mercoledì, 25 Maggio 2022
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Il Great Reset dell’Università di Francesco Lamendola

L’università: da oasi di pace a focolaio di rivoluzione. Dai grandi guru del 68′ alla crociata contro la famiglia borghese: una “sinistra” cronistoria. Perchè oggi con il Great Reset e l’ombra della Cabala il cerchio si chiude? di Francesco Lamendola  

Così come ha bisogno di un centro spirituale e di un centro economico, una società ha bisogno, per prosperare, di un centro intellettuale e cultuale: di un luogo, cioè, fisico o simbolico, nel quale si producano idee e dal quale si diffondano tanto il sapere che l’amore e il rispetto per il sapere stesso. Centri di cultura sono sempre esistiti in tutte le società: in quelle del mondo antico coincidevano in genere con il tempio e con la classe sacerdotale. La Grecia ha portato un mutamento anche in questo campo, con la nascita di licei e accademie per l’elaborazione e la trasmissione di un pensiero laico. La civiltà cristiana ha riportato la cultura nell’alveo religioso e ha fatto del monastero il centro di preservazione, e successivamente d’irradiazione, del sapere, concepito come complementare al lavoro manuale, che invece i saggi greci e romani avevano disprezzato (ora et labora), in una visione unitaria della vita ove il sapere è divinamente ispirato, con la teologia posta al vertice dell’umana conoscenza. Verso la fine dell’XI secolo, dunque dopo quasi un millennio dalla nascita del cristianesimo, nasce lo studium, in genere riconducibile al vescovo o all’abate del luogo, ove s’impartisce un corso di studi superiori che, più tardi, avrà riconoscimento legale: è l’inizio del distacco dal convento e il primo passo sulla via dell’università, svincolata dal controllo dell’autorità religiosa e quindi “laica” (non ancora però nel senso moderno della parola, cioè come contrapposta alla Chiesa). Questa si afferma, come associazione privata di studenti e professori, a partire dal XII secolo e inizialmente pone al vertice del sapere gli studi giuridici; in un secondo momento, con il progredire della borghesia comunale, il diritto viene affiancato dalle arti liberali in ascesa, dalla filosofia alla medicina, dall’aritmetica all’astronomia e dalla logica alla retorica e alla grammatica. Ultima viene insediata la teologia: a Bologna, fondata nel 1088, essa giunge nel 1364: significativa inversione della concezione culturale precedente. Il comune ha bisogno di giuristi, di medici, di banchieri, di magistrati che sappiano parlar bene e ragionare con chiarezza, e anche di professori; un po’ meno di teologi. Il distacco della visione religiosa della vita è ormai avviato, e nei secoli successivi non farà che aumentare.

L’università, dunque, non nasce in opposizione alla religione, ma per un bisogno di autonomia della società laica nei confronti della Chiesa. Più tardi il Rinascimento, la Rivoluzione scientifica e l’Illuminismo la porteranno sempre più lontano e in opposizione, potenziale o pratica, alla cultura religiosa e alla sua concezione della vita. Intanto, in Europa e poi negli Stati Uniti, si afferma, sempre più potente, la massoneria, che trova la sua centrale occulta e la fonte inesauribile di finanziamento nel potere dei grandi banchieri; e l’università, sotto la sua suggestione, diviene sempre più un polo culturale radicalmente alternativo alla chiesa, al convento e al seminario. I professori accademici ostentano disprezzo o indifferenza per la Rivelazione cristiana; la separazione tra ragione e fede giunge a porre l’alternativa radicale fra l’una e l’altra; gli studenti assorbono le idee dei loro insegnanti e si radicalizzano in misura crescente, tanto nell’ambito del pensiero politico e sociale quanto in quello teologico e religioso. I professori credenti diventano quasi una rarità, certo una minoranza; la loro carriera è più lenta e difficile, le loro pubblicazioni sono meno reclamizzate, i loro corsi meno frequentati. Tengono banco i professori che insegnano ad “andare oltre” il cristianesimo: è la grande ora dei Fichte, degli Hegel, degli Schelling; più tardi dei Croce, dei Gentile, degli Heidegger. E così giunge la seconda metà del XX secolo, quando le università divengono le fucine e i laboratori del pensiero e della prassi rivoluzionaria. Berkeley nel 1966, la Sorbona nel 1968, Padova nel corso di tutti gli anni ’70: figli dell’Encyclopédie e del Capitale, con Voltaire, Marx e Gramsci quali numi tutelari, i professori indottrinano gli studenti a odiare l’ordine sociale esistente e ad attivarsi per rovesciarlo in maniera violenta. I professori moderati o reazionari diventano nemici del popolo, sono additati al pubblico ludibrio, fischiati, insolentiti e qualche volta aggrediti fisicamente. Sempre a Padova, li gambizzano a colpi di pistola.

