mercoledì, 25 Maggio 2022
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Che cos’è la «spina nella carne» di cui parla S. Paolo?

La subdola mentalità positivista: chi lo dice che quando nel Nuovo Testamento si parla di Satana e dei suoi angeli bisogna pensare subito a metafore o colorite allegorie? di Francesco Lamendola 

È noto che una delle pagine “difficili” della Bibbia, in questo caso del Nuovo Testamento, è quella in cui san Paolo allude, invero un po’ oscuramente, ad una spina che gli è stata infitta nella carne da un angelo di Satana (un’immagine che sembrerebbe presa dal linguaggio del Libro dell’Apocalisse, e già questo incuriosisce non poco), ma con la permissione del Signore, affinché egli non montasse in superbia per la grandiosità delle rivelazioni che aveva ricevuto dall’alto. Ora, da sempre, gli esegeti si sono affaticati a cercar di chiarire quella espressione enigmatica. Che tipo di spina era quella di cui parla l’Apostolo delle genti?

La curiosità, sentimento molto umano – forse anche troppo umano, direbbe qualcuno, riecheggiando il buon vecchio Friedrich Nietzsche – ha stuzzicato generazioni di biblisti e li ha stimolati a trovare le risposte più varie, ad avanzare (e azzardare) le interpretazioni più fantasiose e qualche volta, diciamo la verità, piuttosto improbabili: così forte era, ed è pur sempre, il desiderio, forse addirittura la smania, di sciogliere i dubbi e arrivare a una qualche certezza a proposito di questa misteriosa spina nella carne. L’uomo è fatto così, e spesso il credente non fa eccezione (anche se dovrebbe, visto che la fede è l’attesa delle cose credute e non la pretesa di vedere e di toccare): vorrebbe saper tutto.

Ad ogni modo, prima di andare avanti, rileggiamoci il passo paolino che si trova verso la fine della Seconda lettera ai Corinzi (12, 1-10):

1 Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore. 2So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. 3E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – 4fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. 5Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. 6Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me 7e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni.

Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. 8A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

Fra i numerosissimi commenti a questo passo famoso, abbiamo scelto di partire da quello di don Giuseppe Ricciotti (Roma, 1890-ivi, 1964), valente biblista e archeologo, nonché sacerdote sospettato di modernismo, ma che, a differenza del suo amico Ernesto Buonaiuti, di fronte al richiamo della Santa Sede rientrò prontamente nei ranghi; e che fu autore di alcuni importanti volumi, come la Storia d’Israele (2 voll., 1932 e 1934), La vita di Gesù Cristo (1941), Paolo Apostolo (1951), L’imperatore Giuliano l’Apostata (1956) e Le lettere di San Paolo tradotte e commentate, dal quale traiamo le seguenti osservazioni, che ci sono parse molto stimolanti (Roma, Coletti Editore, 1949, pp. 202-203):

