mercoledì, 25 Maggio 2022
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Telsen Sao, la setta che coniugava la Bibbia e gli alieni di Francesco Lamendola

Una storia di morti e sofferenze con una famiglia che soffre da 34 anni per non aver avuto giustizia in seguito a un atroce delitto maturato proprio fra i suoi seguaci di Francesco Lamendola

Il 2 febbraio 1988, in Friuli, è una giornata fredda e grigia, come tante altre d’inverno. Alla periferia di Pordenone, in  Via Colvera, una madre di famiglia torna a casa, poco prima dell’una, dopo essere andata a prendere all’uscita di scuola il figlioletto più grande; l’altro, di pochi mesi, si trova nell’appartamento insieme alla baby-sitter. Ma c’è qualcosa che non va: la chiave non gira nella toppa. La signora bussa e suona insistentemente, chiama, ma nessuno le apre: è come se la serratura fosse bloccata da una chiave infilata dall’interno. E a quel punto ella ode la voce del piccolo che inizia a piangere disperatamente. Preoccupata, sale al piano di sopra e si fa aprire da un vicino, quindi telefona a casa propria (non erano ancora diffusi i telefonini cellulari): nessuna risposta. Si affaccia dal terrazzino, chiama ancora: nulla. A quel punto si decide a telefonare ai vigili del fuoco, che arrivano quasi subito, si calano dal terrazzino e forzano l’ingresso. Uno di loro si affaccia alla porta, con l’aria sconvolta, e consiglia la signora di non entrare. Ma lei, figurarsi!, si precipita verso la camera del piccolo che piange ancora: e passando per il salotto non può non notare una scena agghiacciante. In un angolo, riversa su un tavolino, con la maglia alzata sul petto, i pantaloni e le mutandine abbassati, giace riversa la baby-sitter, morta. La perizia stabilità che è stata soffocata con un cuscino, ma prima di finirla qualcuno ha tentato anche di strangolarla, come appare evidente dai profondi segni sul collo. Ci sono anche tante piccole ferite sparse un po’ dappertutto sul suo corpo, nessuna delle quali, però, è mortale: con ogni evidenza sono state provocate dai cocci della lampada che è rotolata a terra e si è rotta in molti pezzi. Evidentemente c’è stata una lotta, un tentativo di difesa. Qualche vicino ammetterà di aver udito come un grido soffocato di donna e dei rumori strani, ma la cosa era finita lì, nessuno si era allarmato più di tanto. E nessuno aveva visto entrare sconosciuti nel condominio, anche se più tardi emergeranno delle segnalazioni, che si riveleranno però delle false piste. Anche la posizione del cadavere è frutto di una simulazione, così come le numerose tracce di sangue sparse ovunque: qualcuno ha manomesso la scena del crimine e ha oltraggiato quel povero corpo per far credere a un abuso sessuale che invece, come ha dimostrato la perizia, non c’è stato. Eppure il movente dell’assassinio deve essere stato sessuale: non c’è stata la violenza, tuttavia probabilmente ce n’era stata l’intenzione. Ma chi può aver fatto una cosa simile? Qualcuno che la povera Annalaura, una ragazza seria e responsabile, doveva conoscere: altrimenti non gli avrebbe aperto la porta. Nessun segno di effrazione: l’assassino è entrato ed è uscito senza forzare nulla.

Dopo lunghe e pazienti indagini, non emerge praticamente nulla, se non che la vittima, una bella ventunenne di nome Annalaura Pedron, faceva parte di una strana setta denominata Telsen Sao, capeggiata da un pittore improvvisatosi guru, Renato Minozzi, che fondeva in uno strano sincretismo la Bibbia cristiana e i viaggi astrali per ricevere istruzioni dai fratelli dello spazio. Gli adepti della setta cambiano il proprio nome di battesimo, ne ricevono uno nuovo: la povera Annalaura diventa Eviana; Minozzi si chiama Jeshael.