Sono gli anni della contestazione e del nascente terrorismo; gli anni ruggenti della Facoltà di Sociologia a Trento e di Scienze politiche a Padova; gli anni di Toni Negri e di tanti altri che sognano un mondo diverso e migliore, e intanto fiancheggiano le Brigate Rosse e ammirano la loro geometrica potenza di fuoco. Sono, anche, gli anni dei miliardari che abbracciano la rivoluzione, dei Feltrinelli che promuovono gli attentati, degli studenti che impediscono di parlare a chi non la pensa come loro e si sbucciano le mani ad applaudire i grandi guru della sinistra. Una sinistra che parla ancora di poveri e di rivoluzione, ma che sta già incubando, sotto la pressione della cultura radicale, la mutazione politica e antropologica che ne farà, ai nostri dì, il principale sostegno del globalismo e quindi del grande potere finanziario e delle grandi logge massoniche. Una parabola ingloriosa, ma logica e necessaria: la cultura radicale non nasce dal nulla, è figlia dei “lumi” del XVIII secolo: ed è il marxismo a nascere da una costola del liberalismo illuminista, sulla spinta della Rivoluzione industriale, non viceversa. Quando il capitalismo riuscirà ad ammortizzare quella spinta, e la classe operai inizierà a imborghesirsi, ai missionari della rivoluzione di popolo non resterà che farsi missionari della rivoluzione sessuale, poi di quella omosessuale, poi di quella transessuale e, da ultimo, della rivoluzione globale, ossia del Great Reset e del Nuovo Ordine Mondiale. Magari con l’aiuto d’una falsa pandemia che permetta a quei signori di apparire come i più solleciti custodi di quel bene inestimabile che è la salute pubblica.

Vale la pena di ricapitolare i passaggi che abbiamo qui delineato. L’università nasce dalla necessità di dare alla società tardo medievale una classe dirigente culturalmente preparata; di conseguenza, vi è bisogno d’individuare un luogo fisico nel quale si possa attendere agli studi superiori in relativa tranquillità. Sono favorite le città che godono di una maggiore stabilità politica, perché ciò rende più facile l’affluenza degli studenti, richiamati dalla fama dei professori; sono penalizzate le università che nascono nei comuni politicamente troppo instabili, tanto che l’esperimento vi fallisce. Tipico è il caso dell’Università di Vicenza, nata nel 1204 e abortita nel giro di pochissimi anni a causa delle lotte di fazione; se ne avvantaggerà Padova, sorta nel 1222, ricevendo il flusso degli studenti che, per ragioni logistiche, trovano troppo scomodo portarsi a Bologna.

Le ragioni storiche che favorirono l’affermazione della prestigiosa università di Padova nel XIII secolo sono state riassunte da Andrea Castagnetti nella monografia La Marca Veronese-Trevigiana (Torino, UTET Libreria, 1986, pp.108-110):

L’evoluzione politica, sociale e culturale delle città della Marca nella prima metà del Duecento può, almeno in parte, rendere ragione di un fenomeno che ebbe in seguito grande importanza: la formazione di una università di Padova, destinata a durare a lungo e ad influire anche sulla vita cittadina.

Il fenomeno delle migrazioni universitarie è ricorrente nell’epoca. Esso va spiegato anzitutto con le condizioni in cui di volta in volta veniva a trovarsi lo Studio da cui la secessione muoveva. La scelta del luogo era influenzata da fattori vari, che a noi sfuggono in gran parte: la disponibilità di alloggi, il clima, la pressione esercitata da gruppi o da singoli studenti, che potevano preferire alcune località per la vicinanza ai loro paesi di provenienza o perché essi stessi ne provenivano; infine le condizioni politiche: è probabile che con difficoltà gli studenti si spostassero o ancor più potessero rimanere in una città dilaniata da lotte violente di fazione.

Nel 1204 avvenne la prima migrazione da Bologna verso la Marca, in Vicenza. Quattro-cinque anni dopo, durante la podesteria del milanese Drudo Marcellino, l’esperimento cessava per non essere più ripreso. E il momento, d’altronde che vede il podestà, forse favorevole in parte al partito ezzeliniano, avverato dai nemici di Ezzelino, sostenuto dal partito dominante in Verona, con a capo il marchese Azzo VI d’Este e il conte Bonifacio di San Bonifacio. I due avversari politici vicentini, il conte Guido e Corrado da Vivaro, catturarono e imprigionarono il podestà. Subito dopo intervennero i veronesi imponendo come podestà il San Bonifacio. Le convulse vicende politiche furono accompagnate da violenze, incendi e saccheggi. Facile supporre che tutto questo deve aver contribuito alla fine dello Studio.

