venerdì, 20 Maggio 2022
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Un guerriero che adora il bambino Gesù di Luca Rossi

Siamo nel mezzo di una guerra, e non soltanto quella tra Russia e Ucraina, ma quella del potere globalista contro tutti i popoli del mondo, e contro quello italiano in particolare. Da qualche settimana è anche passato di moda parlare dei danni alla salute causati dal siero genico sperimentale e della violazione dei diritti costituzionali dei cittadini da parte delle misure governative. Ora tutti parlano della guerra ucraina, e tutti sono politicamente corretti, tutti sono per la pace, per la democrazia e per la libertà di un popolo sovrano, quello ucraino, per quello italiano, che è il nostro, non vale la pena lottare, non è politicamente corretto.

Alcuni giornalisti ci consigliano di combattere usando questa strategia bellica: non accendere la luce, abbassare il riscaldamento, e andare a letto presto (con un berretto e due paia di calzini di lana).  Altri giustamente ne sottolineano l’aspetto ridicolo e grottesco, e sembrerebbero essere credibili, se non inneggiassero poi all’eroico sforzo dell’esercito ucraino contro Putin Il Pazzo, e spendessero commoventi parole sulle casalinghe ucraine che imparano ad usare le molotov, e non finissero con il bestemmiare dicendo che l’unica via d’uscita da questa pericolosa situazione è il prestigio morale di Papa Bergoglio.  Molti di noi, inoltre, si alzano la mattina con ancora alcuni sintomi del virus che hanno contratto a dicembre o a gennaio, lungo Covid lo hanno chiamato gli esperti, e hanno dolori alle spalle e agli addominali e un senso di stanchezza diffuso. Siamo stanchi, nel fisico e nello spirito. Ma a volte, concedersi un piccolo diversivo, aiuta a recuperare le forze. Spero quindi non me ne vogliate, se vi porto a fare due passi sui sentieri dell’arte, e dimentico per qualche ora, che forse, tra non molto, non avrò più il gas per riscaldarmi e farmi un caffè.

Esiste un difetto di presentazione, comune a molti scrittori d’arte, soprattutto francesi e italiani, che deriva fondamentalmente da una boria intellettuale e vanità artistica, e dal fatto di cimentarsi con una materia troppo vasta. È come se l’enorme patrimonio artistico italiano generasse, in questi scrittori, una sorta di frenesia ed eccitazione, una smania di essere artisti anche loro, e finissero poi da questo schiacciati, malgrado tutte le loro conoscenze e le loro buone intenzioni.  Leggiamo, ad esempio, un passo tratto da Storia dell’arte di italiana di André Chastel: “La costruzione si distingueva per una doppia navata ad anello con massicce colonne ioniche di recupero che fanno pensare alla primitiva esistenza di una cupola. L’edificio ha le medesime dimensioni della rotonda del Santo Sepolcro a Gerusalemme, venti metri di altezza e dodici di raggio per il colonnato centrale, e pressappoco ne riproduce il modello. È, questa, una imitazione interessante: non soltanto il tipo del battistero con volta a cupola restera’ associato, nell’arte romanica, al ricordo della Anastasis – come a Pisa nel 1153, e in tutta la Toscana – ma il tema simbolico del Santo Sepolcro vien ripetuto nelle piante delle chiese…”

Si verifica cioè questo paradosso, che per capire qualcosa dell’arte italiana, bisogna affidarsi a scrittori stranieri, i quali non soltanto non sono italiani, ma spesso non sono nemmeno latini, scrittori americani e inglesi, come Bernard Berenson e Kenneth Clark, i quali si avvicinano all’arte italiana, con una venerazione ed un’umiltà, con una volontà di prenderne possesso, in un modo intimo ed interiore, che impedisce loro di perdersi nelle fumisterie erudite e negli svolazzi fantastici della prosa dei loro colleghi continentali. Mentre questi ultimi sembrano intenti a nient’altro che a fare sfoggio della loro cultura artistica, quelli non hanno altra cura che di essere comprensibili ed accessibili al pubblico. Per chi è stato nutrito, fin dalla giovinezza, dai libri dei primi, quando inizia a leggere i secondi, viene colpito da una folgorazione. Era quindi possibile scrivere d’arte in un altro modo, semplice e chiaro, e far comprendere cosi l’enorme bellezza che ci circonda da ogni parte. Quale felicità, essere italiani, a patto di non trovarsi tra i piedi uno storico dell’arte italiano.

