mercoledì, 25 Maggio 2022
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Il più bel ritratto femminile della pittura medievale di Francesco Lamendola

Il più bel ritratto femminile della pittura medievale. A San Nicolò di Treviso il ritratto di Sant’Agnese di Tommaso Da Modena dice più esso di come la società di allora vedeva la donna di quanto possano dire centinaia di libri di Francesco Lamendola  

È molto diffusa l’idea, sostanzialmente veicolata e di continuo rafforzata dai romanzi, dal cinema (vedi l’esecrabile Il nome della rosa) e dai programmi televisivi, specie da sedicenti “documentari” che hanno poco di documentario e molto della più becera prevenzione ideologica, che il Medioevo sia stato un lungo e oscuro periodo storico caratterizzato da una considerevole grossolanità di costumi e, a monte di essi, da una forte rozzezza del sentimento; in altre parole, che l’uomo medioevale fosse incapace di un sentire delicato, dolce e affettuoso, e non sapesse neppure dove tali moti dell’animo stessero di casa. Una specie di bestione ignorante, superstizioso, brutale e in ultima analisi molto stupido: un bruto, un selvaggio malamente verniciato con una patina di  civilizzazione ad opera del cristianesimo: il quale però è vissuto da lui con la rozzezza e la credulità di un barbaro, di un primitivo.

Così, del resto, ce lo rappresenta, soprattutto nella fattispecie del contadino, uno dei maggiori scrittori del tardo Medioevo stesso, Giovanni Boccaccio, nelle crudeli novelle del Decameron, vero monumento all’ingratitudine del cittadino colto nei confronti della gente semplice e umile di campagna, quella che gli consentiva di vivere in una condizione relativamente agiata e di godersi anche un po’ di celebrità, non sempre pienamente meritata. Di peggio ha fatto l’altro grande poeta del tardo Medioevo, Francesco Petrarca, il quale senza il minimo scrupolo – lui, falso chierico che viveva a carico della Chiesa e che non si è sposato, pur mettendo al mondo qualche bambino, per non perdere il beneficio ecclesiastico – ha proclamato a muso duro tutto il suo disprezzo per la povera gente che lavora duramente per vivere, e anche per mantenere i parassiti sociali come lui: ‘l vulgo, a me nemico et odïoso (Canzoniere, 234).

La realtà è che l’uomo e la donna medievali – ma dovremmo smetterla di usare l’espressione medioevo, che non significa nulla, e parlare semplicemente di civiltà cristiana europea, che  abbraccia lo stesso arco temporale: anche se una tale espressione farebbe impazzire di rabbia i massoni e tutti gli anticristiani che hanno costruito ed imposto la cultura europea moderna, in antitesi alla precedente – erano capaci di nobili slanci, di retto sentire, di sentimenti elevati e di delicate manifestazioni d’affetto, quanto e più dell’uomo e della donna moderni, abbrutiti e cloroformizzati dall’uso e dall’abuso della tecnologia informatica e dall’eccesso di stimoli visivi e pubblicitari, che lavorano sull’immaginario più superficiale e non hanno niente a che fare con la solidità e la sincerità dei sentimenti, meno ancora degli ideali. 