La migrazione del 1222 verso Padova ebbe successo più duraturo. Secondo noi, ciò è comprensibile proprio considerando la Padova di quegli anni, dominata dalla Comunanza, che sembrava vincitrice dell’opposizione magnatizia: guidavano la Comunanza i ceti “popolari”, fra cui emergevano gli esperti del diritto, i giudici, legati da lungo tempo all’episcopio, il centro motore da secoli del progresso civile e politico della città. E l’episcopio, con il capitolo dei canonici e i monasteri maggiori, continuò a servirsi di personale “esperto”, che nello stesso tempo era organicamente inserito nel governo e negli uffici comunali: “ecclesiastici, giudici e notai” furono «i committenti strutturali del sorgere dello Studio» (T. Pesenti-Marangon).

La stabilità sociale – relativa, s’intende – che durò fino alla vigilia della vittoria di Ezzelino, favorì la prima affermazione dell’Università. Gli anni della signoria ezzeliniana dovettero portare ad una crisi, non ad una sua scomparsa. Li Studio riprese vita prospera dopo la caduta del regime. Segna il nuovo periodo l’approvazione nel 1262 da parte del consiglio maggiore di una specie di codificazione concernente le condizioni delle “universitates” studentesche.

Nonostante rimanesse in parte estraneo alla vita cittadina, lo Studio non solo creò l’immagine di Padova come centro di studi e di cultura, ma anche contribuì alla ricchezza della città per la presenza degli studenti. Esponenti delle maggiori famiglie padovane, anche di quelle di antica tradizione magnatizia e aristocratica, non esitarono a divenire dottori di diritto, canonico e civile, il cui insegnamento era valutato più di quello delle arti. Tale sperequazione rimase fino alla fine del secolo XIV, quando Francesco II da Carrara ottenne l’emancipazione degli “artisti” dalla soggezione di fronte ai “giuristi”, cosicché lo Studio divenne «un centro universalmente riconosciuto non solo dell’insegnamento del diritto, ma anche della filosofia aristotelica, dell’astrologia e della medicina» (G. Arnaldi).

L’università, dunque, nasce dal bisogno della società di dotarsi di una cultura laica e di preparare la futura classe dirigente: e per prosperare le è necessario un clima di tranquillità, non minacciato dalle lotte di fazione. Però al culmine della modernità, che a sua volta è il culmine del progetto di laicizzazione della società perseguito dalla massoneria, l’università stessa diviene il focolaio del malessere sociale e la cellula della sovversione, latente o fattuale, che si propone di abbattere l’ordine esistente. La classe dirigente odierna, quella, per intenderci, che sta attuando con perfetto sincronismo i piani del Nuovo Ordine Mondiale, quella dei Draghi, dei Macron, dei Trudeau, dei Biden, ecc., esce dalle università che cinquant’anni fa predicavano la rivoluzione e diffondevano l’odio contro la società borghese e particolarmente contro la sua istituzione fondamentale, la famiglia naturale.

Ed ecco che ora il cerchio si chiude. Quell’odio contro la famiglia non è mai stato dimenticato, non è mai stato riposto in soffitta: ha seguitato a covare come il fuoco sotto la cenere per tutto questo tempo, e ora torna a divampare, favorito dalla nuova congiuntura politica, economica e sociale. Oggi gli amministratori pubblici, gli psicologi, gli assistenti sociali e i politici usciti dalle università che predicavano la crociata contro la famiglia borghese hanno trovato le condizioni ideali per scatenarsi, spalleggiate dai poteri forti. Oggi essi proclamano a gran voce che i figli non appartengono ai genitori, ma allo Stato; e che se i genitori non si comportano “bene”, ad esempio se non fanno vaccinare i propri figli secondo la volontà del governo, è giusto toglier loro la patria potestà: e lo stanno facendo. Lo hanno fatto a Bibbiano e seguitano a farlo in cento altri luoghi. Ma soprattutto lo stanno facendo sull’onda dell’isteria pandemica, creata e alimentata a bella posta: è questo il momento tanto atteso per dare la spallata finale alla detestata famiglia borghese. Il terreno è stato predisposto dalla diffusione della gender theory: via il maschile e il femminile, concetti superati e reazionari: viva la sessualità liquida, l’orientamento ondivago, la scelta di non essere questo o quello per poter essere tutto. S’intravede, dietro la facciata, l’ombra della Cabala: l’unità è il bene, la differenza è il male; e il male in senso stretto è illusorio, perché tutto, alla fine, è uno, e quindi tutto non potrà essere che buono. E non stiamo parlando di un “tutto” trascendente, soprannaturale, ma di un tutto immanente, umano. Troppo umano, direbbe Nietzsche. Perché quando l’umano vuole fare di sé l’assoluto, l’ombra del diavolo si delinea ghignante sullo sfondo…

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 28 Febbraio 2022

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