mercoledì, 25 Maggio 2022
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Pietro Mignosi, un gigante sconosciuto del pensiero di Francesco Lamendola

La riscoperta della Tradizione, della metafisica e del “Pensiero logico”? Una chiave di lettura per capire il “fenomeno Mignosi” e l’innaturale occultamento del suo messaggio di Francesco Lamendola  

Vi sono figure importanti, di scrittori o pensatori, che scivolano nel vuoto e vengono velocemente scordate, anche se avrebbero un sacco di cose da dire, non solo ai contemporanei, ma ai posteri. Figure nobili e grandi, originali, profonde, che, se ascoltate e valorizzate, potrebbero imprimere un nuovo corso alla direzione di marcia della cultura, promettente di fecondi sviluppi. Quanto potrebbe imparare la società, quanto potrebbero avvantaggiarsi gli uomini, sia gl’intellettuali che le persone comuni, se quei messaggi venissero tramandati e diffusi con amore, come meritano; e quanto dovremmo essere loro grati, e ritenerci fortunati che simili uomini siano stati in mezzo a noi, abbiano camminato e vissuto fra noi, abbiano scritto e insegnato e pensato e diffuso attorno a loro i raggi di una luce ineffabile, limpida, serena, e un calore tale da scaldare i cuori e le anime intirizzite dal lungo inverno della modernità.

Pierto Mignosi, pensatore e letterato, ha attraversato il panorama della cultura italiana della prima metà del Novecento con la subitaneità e lo splendore d’una meteora; poi si è inabissato. Breve è stata la sua vita terrena: nato a Palermo, nel 1895, entrava nell’eternità, a Milano, nel 1937. Aveva fatto in tempo a partecipare, ventenne, alla Prima guerra mondiale; promosso sottotenente, era rimasto offeso dallo scoppio di una granata e ne aveva riportato lesioni alla vista e all’udito che lo avrebbero tormentato per tutto il resto della sua breve vita. Promosso capitano e decorato con una croce al merito, era poi tornato alla vita civile e si era sposato, nel 1918, con una compagna di università. Spirito contemplativo e riflessivo, un po’ malinconico, profondo, onesto, ma anche energico e battagliero, fiero sostenitore di numerose polemiche (con il filosofo Giovanni Gentile; con il prefetto Cesare Mori; coi cattolici della rivista Frontespizio; con Benedetto Croce a proposito di Pirandello; coi gesuiti de La Civiltà Cattolica e perfino con il padre Agostino Gemelli) partecipò non solo alla vita culturale, ma anche alla vita politica del suo tempo. Dopo aver aderito, fin da ragazzo, alla Gioventù Cattolica, si iscrisse al Partito Popolare di don Luigi Sturzo nel 1919 (anche in chiave meridionalista): logico approdo di un giovane che inizialmente era stato ammiratore dell’attualismo gentiliano, ma poi se n’era distaccato, trovando che l’idealismo è un filosofia vuota, astratta, incurante della vita veramentre nel pensiero cristiano, e specialmente tomista, vi sono tutte le risposte e una sicura prospettiva logica, etica ed estetica; poi si era gradualmente allontanato dal P.P.I., già dalla fine del 1921, e aveva aderito al fascismo nel 1923, prendendo anche la tessera del Partito.

Vuoi vedere che è stata proprio questa scelta della sua vita ad attirargli quelle tenaci antipatie che, dopo la morte prematura, sarebbero sfociate in una sorta di rimozione della sua memoria? A voler pensare male (al che, diceva Andreotti, si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre) c’è poi un secondo elemento che può rendere ragione dell’altrimenti inspiegabile silenzio calato sul ricordo di una personalità così ricca, così esuberante e su un ingegno così  originale come il suo. Spirito generoso, non solo Mignosi non esitava a lanciarsi nella sua battaglia ideale senza troppo preoccuparsi della prudenza e della (propria) convenienza, ma non esitò nemmeno a schierarsi apertamente per il tomismo e per una concezione tradizionale del cattolicesimo, saldamente ancorata ai valori perenni e al Magistero infallibile della Chiesa; il che gli procurò l’ostilità implacabile di teologi e cattolici i quali nutrivano, pur senza dichiararlo – loro, sì, usi a giocare d’astuzia e a non esporsi mai troppo – malcelate simpatie moderniste, e vedevano in lui un tipico rappresentante di quel mondo “vecchio”, di quel cattolicesimo “rigido” e conservatore, anche, di riflesso, sul piano politico, che tanto li faceva, e li fa tuttora, infuriare. Osserva infatti Pietro Vassallo che purtroppo l’attività di Mignosi fu ostacolata e molestata dalla presenza subdola e ostile di iniziati ai disgraziati misteri della massoneria e dalla sordida invidia dei clerico-modernisti.