La setta era stata fondata qualche anno prima. Minozzi aveva avuto un’esperienza di viaggio astrale “spontaneo” mentre si trovava in coma all’ospedale, nel 1971, tornato alla vita, aveva fondato la corrente artistica Quinta Dimensione e la sua pittura si era incentrata sulla rappresentazione di pianeti alieni e paesaggi cosmici. Una decina di anni dopo, l’8 aprile 1982, la sera del Giovedì Santo (tipica commistione di elementi cristiani e ufologici), alla luce di diciannove candele, era nato il Cenacolo 33, chiamato anche Telsen Sao, dal nome di una creatura aliena con la quale egli sosteneva di essere in contatto e di aver ricevuto ampie informazioni sulla vera storia dell’umanità. Molte migliaia di anni fa, la Terra era stata colonizzata da creature provenienti da altri mondi. Quanto a lui, riceveva delle continue rivelazioni: ora di una “forma nera” che si abbatteva sul papa (Giovanni Paolo II era scampato per miracolo all’attentato di Ali Agca il 13 maggio 1981), ora di essere sulla croce in unione con qualcun altro, «io in lui e lui in me», evidentemente – anche se non pare venisse nominato – Gesù Cristo. Intanto si era consumata la rottura con la Chiesa cattolica: gli adepti, indossando lunghe vesti bianche, vennero “battezzati” sul greto del torrente Meduna, a Tramonti di Sotto, e Minozzi aveva “consacrato” un sacerdote e sei “sacerdotesse”. La loro funzione principale era quella di guidare i viaggi astrali degli altri: come uscire dal proprio corpo e raggiungere le dimensioni sottili, per comunicare con le entità extraterrestri. In seguito vennero consacrati altri sei sacerdoti e ordinati tre diaconi. Minozzi inoltre sciolse un uomo da un precedente matrimonio e lo sposò con una donna della setta (nome che gli adepti rifiutarono sempre, considerandosi membri di una “semplice” associazione), arrogandosi anche la facoltà di disporre a suo piacere, officiandoli e sciogliendoli, di ben tre sacramenti: battesimo, matrimonio e ordine sacro. Non solo: egli stabilì che anche il calendario liturgico doveva essere cambiato; Natale venne da lui fissato il 6 gennaio, invece del 25 dicembre, e la Pasqua, che per i cattolici è una “festa mobile”, il 6 aprile.

Scrivono Andrea Accordi e Massimo Centini in Delitti italiani risolti o irrisolti (Roma, Newton Compton Editori, 2006, p. 450-451):

Partendo dal presupposto che Anna Laura Pedron  doveva conoscere il suo assassino, la polizia  si imbatté subito nella singolare comunità  religiosa frequentata dalla ragazza.

L’associazione “Cenacolo 33 – Centro di Telsen Sao” era stata fondata a Pordenone alcuni anni prima, nel 1982, da Renato Minozzi un ex pittore che ne era la guida spirituale. La comunità raccoglieva alcune decine di adepti soprattutto nel capoluogo friulano, dove Minozzi aveva abitato per parecchi anni, e si era successivamente trasferita a Portogruaro (Venezia).

Lo stesso Minozzi aveva ordinato nell’ambito della comunità sei sacerdotesse e un sacerdote, ma  a partire dal 1986 si era trovato ad affrontare diversi dissidi interni al suo gruppo.

Gli adepti, ai quali veniva assegnato un nuovo nome, a loro dire, erano in grado di compiere “viaggi astrali”. Nella comunità Anna Laura Pedron era conosciuta con il “nome astrale” di Eviana.

La giovane faceva parte anche del complesso di arte varia “Skihms”, con il quale si esibiva pure il suo fidanzato, Piero P., di 22 anni, anch’egli di Pordenone e appartenente al “Telsen Saoo” con il nome di Narcos, e la figlia di Minozzi, Shamira.

Fu soprattutto in questi ambienti, che condividevano sperimentazione artistica ed esperienze mistiche, che puntarono le indagini per cercare di risalire all’omicida di Anna Laura. Un volontario della setta religiosa disse di aver compiuto nei giorni immediatamente successivi al delitto un “viaggio astrale” nel tempo per ricostruire il delitto e identificare il colpevole. Un disegnatore della stessa comunità ricostruì il presunto volto dell’omicida per consegnarlo agli inquirenti. Il fondatore del “Telsen Sao” ammise che l’assassino della giovane baby sitter era sicuramente un uomo, ma aggiunse con altrettanta certezza che non era un adepto della comunità. (…)

Il delitto ebbe comunque l’effetto di un terremoto per il “Centro di Telsen Sao”. La Curia pordenonese non concesse la sepoltura religiosa alla giovane adepta che era stata uccisa, motivando il rifiuto con l’abiura della fede cristiana compiuto dalla ragazza per aderire alla setta. Lo stesso fece la diocesi di Vittorio Veneto, che pure in un primo momento aveva dato il suo “placet”. I funerali si svolsero pertanto con il rito civile.