Il tutto si potrebbe parafrasare: «Per l’eccesso della rivelazione – proprio per questo scopo, affinché non m’inorgoglisca – mi fu data ecc.» [v. 7]. – Pungiglione è σκóλοφ, non nel senso di un singolo oggetto puntuto, ma piuttosto di parecchi oggetti siffatti uniti a fascio, come un mazzo di stecchi o di spine: si potrebbe logicamente tradurre “spinosità”. E questo “pungiglione” è applicato dal di fuori “alla carne”, τη σαρκί: non è dunque un prodotto emanante dalla carne stessa (nel senso della Vulgata, “stimulus carnis”). Precisando, Paolo comunica che questo “pungiglione” è un “angelo di Satana” che ha il compito di schiaffeggiarlo, e ciò allo scopo che egli non s’inorgoglisca “per l’eccesso della rivelazione” avuta. Non vi può essere alcun dubbio che si tratti di una malattia fisiologica, designata come “angelo di Satana”: a Satana, infatti, gli Ebrei attribuivano direttamente le malattie, specialmente se gravi, come risulta anche dalle parole di Gesù che, accennando alla donna rattrappita da diciott’anni, disse: «Costei… che il Satana legò or è diciotto anni» (Luca, 13,16). Per identificare questa malattia di Paolo sono state proposte varie decine di morbi, alcuni del tutto fantastici o gratuiti; quelli che oggi trovano più favore fra gli storici sono la malaria, che Paolo avrebbe contratta in Pamfilia durante il suo primo viaggio missionario (anni 45-43) [sic], e qualche forma nevrastenica o epilettica. È probabile, invece, che si tratti di una concomitante ripercussione fisiologica dello stato mistico, con cui Paolo ricongiunge così strettamente e immediatamente questo “pungiglione alla carne” datogli “affinché non s’inorgoglisca”: ripercussioni fisiologiche di tal genere si riscontrano, infatti, in altri celebri mistici di ogni epoca. Certo è, ad ogni modo, che questa malattia di Paolo era ignota ai Corinti, sebbene egli avesse dimorato fra loro per più di un anno e mezzo di seguito; egli, infatti, parla qui evidentemente con l’intenzione di fare una confidenza e di svelare un fatto da essi ignorato (cfr. al vers. 1): non può essere, dunque, la malattia accennata in Galati, 4,13-15, perché questa fu una malattia palese e ripugnante. Quanto all’opinione piuttosto recente, ma assai diffusa nel Medioevo e fra scrittori ascetici, secondo cui il “pungiglione alla carne” sarebbe una metafora per designare stimoli di lussuria, è del tutto da rifiutarsi.

Chiediamo lumi ulteriori a un altro grande biblista e commentatore del Nuovo Testamento, una figura oggi alquanto dimenticata (il che è di per sé un indizio positivo, visti i tempi che corrono e l’aria che tira nella “chiesa in uscita” del signor Bergoglio), don Settimio Cipriani. Nel suo commento a Le lettere di San Paolo (Assisi, Edizioni Pro Civitate Christiana, 1962, pp.335-338) egli così si esprime in proposito:

Sulla “natura” del fenomeno cioè l’ascensione al terzo cielo 12,2, S. Paolo ci dice ben poco: il più è rimasto il segreto della sua anima. L’unico dato certo è che il fenomeno avvenne in forma repentina e misteriosa, almeno per quanto riguarda il “corpo”: l’Apostolo infatti non sa dire se, oltre all’anima, anche il “corpo” partecipò alla gloria di quella visione (vv. 2-3). Dalla ignoranza di questo particolare possiamo legittimamente dedurre che la visione avvenne solo per via intellettuale, in forma di estasi e con piena alienazione dai sensi; non si può certo pensare a una temporanea separazione dell’anima dal corpo, perché in tal caso avremmo la morte, salvo un intervento miracoloso di Dio. Ed è proprio per questo che non ci sentiamo di seguire, al riguardo,  l’opinione avanzata prima da S. Agostino, ripresa poi da S. Tommaso e seguita poi da altri esegeti, secondo la quale transitoriamente S. Paolo avrebbe goduto della visione beatifica  contemplando l’essenza stessa di Dio. Dio infatti è colui che «non può essere visto» (1 Tim., 6,16; 1 Giov 4,12) da nessun occhio rivestito di carne umana. Perciò riteniamo col Gaetano che si sia trattato di una semplice, anche se altissima, visione intellettuale. (…)

Di quest’uomo così altamente favorito da Dio, S. Paolo potrebbe dunque “gloriarsi” (v. 5), magari rivelando anche altri favori concessigli dal Signore. Ne avrebbe pieno diritto. Ma rifugge dal farlo perché gli altri non lo stimino più di quello che apparentemente “vedono” in lui o sentono dire di lui (v. 6). Egli preferisce la gloria che gli viene dalla testimonianza della propria vita; la sua “debolezza”, la sua impotenza, la sua umanità inferma attestano di più la onnipotenza di Dio, che sa servirsi anche degli strumenti più umili per realizzare i suoi disegni. Sembra che il Paolo delle grandi rivelazioni sia qualcosa che non appartiene al Paolo di tutti i giorni: un Paolo troppo poco umano, esso appartiene più a Dio che alla sfera terrena, nella quale il grande Apostolo preferisce, per umiltà, di rimanere.