Certo, questa è un’importante chiave di lettura per capire il “fenomeno Mignosi”, intendendo con tale espressione non la comparsa di un precoce genio filosofico e letterario, che, per quanto spettacolare, rientra nell’ordine naturale delle cose, ma l’innaturale occultamento del suo messaggio, delle sue idee, del suo pensiero, di tutto quel gigantesco sforzo di rinnovamento nella Tradizione che egli volle impersonare e audacemente portare avanti, in particolare quando fondò la rivista, significativa già dal titolo, La Tradizione, nel 1928 (dopo aver fondato, nel 1923, la Rivista del Sud ed essere stato direttore, nel 1924, di Nuovo Romanticismo).

Spiegando, agli altri ed a se stesso, il proprio itinerario culturale, politico e umano negli anni ’20, scriveva nel 1931 (parlando di sé in terza persona):

Qui non si tratta di un atteggiamento personale: è un po’ tutta la cultura spiritualista che rimane perplessa e piena di illusioni tra la fede in Cristo e la speranza nel Logo Concreto. Or la personale esperienza del Mignosi – vuol essere cattolico e beve nella coppa attualista, crede nella Chiesa e collabora a Rivoluzione liberale, a Bilychnis o ad Coscientia, – è un po’ indice di quello stato d’incertezza entusiastica che ha attraversato la nostra cultura volontariamente moderna. Quante e quante permeazioni idealistiche ci sarebbe da accertare in tutto il tessuto delle nostre organizzazioni culturali!» (Ragguaglio dell’attività culturale e letteraria dei cattolici in Italia, p. 401).

Quale è stata la grande “scoperta”, quale il grande merito di questo intellettuale schivo, atipico, dal carattere a volte difficile ma generoso, aperto, profondamente buono, e talmente ricco e versatile da suscitare lo stupore, non sempre cordiale, dei suoi colleghi? Semplificando al massimo, si potrebbe dire che è stata appunto la riscoperta della Tradizione, quindi della metafisica, quindi del pensiero logico e rigoroso, di un realismo che non si ferma ai fenomeni, di una capacità d’indagare e di penetrare l’essenza del reale oltre le apparenze visibili e materiali; in breve: un ritorno ad Aristotele e a San Tommaso, e naturalmente l’elaborazione ragionata e perfettamente coerente della critica alla modernità, anzi diciamo pure della scelta di campo contro la modernità, essendo la modernità il concentrato di ciò che avvelena, confonde e capovolge la lucida visione della vita e che allontana gli uomini dalla realtà di essa, facendoli smarrire in un dedalo di apparenze e di vuoti ed intellettualistici sofismi.

Pure, nella sua generosa capacità di andare oltre, di esplorare nuove prospettive, Mignosi, non che rinchiudersi a riccio come un tradizionalista statico e ottuso, come un semplice custode di cose passate, seppe spingersi innanzi più lontano di tanti presunti progressisti, per scoprire il mistero d’amore che si nasconde a volte dietro enigmatiche e scostanti apparenze. Tipica, in questo senso, la sua rivalutazione in chiave religiosa dell’opera di Pirandello, sulla quale scrisse un libro che suscitò polemiche, ma che gli valse un sincero e commosso apprezzamento da parte di Pirandello stesso, il quale gli confessò che lui aveva toccato la parte più intima e profonda della sua opera, che scaturiva dall’oscura consapevolezza di essere solo un tramite, uno strumento nelle mani di Qualcuno (e il maiuscolo è dell’autore di Uno, nessuno e centomila) che voleva parlare agli uomini per mezzo suo. E dunque, in contrasto con la critica crociana e in genere con la cultura idealista, fatta di rigidi schematismi e antinomie, come quella di poesia e non poesia, Mignosi pervenne a una concezione dell’arte profondamente originale, anche se in ultima analisi, anch’essa “tradizionale”, nel senso di neoromantica: l’arte, per lui, era, come la filosofia, l’espressione di una forza capace di penetrare sino al cuore delle cose, tralasciando le apparenze e cogliendo la totalità dell’essere. Viene in mente,  a questo proposito, la nota affermazione del grande pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich: La sola sorgente dell’arte è il nostro cuore. L’arte, dunque, come mezzo per uscire dal soggettivismo dell’io e cogliere le cose in se stesse, stabilendo una relazione con l’oggetto e spalancando nuovi orizzonti esistenziali; un’arte pertanto profondamente etica, che si contrappone all’arte “disimpegnata” la quale si disinteressa dell’uomo concreto e  non si preoccupa d’altro che di coltivare se stessa e cogliere effimere sensazioni di bellezza, restando prigioniera, in ultima analisi, d’un solipsismo narcisista.

La verità è esigente: o tutta, o niente. E così deve regolarsi anche la speculazione filosofica: o riesce a cogliere tutto il reale, che corrisponde al vero; oppure, fermandosi al lato esteriore del reale, rischia di essere fuori dal vero. Ogni cosa infatti è vera solo se colta nella sua totalità, mai nelle singole parti!