Le pressanti indagini della polizia fecero il resto. La comunità sopravvisse alcuni anni fra i sospetti e le dicerie, rimanendo, come rilevò lo stesso Minozzi, fortemente emarginata. (…)

Ormai ridotto a una sessantina di adepti, il gruppo religioso, dopo una serie di annunci e smentite, si sciolse definitivamente nel 1991 per rientrare nella Chiesa Cattolica.

Dopo essere stato trasferito da Pordenone, dalla quale provenivano quasi tutti gli adepti, a Portogruaro, in provincia di Venezia, Telsen Sao, che al momento della sua massima espansione contava un centinaio di membri e non era quindi un fenomeno irrilevante, conobbe una curiosa evoluzione. Nel gennaio 1987, un anno prima del delitto, il corpo sacerdotale veniva sciolto, con la motivazione che il gruppo era ormai ben strutturato e non aveva più bisogno di ministri: ciascuno poteva fare i suoi viaggi astrali. Nel frattempo Minozzi aveva insegnato ai suoi discepoli una lingua nuova, quella, a suo dire, parlata dall’umanità migliaia d’anni fa. A fianco dell’attività religiosa, poi, era nato un gruppo musicale, denominato gli Skins, del quale faceva parte anche la povera Annalaura, non come musicista, ma come ballerina, così come ne faceva parte il suo fidanzato. Come in tutte le sette, infatti, in pratica era proibito, o fortemente sconsigliato, frequentare persone estranee al gruppo: Annalaura, che vi era entrata all’età di sedici anni, su invito di una cugina, da quel momento era cambiata in maniera radicale, tanto che i suoi familiari non la riconoscevamo più. Da allegra e solare, come si usa dire, era divenuta taciturna e introversa; il suo sguardo, secondo le parole della mamma, si era spento. Non comunicava più con loro, viveva in casa come un’estranea. Solo negli ultimi tempi era sembrato che qualcosa stesse incominciando a sciogliersi  sotto quella coltre di ghiaccio, qualche parola più calda, uno sguardo più vivo, come se si ridestasse la ragazza d’un tempo: troppo tardi. Gli Skins si erano esibiti un’ultima volta il 1° febbraio 1988; l’indomani, la tragedia.

Dopo il fattaccio la setta si ritenne oggetto d’ingiusti sospetti, pressioni, discriminazioni, e un poco alla volta si sfilacciò. Nel 1991 si sciolse e Minozzi fu perdonato e riammesso nella Chiesa cattolica; eseguì un ritratto di Giovanni Paolo II e glielo consegnò personalmente, ricevendone sorrisi e parole di compiacimento per la “lieta” conclusione della vicenda religiosa. Tutto uno scherzo, dunque, una ragazzata? Si direbbe di sì, visto che molti seguaci, tutti appartenenti alla società bene, si diedero a svariate attività, come se nulla fosse stato. Alcuni si diedero alla politica fondarono addirittura un club di Forza Italia; la figlia del capo entrò nel gruppo musicale del cantante Zucchero Fornaciari. La grande villa bianca di Portogruaro, già tempio della setta e “palestra” per i viaggi astrali, è diventata una mostra d’arte permanente. Eppure non a tutti i membri è andata così bene. Oltre alla povera Annalaura, c’è stata un’altra vittima: una ricca signora e principale finanziatrice della disciolta setta, moglie del manager di una società multinazionale, è finita in una clinica per malattie psichiche e alla fine si è tolta la vita. Ma c’è un’altra coda della vicenda, sorprendente e sconcertante. Nel 1988 non esisteva ancora la tecnica del Dna, tuttavia gli inquirenti raccolsero delle tracce organiche, che furono conservate. Nel 2009 i progressi della ricerca permisero d’individuare il ”proprietario” di quel Dna: David Rosset, un altro membro della setta, e figlio di una delle sacerdotesse più in vista, Rosalinda Bizzo. All’epoca lui aveva appena quattordici anni, e perciò non fu mai sospettato: ma ora risultava che a commettere l’omicidio era stato propri lui. Ciò spiega il fatto che Annalaura avesse aperto la porta: cosa poteva temere da quel ragazzino? E se anche fosse tornata la padrona di casa, cosa questa avrebbe avuto da sospettare di poco chiaro? Ma quel ragazzino era infatuato di lei e aveva tentato un approccio sessuale; lei lo aveva respinto, lui si era infuriato e l’aveva soffocata con un cuscino, non prima d’aver tentato di strangolarla. Non aveva fatto tutto da solo, però: aveva chiamato in soccorso la madre, la quale l’aveva aiutato a far sparire le sue tracce e aveva inscenato la disgustosa farsa del cadavere mezzo spogliato e del sangue sparso ovunque, più un coltello posto lì accanto, ma con la lama perfettamente pulita. Nel 2011 si aprì il processo, coi pm Valentina Bossi e Chiara De Grassi che imputavano a David Rosset l’omicidio «per futili e abbietti motivi», ossia semplicemente perché respinto.