Ecco un esempio di quest’altro modo di scrivere, semplice e chiaro, tratto da un libro di Berenson: “La vita di Giorgione fu breve: pochissimi fra i suoi dipinti, non forse una dozzina, sono scampati al disastro. Ma bastano a farci intravedere il momento fugace nel quale il Rinascimento italiano ebbe in pittura l’espressione più genuina. L’eccesso delle passioni s’era sopito in un illuminato e sincero godimento della bellezza e delle relazioni umane. Sarebbe effettivamente difficile dire di Giorgione qualcosa più di questo: che le sue opere sono il limpido specchio del Rinascimento alla sua altezza suprema. E come quelle dei coetanei e seguaci, seguitano ad essere apprezzate soprattutto da coloro il cui atteggiamento intellettuale e sentimentale ha più in comune con lo spirito del Rinascimento; o da quelli che considerano l’arte italiana non meramente come tale, ma come prodotto di questo periodo storico. In ciò è il suo interesse maggiore. Nell’aspetto della pittura, altre scuole compierono assai più delle scuole italiane, e uno studioso serio neanche penserebbe a collocare molti fra i più illustri capolavori italiani, considerandoli strettamente da un punto di vista tecnico, sopra alle opere dei grandi Olandesi, dei grandi Spagnoli. Il nostro interesse nella pittura italiana è per un’arte che d’istinto sentiamo essere stata la compiuta espressione di quel periodo nella storia dell’Europa moderna il quale ha più somiglianza con la giovinezza: il Rinascimento, che ha per noi il fascino degli anni nei quali ci sembrò d’essere più ricchi di promesse e verso noi stessi e verso il mondo. (I pittori italiani del Rinascimento, Bernard Berenson).

Notate la differenza, tra questo passo di Bernard Berenson e quello precedente di André Chastel. Nello spazio di cinque righe, André Chastel ci aveva portato da Gerusalemme a Pisa (e in tutta la Toscana), aveva utilizzato termini tecnici come costruzione, edificio, modello, imitazione, doppia navata ad anello, colonne ioniche di recupero, battistero, volta a cupola, , arte romanica, rotonda della Anastasis, pianta della Chiesa, colonnato centrale di cui persino le misure ci aveva dato: venti metri di altezza e dodici di raggio.

Berenson, resta fermo su un punto, su un pittore veneziano del Rinascimento, Giorgione, non salta di qua e di là, ma si accontenta di restare a Venezia, non si scompone, non ha fretta come chi deve dimostrare qualcosa, ma il suo respiro è lento e profondo, e non utilizza, per quasi un intero paragrafo, un solo termine tecnico, ma si serve di parole semplici e accessibili a tutti come espressione genuina, atteggiamento intellettuale e sentimentale, spirito, limpido specchio, interesse, istinto, giovinezza, fascino, promesse.

Quando introduce un termine tecnico, si preoccupa di chiarirlo subito, come in questo altro passo, dove parla di un dipinto (Un guerriero che adora il bambino Gesù) di un pittore (Vincenzo Catena) seguace di Giorgione : “Ricordo in particolare questa pittura, perché è facilmente accessibile, e perché offre un ottimo esempio di trattamento giorgionesco d’un soggetto: trattamento che non si basa sulla narrazione d’un fatto, né sulla esibizione di virtuosismi tecnici o di facili sentimentalismi, ma sulla grazia paesistica, sugli effetti di luce e di colore, e l’umana soavità del colloquio.” Primo, si sente in dovere di presentarci una pittura che sia facilmente accessibile, e quando poi introduce un termine tecnico, trattamento giorgionesco, ci spiega chiaramente in che cosa esso consiste.

Ci sono naturalmente delle eccezioni, cioè esistono italiani che scrivono d’arte con la giusta sobrietà e un corretto senso della misura, ma l’impressione generale è che essi rientrino nella categoria degli amatori più che in quella degli storici specialisti, e che in Italia non si possa essere dei veri professionisti nel mondo dell’arte, senza riuscire anche degli insopportabili narcisisti, come quel famoso storico dell’arte che è sempre in televisione. Non vorrei passare per antitaliano e anglofilo, con questa mia critica degli storici dell’arte italiani, ma è un fatto che non sono mai riuscito a finire un libro di Roberto Longhi o di André Chastel, mentre invece ho divorato i libri di Bernard Berenson e Kenneth Clark. Sono stati questi ultimi, a farmi capire ed amare l’arte italiana, e ho per loro un’enorme gratitudine e rispetto. Per quegli scrittori d’arte invece, che non si curano punto di essere accessibili, ma operano in un contesto autoreferenziale, dove la boria intellettuale e la vanità artistica la fanno da padrone, ho soltanto indifferenza. Non riesco a leggerli, semplicemente, la vita è troppo breve, per perdere la sua bellezza, perdendo altro tempo, proprio con chi ci dovrebbe gentilmente insegnare, che cosa sia, in fondo, questa bellezza. 

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 05 Marzo 2022

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