Cattolico impegnato; fondatore dello Studio palermitano presieduto dal cardinale Lavitrano, che doveva essere, nelle sue intenzioni, la prima pietra di un’università cattolica della Sicilia; docente in varie scuole superiori dell’isola, fra i quali Caltanissetta, indi per diversi anni a Palermo, da ultimo  a Milano, ove insegnò filosofia all’Istituto Magistrale Tenca ed ebbe un incarico alla Cattolica; e dove si concluse la sua vicenda terrena, lasciando un vivo rimpianto fra quanti l’avevano conosciuto e avuto per amico.

Così lo ricorda Maria Elena Mignosi Picone in un articolo del già citato Piero Vassallo(https://www.ricognizioni.it/memoria-di-uno-scrittore-imbarazzante-pietro-mignosi-filosofo-poeta-di-piero-vassallo/):

Semplice,  profondo, incline alla vita interiore, un po’ malinconico. Ma non triste, né complicato, anzi era compassionevole e pronto a venire incontro ai poveri ai deboli e agli oppressi. Amava gli ultimi. Li sapeva comprendere. I peccatori. Non usava critica o condanna verso di loro ma compassione. Senza perciò essere debole. Non era debole. Tutt’altro. Aveva un carattere forte. Era fermo, energico, fino ad essere polemico e battagliero – Difendeva con vigore le sue idee, che badava bene fossero sempre conformi alla parola di Dio. Era profondamente religioso. Di una religione vissuta innanzi tutto, e poi limpida, autentica, genuina.

Incredibile dictu, questo pensatore e letterato che tante inimicizie si è guadagnato negli ambienti modernisti annidati dentro la cultura cattolica, a un certo punto si è visto puntare l’indice contro dai gesuiti, proprio con l’accusa di tendenze fideistiche e perciò, in qualche modo, moderniste: e ciò senza dubbio in riferimento alle prime opere uscite dalla sua penna (più di cinquanta, in una vita così breve!), nelle quali il distacco dalle giovanili simpatie per l’idealismo gentiliano non si era ancora interamente consumato. Ma quando La Civiltà Cattolica lo attaccò, per mano di padre Busnelli, era il 1928, e dunque tale fase era ormai del tutto superata: sicché l’attacco parve, ed era, non solamente ingeneroso ma anche incomprensibile, a meno che dietro di esso ci fossero delle ragioni inconfessabili.

In ogni caso, Mignosi rispose da par suo, punto sul vivo da una critica che sentiva di non meritare, e tuttavia sempre pronto a fare atto di obbedienza a quella Chiesa che tanto amava e rispettava come una madre (cit. in Enzo Di Natali, Pietro Mignosi, l’intellettuale che sfidò Giovanni Gentile in pieno fascismo, in: Oltre il muro. Rivista quadrimestrale di letteratura e teologia, Agrigento, n. 1° gennaio 2008, p. 21):

Mi si tirino le orecchie, se sbaglio: e si stia sicuri che per amore della salvezza dell’anima mia sono disposto non solo a bruciare i miei libri ma anche la mia laurea in filosofia, se occorre. Ma se c’è motivo che si dica che io mi sono conquistato, attraverso sconfitte e rinunzie, il mio posto al sole della verità; se, per amore di Cristo e del prossimo, bisognerà riconoscere che io merito il nome di credente e non quello di reprobo, per i padri della “Civiltà cattolica” non resta che una sola strada, un solo dovere, che sta al di sopra di loro e di me: non dire soltanto che io ho sbagliato, ma aggiungere che io mi sono corretto o, almeno, che ho cercato con tutte le mie forze e le mie risorse di correggermi; dire, insomma, non la verità, ma tutta la verità.

C’è, a ben guardare, in queste parole fiere e oneste, il riflesso di un’idea filosofica tipica di Mignosi, da noi già discussa nel precedente articolo La realtà esiste, la verità è (pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10/03/22), e cioè che altro è il vero, altro è tutto il vero: perché se non si coglie il vero nella sua interezza, nella sua totalità, non lo si coglie affatto. Una mezza verità, in un certo senso, è peggio d’una menzogna, perché possiede una certa credibilità per quella parte di vero che esprime, ma inganna e fuorvia radicalmente a causa della parte di verità che non dice. La verità è esigente: o tutta, o niente. E così deve regolarsi anche la speculazione filosofica: o riesce a cogliere tutto il reale, che corrisponde al vero; oppure, fermandosi al lato esteriore del reale, rischia di essere fuori dal vero. Ogni cosa infatti è vera solo se colta nella sua totalità, mai nelle singole parti.

Vedi anche:

   La realtà esiste, la verità è – LA REALTA’ ESISTE, LA VERITA’ E’

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 12 Marzo 2022 

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