolire le figure e i lavori di quanti si sono adoperati per farlo conoscere al grande pubblico, negli anni in cui la gerarchia ecclesiastica lo stava perseguitando e sottoponendo a inumane vessazioni quotidiane. Si tratta, a suo dire, di giornalisti di second’ordine e di autori di libri destinati offrire una visione falsamente ingenua e superstiziosa del “santo dei miracoli”, adombrando anche una grossa operazione commerciale sponsorizzata da alcune grandi case editrici italiane (mentre la casa editrice che pubblica il libro del nostro è notoriamente al di sopra di queste basse operazioni sottoculturali e si rivolge unicamente alla crême dell’intellighenzia nostrana, ovviamente di sinistra e più precisamente della sinistra al caviale). Per gli autori e i lettori di opere come Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento (il cui titolo è già tutto un programma di faziosità e fegatosa spacciata per analisti storico-sociologica, e quindi scientifica), che da sempre si librano nell’olimpo dell’antifascismo più puro ed ineffabile, giornalisti come Mino Caudana, Renzo Allegri ed Enrico Malatesta sono funzionali a un blocco culturale che ha cercato di contrabbandare elementi arcaici, sorpassati, miracolistici, superstiziosi, e, naturalmente cripto-fascisti all’interno di una narrazione magica del nuovo grande santo del Meridione e della “devozione garganica” (come la chiama, con evidente spregio, l’autore) che è servito, insieme a tante altre cose, ad assorbire e neutralizzare i benefici effetti del “vento del Nord” di resistenziale memoria.

Il livore incontenibile e tenace dell’autore, ancorché impreziosito da uno stile ironico e scintillante, capace d’infilare due o tre fuochi d’artificio linguistici all’interno di un solo periodo, non esita a servirsi di espressioni come padrepiologo di complemento (per Giorgio Pisanò, che invece è stato uno storico coraggioso e di valore), oppure evangelica narrazione della vita, della morte e dei miracoli del Redentore di Predappio (riferita ovviamente a Mussolini), dove il dileggio per il Duce defunto si unisce a un dileggio indiretto, ma evidente, verso il culto dei santi in generale, per tacere di molte altre, non appartengono al vocabolario di uno storico, ma a quello del polemista di dubbio gusto, uso a mescolare il sacro e il profano nello sberleffo ai suoi nemici, non tanto per denunciarne l’innaturale commistione, ma per una sua incurabile forma di allergia, che è in se stessa antistorica e antiscientifica, a considerare col minimo sforzo di equanimità sia l’apporto culturale del fascismo (quale che sia stato, ma cui è arduo negare qualunque dignità, viste le opere imponenti che ha realizzato in ogni campo) sia quello del cattolicesimo. Anche se il dito accusatore è puntato contro quelli che a lui sembrano fenomeni da baraccone, come la “devozione garganica” in effetti la fortissima acredine verbale tradisce un intimo disprezzo rivolto al cattolicesimo e alla Chiesa in quanto tali: salvo forse la nuova fede e la nuova “chiesa” emerse dal Concilio Vaticano II, le quali, a loro volta, rivendicano con fierezza una certa eredità culturale prettamente di sinistra, e quindi possono essere tollerate dagli esponenti della cultura dominante radical-chic, quando non apertamente lodate per meglio strumentalizzarle.

È utile, nondimeno, leggere libri come questo, oppure come Il manganello e l’aspersorio di Ernesto Rossi (un ex fascista divenuto bilioso antifascista), che si pone sullo stesso versante ideologico e che mostra una simile assenza totale di obiettività e di serenità nel giudicare uomini e fatti, per avere ben chiaro quale insondabile serbatoio di livore ideologico alimenti ancora oggi la cultura progressista dominante, e il spremo disprezzo da essa riservato a tutto ciò che affonda le radici in un sentimento autenticamente popolare. Per codesti signori usciti dal mantello dell’illuminismo, niente di ciò che è accaduto nel mondo durante gli ultimi tre secoli li ha mai portati a dubitare un solo istante che lì, nella “filosofia dei lumi” ci sia la bussola per orientarsi nella giusta direzione, sempre e comunque. E per riconoscere un fascista o un cattolico reazionario di primo acchito, per quanto ben dissimulato fra pagine di un’insospettabile rivista settimanale o di un libro agiografico rivolto a un vasto pubblico e destinato a far conoscere la vita di uno dei più grandi santi della modernità. La modernità, appunto: è questo il problema. Padre Pio amava il matrimonio (fra uomo e donna),  la famiglia e la fede semplice dei padri: perciò non era moderno, era anti-moderno: questa era la sua colpa. Infatti per l’intellighenzia o si è moderni o si è clerico-fascisti: cioè nemici da trattare come tali.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 05 Febbraio 2022

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