A San Nicolò di Treviso il ritratto di Sant’Agnese di Tommaso Da Modena

Prendiamo l’immagine della donna, per far un esempio. Quale immagine della donna ha costruito la modernità, tale da restare a testimonianza del presente per le generazioni che verranno? Come appare la donna, soprattutto per opera della cultura femminista, sia sotto il profilo estetico, sia sotto quello intellettuale, morale, spirituale? Basta sfogliare una rivista di moda, o meglio ancora di gossip, o guardare un programma televisivo d’intrattenimento, o un telefilm, o un’edizione del Festival di Sanremo, o un fumetto, o assistere ad un concerto rock tenuto da qualche cantante famosa, Madonna per fare un nome (un nome scelto certamente a caso…) per avere la risposta. È bella, è soave, è delicata, è spirituale, è dignitosa, è distinta e intimamente elegante, l’immagine della donna che viene continuamente “sparata” dai mass-media e che si è ormai costruita un posto fisso nell’immaginario collettivo? E le donne che camminano per la strada, ispirandosi, quale più e quale meno, ma più o meno tutte, le vecchie quanto le giovami, alla moda che a sua volta risponde a quello stereotipo: quale immagine danno di sé? Le studentesse di liceo, le casalinghe le impiegate, le commesse, le dirigenti, le donne in carriera, le donne manager, che aspetto hanno, come si vestono, come si muovono, come si presentano? L’impressione che danno è quella di portare l’attenzione degli altri sulla loro intelligenza, sul loro buon gusto, sulla loro grazia, oppure sulla fisicità più invadente, sulla seduttività più chiassosa, in poche parole sulla provocazione sensuale più esplicita, salvo poi cantare, come Sabrina Salerno, che oltre le gambe c’è di più? Di più che cosa, in nome del cielo: l’intelligenza, che certo non traspare dall’esibizione del suo corpo; o più carne ancora da esibire, più sensualità da stimolare, più pose da pornodiva di provincia da scoprire? Perché da scoprire c’è ben poco, ormai: è già tutto in mostra; e a chi guarda resta poco o niente da immaginare.

Non così la donna medioevale, che vediamo circondata da cento e cento forme di rispetto, di ammirazione, di vera e propria venerazione, sempre mettendo in risalto le sue doti spirituali, che a loro volta fanno risaltare le qualità fisiche: mai viceversa. Si dirà che una cosa è costruire un’immagine idealizzata della donna, come nel Dolce stil nuovo, è un’altra cosa è la realtà della vita di tutti i giorni. Vero: ma non accade precisamente la stessa cosa anche nella società odierna? Con la notevole differenza che se una cultura esalta le doti spirituali e la bellezza interiore della donna, essa quanto meno educa i suoi membri a non confondere la donna con un corpo da spogliare con lo sguardo e da godere sessualmente, come un mero strumento di piacere, ogni qualvolta ciò sia possibile; mentre in una cultura che fa della donna un’eterna seduttrice che imita i modi e l’abbigliamento di una prostituta, di certo i suoi membri, sin dall’infanzia, non apprendono alcuna forma di rispetto nei confronti del genere femminile. E basterebbe già questo per constatare quale totale fallimento, per non dire di peggio, quale infame tradimento, abbia provocato la cultura femminista nel ridefinire il ruolo sociale della donna, dietro l’apparenza di volerlo difendere e farlo maggiormente rispettare.

Prendiamo il sonetto di Dante Tanto gentile e tanto onesta pare, contenuto nel XXVI capitolo della Vita Nova:

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente e d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.

Ebbene: quale poeta moderno ha saputo descrivere, non diciamo con maggiore, ma anche solo con pari delicatezza, ammirazione e rispetto la figura femminile? Quale poeta moderno ha mai composto una poesia in lode della donna che sia degna di stare alla pari di questi versi sublimi?

Se poi ci volgiamo a ciò che sa dire Dante in lode della Madonna, cioè della donna senza peccato, madre di Dio e madre della Chiesa (altro che Veronica Ciccone, in arte Madonna!, con le sue calze a rete e i corpetti di cuoio in stile sadomaso), la qualità e la perfezione del verso si fanno, se possibile, ancor più sublimi, come si vede nel XXXIII canto del Paradiso:

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.

Ma, obietterà qualcuno, è troppo facile con la poesia: vediamo le arti figurative. Presto fatto: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Tuttavia, dovendo scegliere, prendiamo un ritratto femminile che a noi sembra particolarmente notevole: è un affresco di Tommaso da Modena (1326-1379) ed è stato dipinto nella chiesa di S. Nicolò a Treviso.