David Rosset però fu dichiarato “non imputabile”, appunto perché all’epoca era minorenne. La solita beffa della solita giustizia italiana. Nessuna medicina per la povera famiglia sofferente: solo un’amarezza infinita. Da parte del Rosset, neanche una parola, nessuna ammissione né alcuna giustificazione. Di più: non si diede neanche la pena di assistere alle sedute processuali. Ne aveva diritto, e così ha fatto. Oggi è un tranquillo perito informatico, solo – dicono – un po’ taciturno. Ma la setta c’entrava, eccome. Una perizia della prima inchiesta riferisce che il “bambino” aveva uno sviluppo affettivo bloccato, proprio a causa della frequentazione del gruppo Telsen Sao. Chissà cosa si è scatenato nella mente di un pre-adolescente che stava sempre attaccato alle gonne di sua mamma e la cui vita ruotava interamente attorno alla setta, in un clima di febbrile esaltazione, che sarebbe poco definire strano. Altro particolare significativo: a tracciare un identikit dell’assassino, “visto” durante un viaggio astrale, fu proprio l’onnipresente madre del Rosset, specializzata in quel tipo di esperienze mistiche. Volontà di collaborazione, sostennero i membri della setta; depistaggio intenzionale, dicono oggi gli inquirenti.

Un’ultima osservazione, questa sul piano religioso. Nel 1988 il vescovo di Concordia-Pordenone, monsignor Abramo Freschi, friulano di Pagnacco, classe 1913, rifiutò ad Annalaura il funerale religioso, visto che lei aveva abiurato la fede cattolica. Si cercò un escamotage rivolgendosi al vescovo di Vittorio Veneto (la famiglia della ragazza era originaria di Oderzo, che appartiene a quella diocesi), ma anche quel vescovo, Eugenio Ravignani, dopo un iniziale spiraglio, disse di no. Legittimo, secondo noi: comprendiamo e rispettiamo il dolore della famiglia, ma comprendiamo anche la posizione di quei vescovi, a nostro avviso perfettamente giustificata. Poco dopo, però, il clima era già cambiato: e sotto il nuovo vescovo di Pordenone, Sennen Corrà, ebbe inizio il cammino di rientro all’ovile dei membri della setta, fino al clamoroso incontro fra l’ex santone e il pontefice. Il quale ex santone, spiace dirlo, da quelle tristi vicende non sembra che abbia imparato un granché. Lo si può vedere oggi sui social, con il casco da astronauta grazie a un fotomontaggio, che si vanta d’aver fatto la terza dose di vaccino, diventando così… un extraterrestre. Una provocazione? Può darsi. Ma ci sono stati dei morti, delle sofferenze; c’è una famiglia che soffre doppiamente, da trentaquattro anni, per non aver avuto giustizia in seguito a un atroce delitto maturato proprio fra i suoi ex seguaci.

Non sarebbe il caso, dopo tutto quello che è successo, di tenere un profilo basso, di mostrare almeno un po’ di discrezione?

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 20 Febbraio 2022

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