venerdì, 20 Maggio 2022
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«Il mio amico Preziosi mi disse…» di Francesco Lamendola

Le profezie di quel nome “impronunciabile”? La “damnatio memoriae” non è mai stata abrogata per gli uomini del fascismo, a cominciare da Mussolini e proseguendo coi suoi maggiori collaboratori di Francesco Lamendola  

Difficile, difficilissimo, parlare di Giovanni Preziosi ai nostri giorni, benché siano ormai passati settantasette anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla sua morte, e un secolo giusto dalla Marcia su Roma e dall’andata del fascismo al potere. In generale, la damnatio memoriae non è mai stata abrogata per gli uomini di quel regime, a cominciare da Mussolini e proseguendo coi suoi principali collaboratori: è di questi giorni la notizia che il nome di Italo Balbo verrà rimosso da tutti gli aerei di Stato, nonostante i meriti di quel gerarca nei confronti della nostra Aviazione, per non parlare delle due audacissime trasvolate atlantiche da lui effettuate. Ma se c’è un nome che non si è mai potuto fare; un nome che equivale al concentrato di tutto ciò che la vulgata resistenziale e antifascista aborrisce e detesta; un nome che suona come una sfida, una provocazione, e che nessuno può fare senza accompagnarlo ad ogni sorta d’improperi e maledizioni è quello di Giovanni Preziosi. Le ragioni sono ben note, essendo egli stato il principale fautore della linea antisemita del regime, specie nei suoi ultimi anni. Veramente è alquanto riduttivo identificare Preziosi con l’antisemitismo più estremista sic et simpliciter: il battagliero ex sacerdote è stato il simbolo di molte cose, ad esempio della lotta aperta contro la massoneria, e per molti anni ha impersonato l’esigenza moralizzatrice dell’Italia del tempo, lanciando violente campagne di stampa per denunciare la corruzione ovunque annidata nelle pubbliche amministrazioni. È stato anche un giornalista di tutto rispetto, un uomo di vaste letture e di ricche esperienze,  non solo in Italia ma anche fuori: uno dei pochi uomini di spicco del fascismo che, anche per aver soggiornato alcuni mesi nella Germania imperiale, aveva acquisito una visione internazionale dei problemi politici e non angustamente provinciale. Uomo colto, laureato in Filosofia, sacerdote e missionario mancato (perse la vocazione e lasciò la tonaca nel 1911), buon conoscitore dei problemi degli emigranti italiani e più in generale delle questioni economiche, era in tutti i sensi un outsider: aveva pochi amici, se ne stava appartato ed era considerato un uomo dal carattere difficile, intransigente nei giudizi e implacabile nelle sue battaglie, come quella contro la Banca Commerciale Italiana; non cercò onori e posti ben remunerati, ma rimase sempre, a sua modo, un idealista, un puro. La sua stessa morte, gettandosi dalla finestra abbracciato alla moglie, dimostra che non era un uomo per tutte le stagioni, come la maggior parte dei gerarchi e dei funzionari del Partito: preferì morire che sopravvivere al crollo di tutte le sue speranze in una resurrezione dell’Italia, quale  l’aveva sognata (insieme ad alcuni milioni di italiani, che però nel 1945 giurarono di non aver mai avuto simili sogni: ma questo è un altro discorso).

Dunque, un nome impronunciabile, il suo, dopo il 1945. Noi veramente l’abbiamo ricordato per aver scritto una pagina davvero profetica sul destino della Terra Santa quale meta del sionismo (cfr. Una pagina al giorno: La Palestina sarà una terra di sangue, di Giovanni Preziosi, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 25/08/09 e ripubblicato sul sto dell’Accademia Nuova Italia il 18/01/18), ma vogliamo ricordarlo ancora per un’altra profezia che, giudicata con il senno del poi, pare quasi scontata, mentre quando venne pronunciata, ossia prima del 25 luglio 1943, denota in lui un lucido giudizio di quale stoffa fossero fatti gli uomini che avevano servito Mussolini fino a quel momento e da lui avevano ricevuto immensi benefici, come nel caso del maresciallo Pietro Badoglio, il maggior responsabile delle Forze Armate quando l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale, e quindi il maggior responsabile della pessima condotta strategica della nostra guerra, nonché della disfatta finale (lui, massone di alto grado, legato da mille fili alla massoneria anglosassone: vi ricorda niente una simile situazione, trasportata nell’Italia nei nostri giorni?). Uomini che si accingevano a tradirlo, e a tradire l’intero Paese pur di dissociare le proprie sorti da quelle del regime morente, se pure non avevano cominciato a  tradire fin dal 10 giugno del 1940, se non da prima ancora: tale era la loro smania di salvare la pelle e magari anche le ricche proprietà che avevano accumulato, sfruttando l’ingenuità di un dittatore che non era veramente tale, che si fidava troppo di loro e che, invece di prevenirli con la durezza spietata di un Hitler o uno Stalin, permise loro di tramare sfacciatamente sino all’ultimo, vanificando i sacrifici fatti dal popolo e dall’esercito in tre anni di guerra e pugnalando alla schiena i valorosi soldati, aviatori e marinai che ancora nell’estate del 1943 si battevano con indomito coraggio in condizioni di disperata inferiorità contro un nemico senza scrupoli, che bombardava a tappeto le città indifese e mitragliava da bassa quota, per pura malvagità, i civili in fuga, e si apprestava a conquistare l’Italia passo a passo, macchiandosi di stupri e violenze d’ogni tipo.