E nella sfera terrena egli ben presto ritorna svelandoci ora con tutta semplicità come, per controbilanciare la grandezza di questi favori, Iddio gli abbia inviato una penosissima prova, da lui stranamente chiama “spina (confitta) nella carne” e “messo di Satana” (v. 7).

Anche se non sappiamo esattamente che cosa fosse questa “spina” misteriosa, è certo che doveva essere qualcosa di umanamente insopportabile se l’Apostolo, pur con la sua indomabile forza d’animo, si rivolse al Signore perché gli allontanasse quella orribile prova (v. 8). La sua preghiera però, ripetuta per ben tre vote, a imitazione di quella di Gesù nell’orto (Matt. 26,44), non fu esaudita. Tuttavia l’Apostolo ottenne ugualmente qualcosa, anzi di meglio, e cioè una più abbondante effusione di grazia da parte di Gesù, il quale gli rivelò o esternamente o, forse meglio, internamente, nell’estasi della preghiera, che è proprio «nella debolezza che la forza si perfeziona (τέλεϊτ)», raggiunge cioè il suo fine (τέλοϛ), il massimo rendimento, opera i prodigi più grandi. Più l’uomo è “debole” e riconosce il suo nulla, più in lui si manifesta la onnipotenza di Dio (vv. 9-10): «le cose deboli del mondo scelse Iddio per confondere le forti» (1 Cor 1,27). Tutta la storia della Chiesa sta a dimostrare questo meraviglioso paradosso!

Prima di elencare le varie opinioni che si sono avanzate al riguardo, cerchiamo di esaminare più da vicino il testo. La parola σκóλοφ di per sé significa “oggetto appuntito, palo”; e perciò anche “spina, pungiglione”. Nel nostro caso ha indubbiamente questo secondo significato: è dunque come una “spina” confitta “nella carne”. Doveva essere perciò qualcosa di estremamente doloroso. La spina viene qualificata anche come “messo di Satana” indubbiamente perché a Satana, secondo la mentalità degli Ebrei, venivano attribuite le sofferenze fisiche, i dolori, le disgrazie (cfr. Giobbe e Luc. 13,16). Avendo personificato la prova permessa dal Signore, S. Paolo può ben dire che Satana «lo schiaffeggia», per sottolineare la profonda umiliazione che gli veniva da questa prova la quale, per di più, è una cosa permanente (in greco, infatti, «perché mi schiaffeggi» è al congiuntivo presente). Dal testo si ha tuttavia l’impressione che S. Paolo sveli qui per la prima volta questa sua prova dolorosa e affliggente: in tanto tempo che era stato in mezzo ai Corinzi, sembra che costoro non si fossero mai accorti di questa debolezza”, da cui l’Apostolo aveva pregato insistentemente il Signore di essere liberato, poiché indubbiamente doveva costituire una seria difficoltà al suo apostolato.

Tenendo presenti tutti questi elementi, potremo valutare meglio la consistenza delle varie opinioni avanzate a questo riguardo.

Molti autori (soprattutto commentatori medievali) e scrittori ascetici) hanno interpretato il passo, basandosi principalmente sulla versione latina che reca «stimulus carnis meae», degli stimoli della lussuria. Certamente però questo non è il pensiero di S. Paolo, che sembra parlare di una prova esterna: oltretutto, data la delicatezza della materia, egli avrebbe dato motivo ai suoi denigratori di avvalersene contro di lui!

Alcuni Padri greci e latini (S. Giovanni Crisostomo, Teodoreto ecc.) hanno inteso invece il passo delle persecuzioni mosse a S. Paolo dai nemici del nome cristiano, soprattutto dai Giudaizzanti. Nonostante qualche difficoltà, la opinione sta ritrovando un certo seguito anche fra gli studiosi moderni (p. es. St. Lyonnet), ed è indubbio che i vv. 9-10 la favoriscono notevolmente).