Così descrive il ritratto di Sant’Agnese lo storico dell’arte Luigi Coletti nel suo saggio Tomaso da Modena (a cura di Clara Rosso Coletti, Venezia, Neri Pozza Editore, 1963, pp. 28-30):

La terza colonna “a cornu Evangelii” è fasciata come da una ricchissima tappezzeria, che consta di due parti, simili ma distinte e forse eseguite a distanza, sia pur brevissima, di tempo. Nella parte della colonna verso la navata centrale, S. Girolamo nello studio. […]

Dall’altro lato della colonna si stende una specie di trittico, le cui tre figure, sebbene accampate sur un unico fondo nerazzurro, stanno ciascuna a sé, anche perché la rotondità della superficie non permette di abbracciarle insieme.

A sinistra san Romulado […]. A destra, il Battista […].

Nel mezzo S. Agnese, ritta, in perfetta frontalità, nel costume tanto caro a Tomaso, della veste bipartita, mezza bruna e mezza di una tinta ormai scomparsa sovra l’intonaco graffiato, cadente in dritte pieghe, orlata in basso di vajo; le maniche strette al braccio; il mantelletto di rosa appassito, foderato di vajo, scendente dalle spalle, cucito all’ampio scollo della veste. Nella destra la Santa tiene, leggerissima, con le punte delle dita intrecciate, la palma del martirio, e col braccio sinistro si raccoglie al seno, in atto di indicibile gentilezza, un agnelletto, facendo alla bestiola morbida cuccia del suo manto. Gli occhi lunghi, stretto, guardan vaghi, tristi, lontano. L’incarnato si scosta dal consueto bruniccio di Tomaso; le labbra son di ciliegia e lo stesso colore si posa tenuemente come un petalo, sulle gote pallide di un albore pario.

La delicata trasparenza di questo volto è tale che lo si direbbe invermigliarsi per il fluire del sangue sotto la epidermide o per una magico alitare di primavera, che richiami nel marmo la vita.

Abbiam colto Tomaso alle prese coi suoi modelli frateschi del convento domenicano; lo abbiam visto dipingere volti giovani e vecchi, grassi e magri, non senza un qualche sapor di umorismo; anche figure femminee, come la “Madonna Giacomelli” dallo sguardo vivo e furbo; angioli paciocconi, come a S. Lucia; intento sempre, accanito anzi, ad individuare, a precisare il carattere, ad accentuare, persino talora a caricare. Ed eccolo qui, dinanzi ad un virgineo volto di giovinetta, cercarci i segni della soavità e del candore ineffabili. Anche dinanzi a questa “gentilissima”, la sensibilità del pittore è sempre la stessa; ma egli cerca linguaggio diverso ed appropriato  ad esprimere la nuova emozione e in un impeto di ispirazione eccezionale, che si attua in tenuità di disegno, in lirismo coloristico delicatissimi, egli crea un capolavoro, una delle più belle ed alte figure femminili della pittura italiana.

Raggiunto il “punto dello stile”, e cioè l’espressione senza scoria della più alta attività fantastica, l’individuazione spinta all’estremo si risolve di nuovo in tipicità: non la tipicità astratta antica, ma una nuova tipicità del concreto, che perla virtù dell’arte imprime al particolare e al contingente il carattere dell’assoluto. Ciò non raramente accade in Tomaso; ma la Santa Agnese n’è forse il più eloquente esempio.

Che altro dire? È detto tutto. Ci permettiamo solo di dare un consiglio a chi legge: quello di fare un viaggio a Treviso e recarsi a visitare il tempio di San Nicolò, per ammirare di persona questo capolavoro della pittura medievale: dice più esso di come la società di allora vedeva la donna, di quanto possano mai dire centinaia di libri. Osservandolo, si presentano spontanei alla mente i versi di Dante:

… e par che sia una cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 18 Febbraio 2022

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