In genere però gli esegeti moderni, riallacciandosi alla tradizione antica (S. Bssilio, S. Agostino ecc.), si orientano verso una malattia fisica, che avrebbe colpito in maniera permanente o intermittente l’Apostolo che gli doveva rendere particolarmente difficile il ministero. Quale poi esattamente fosse questa malattia, è difficile precisarlo. Ne sono state proposte almeno una diecina, delle quali alcune certamente inconsistenti e fantastiche: fra queste ultime sono da porsi l’epilessia e altre somiglianti malattie nervose. Fra le malattie più probabili, possiamo pensare alla malaria (Ramsay), forse contratta proprio durante il primo viaggio missionario in Pamfilia nel 45-48, o alle febbri maltesi (A. Menzies), o ad un’oftalmia acuta che dà a intervalli dolori che sconquassano il cervello e, in alcuni casi, deforma l’occhio in modo da rendere ripugnante  allo stesso medico la vista del paziente.

Ultimamente G. Ricciotti, seguito in parte da  H. Clavier, ha proposto una soluzione nuova, che per un verso però si riallaccia alla precedente: S. Paolo dà qui l’impressione  di rivelare ai Corinzi una cosa ad essi sconosciuta, almeno alla loro grande maggioranza; dunque è difficile pensare a una qualunque delle malattie  sopra ricordate, la cui natura invece era tale da non sfuggire a nessuno.  Si tratterebbe perciò di una sofferenza strettamente collegata ai portentosi fatti mistici, di cui egli era, come sappiamo, ampiamente favorito da Dio. Tali sconvolgenti ripercussioni fisiologiche, derivanti da stati mistici, si ritrovano in non pochi Santi, dotati da Dio di particolari carismi. Un esempio tipico potrebbe essere rappresentato da S. Teresa d’Avila, che con S. Paolo presenta non pochi punti di contatto, sia per l’instancabile attività, sia per i grandiosi fenomeni mistici di cui fu oggetto da parte di Dio (cfr. “Vita”, in “Opere di S. Teresa, trad. ital. Milano, 1931, vol. 1, cap. 6,1-2, 47-48).

Personalmente riteniamo che questa ultima opinione abbia le sue buone probabilità. Pur non potendo spiegare la vera natura di queste ripercussioni fisiologiche, ci sembra che tale opinione spieghi meglio come l’Apostolo parli di questa sua misteriosa infermità subito dopo aver parlato del suo rapimento al terzo cielo e come essa abbia potuto rimanere ignota per tanto tempo ai Corinzi.

Come si vede, vi è una convergenza sostanziale fra la lettura del Ricciotti e quella del Cipriani: entrambi propendono per una infermità di tipo fisico, ma derivante dalla stessa eccezionalità dei doni mistici e delle apparizioni concesse da Dio all’Apostolo. Solo che entrambi danno l’impressione di vedere nella “spina”, ovvero nel “pungiglione nella carne”, una sorta di disturbo psicosomatico, capovolgendo la giusta prospettiva fra il piano naturale e quello soprannaturale. Se la misteriosa infermità di San Paolo fu realmente un effetto diretto delle sue visioni e delle sue facoltà mistiche, allora ci sembra più giusto vedere tale infermità, più che come una conseguenza, come un sigillo, una specie di segno impresso nella carne a sottolineare l’eccezionalità del favore divino, e, come giustamente osserva il Cipriani, quasi a controbilanciare quest’ultimo, affinché da ciò non derivasse un moto di superbia e di auto-glorificazione da parte dell’Apostolo. In questo senso, cioè vedendo nei doni spirituali un fattore che incide sulla carne e vi lascia il segno, si può fare un accostamento, oltre che con S. Teresa d’Avila, anche, e forse meglio ancora, con San Pio da Pietrelcina, il grande Santo ignorato e perseguitato dalla Chiesa ufficiale la quale aveva sempre il dialogo e la misericordia sulla bocca, ma che intanto si accaniva implacabilmente contro l’umile frate cappuccino, nella triplice volontà persecutoria del vescovo di Padova, Bortignon, vera anima nera di quella fosca congiura, del “papa buono”, Angelo Roncalli, e del visitatore apostolico, monsignor Maccari, il quale più che come un visitatore si condusse da irriducibile nemico, totalmente prevenuto e giunto a San Giovanni Rotondo per punire il frate e staccarlo dai suoi figli spirituali. Tale è la cecità degli uomini, anche degli uomini di Chiesa, quando si trovano in presenza della vera santità, anche se nella loro pastorale quotidiana sono soliti riempirsi la bocca con grandi parole e presentare se stessi come animati dal più santo zelo di carità e dall’esclusiva  sollecitudine per la salvezza delle anime. S. Pio da Pietrelcina era un autentico stigmatizzato, come S. Francesco d’Assisi (e nonostante il parere contrario di un altro francescano illustre, padre Gemelli, che si permise di stilare un relazione per il papa del tutto negativa, senza neppure aver visto le piaghe né aver indagato su di esse).

Che la nostra impressione non sia frutto di una semplice ipotesi, lo mostra anche ciò che sia il Ricciotti, sia il Cipriani dicono a proposito dell’angelo di Satana mandato a schiaffeggiare (verbo molto allusivo e molto preciso) San Paolo per ricordargli il dovere dell’umiltà: sia l’uno che l’altro lo vedono come una semplice metafora, conformemente alla mentalità ebraica del tempo. Noi però non siamo d’accordo con tale posizione di principio. Se la Bibbia è, come lo è per il credente, un libro divinamente ispirato, allora bisogna andarci piano con l’interpretazione “sociologica” delle espressioni usate dai suoi Autori. Se San Paolo parla di un angelo di Satana, evidentemente allude a una sofferenza di ordine soprannaturale, proprio come fa l’autore del Libro di Giobbe: il che non è una metafora. Tanto varrebbe, se così si dovesse fare in altri casi simili, vedere negli esorcismi operati da nostro Signore Gesù Cristo altrettante allegorie della lotta contro i mali fisici o psichici che affliggono l’umanità, escludendo ogni rinvio alla dimensione soprannaturale, o piuttosto preternaturale. Ma chi lo dice che quando nel Nuovo Testamento si parla di Satana e dei suoi angeli bisogna pensare subito a delle metafore, a delle fastose e colorite allegorie? Forse lo dice la mentalità secolarizzata e positivista di un Sosa Abascal, secondo il quale il diavolo non esiste, è solo un simbolo del male; e sempre secondo il quale noi non possiamo sapere con certezza cosa abbia detto Gesù in questa o quella circostanza, perché le sue parole non sono state registrate con un magnetofono. Ma tale mentalità secolarizzata e positivista non viene dall’autentico Magistero della Chiesa e non appartiene alla sana scienza biblica, né dalla buona teologia: viene da tutt’altra parte, e serve solo a far sì che alcuni sacerdoti si levino lo sfizio di far vedere agli agnostici e ai non credenti che essi parlano la stessa loro lingua, che hanno il loro stesso atteggiamento laico e disinvolto verso la divina Rivelazione. Il vero problema è che il soprannaturale, per la mentalità secolarizzata e positivista sia dei laici che dei religiosi, è un elemento che li scandalizza: come si è scandalizzato padre Gemelli davanti al Santo cappuccino stigmatizzato. Non ha avuto l’umiltà di pensare che forse, in quell’umile frate del Gargano, si manifestava la potenza di Dio per la conversione delle anime: da professore presuntuoso, è subito salito in cattedra e ha deciso che il miracolo era impossibile, e che padre Pio era un volgare simulatore, o tutt’al più un povero isterico, pericoloso per la religiosità del popolo.

E tanto peggio se, così facendo, quelli come padre Gemelli, o come il vescovo Bortignon, o come il preposito generale dei gesuiti Sosa Abascal, sono di scandalo alle pecorelle del gregge di Cristo, che, in teoria, dovrebbero avere care come le pupille dei loro occhi, e che in nessun caso dovrebbero confondere, turbare e disperdere.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 21 Febbraio 2022

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