Dunque, nel giugno del 1943, qualche settimana prima della fatale riunione del Gran Consiglio del Fascismo, con la quale il regime si sarebbe praticamente suicidato, Preziosi disse alcune cose molto interessanti ed espresse alcuni giudizi molto acuti, parlando con il fascista di sinistra Bruno Spampanato, anch’egli grintoso giornalista, oltre che sindacalista e massimo fautore del corporativismo, il quale ha riportato quel colloquio nel suo Contromemoriale (Roma, Centro Editoriale Nazionale, vol. 1, 1974, pp. 202-206):

«Mussolini avrebbe dovuto agire in tempo», mi diceva Preziosi. Al partito c’era già il nuovo segretario Scorza, e Preziosi pensava che quella fosse stata la scelta meno felice del Duce. Diceva Preziosi: «Il partito è diventato un’altra cosa. Il partito non ha più in pugno la situazione, il partito è una burocrazia con molto marmo e molto alluminio  nelle sedi ma senza più sensibilità negli organi. Quest’Italia asciuga tutto. Ha consumato anche il partito…»

Giovanni Preziosi dirigeva la “Vita Italiana”, una rivista politica particolarmente temibile  più che per gli oppositori per molti personaggi del regime.  La logica di questo polemista era fredda, di una violenza tutta cerebrale, che nemmeno si curava di nascondere. Lo consideravano il più pericoloso archivio della politica italiana. Aveva schedato migliaia di nomi con le loro passate attività, e ne seguiva minutamente le mosse politiche.  Una sera mi fece far tardi a guardare le sue cartelle. La sua campagna d’intransigenza era cominciata col regime vent’anni prima, e lui la chiuderà a Nord,  dopo il crollo. Si ucciderà, con la moglie.

Preziosi era inquieto. Aveva la sensazione di avvenimenti prossimi e irreparabili, sentiva che non bastava  più scrivere per contrastare il pericolo, per avvertirne i fascisti.

Mi dice: «Sono moltissimi quelli ancora fedeli a Mussolini; ma questa gente sentimentale e onesta conta meno che niente.  Chi conta sono i traditori, i profittatori, che stanno ai posti di comando. Loro si butteranno a mare per primi. Non penseranno che a salvarsi. Questo nel caso migliore.  Ma c’è anche qualcuno che tenterà di far saltare la baracca piuttosto che restarci sotto. Io ho avvertito Mussolini di quel che s’intriga di quello che si complotta».

Dice ancora Preziosi: «Troppa gente si vede. Che stanno preparando Grandi, Bottai, Federzoni? Che fa Ciano alla Santa Sede? Gli han tolto gli Esteri ma gli han dato modo di accostarsi con l’estero. Acquarone è il ministro della Real Casa. Quand’è che i ministri della Casa Reale  hanno fatto politica? I generali che vanno da Badoglio non giocano a bridge. Ho avvertito Mussolini, gli ho dato i nomi. Mussolini risponde ogni volta  che questi signori sono troppo bruciati col regime per  tradirlo» Preziosi ha il chiodo fisso di Acquarone. Quest’ex ufficiale di cavalleria, riuscito con un matrimonio fortunato a manovrare i miliardi dei più grossi appaltatori di esattorie, era diventato il centro di una fitta  rete di intrighi. Gli era stato concesso tutto nel regine, conte, duca, senatore del Regno, ma non gli bastava. Con una curiosa mentalità balcanica credeva di poter fare la politica dello Stato come ministro di Palazzo. E detestava un regime ingombrante e il suo capo.

Lavoravano per Acquarone generali e uomini politici. E Preziosi dice che li sa, e che presto i saprà tutti. Gli sento fare anche i nomi di Casati, un funereo personaggio che era stato ministro anche col Governo di Mussolini. Un altro nome mi fa, quello di Bonomi. «Guarda che scriveva nel ’24…» e mi mette sotto gli occhi un libro di Ivanoe Bonomi uscito con l’editore Formiggini appunto nel ‘24.

[segue una lunga citazione del libro, nel quale l’autore esalta il fascismo come forza provvidenziale, ricca di vitalità ed entusiasmo, che ha preservato l’Italia dalla minaccia comunista e ha consentito il ripristino dell’ordine nel lavoro e nella produzione.]

Bonomi, dopo quel libro, si presentò nella lista fascista. Ma quando gli anglo-americani occuperanno Roma, il successore di Badoglio sarà lui, Bonomi: e le spietate leggi contro i fascisti, contro quei fascisti del suo libro, porteranno la sua firma.

Preziosi non solo di Bonomi mi parla ma di altri lasciati tranquilli per vent’anni, e che si farebbero avanti adesso che va male. Si sente il nome di Croce. Dico a Preziosi che mi sembra impossibile. Croce ha avuto ogni cortesia dal regime, il prefetto di Napoli gli ha dato i camion per portarsi via la sua grande biblioteca in pericolo per i bombardamenti, Mussolini gli ha sempre fatto uscire la “Critica”. Hanno chiuso gli occhi sul suo salotto dove chiunque andava a prendere patenti di filosofia e di antifascismo, perfino i ragazzini del liceo, i giornalisti falliti e gli accorda stiri di pianoforte. Si sa che a Napoli nel vecchio palazzo alla Via Trinità Maggiore dove abita il filosofo, sbarca il meglio degli intellettuali italiani. Si leva o il “distintivo” per le scale. Gente che va e viene, e adesso con la guerra ne viene di più ma il questore ha ordinato di lasciar fare. È questo, per Croce, il modo di dir grazie? E che sene faranno poi, a Roma di Croce? A Napoli poteva ancora servire per portarlo innanzi alla processione, come “santo Mamozio”.

Anche Orlando, ci dice Preziosi. Orlando a Versailles mollò in pieno la vittoria italiana, nel ’19. Ora, a più di vent’anni, che altro può mollare? Ma che possono mollare al nemico (che poi è l’alleato del ’19) questi italiani che s’erano accomodati col regime, o sembrava: e invece hanno aspettato pazientissimi dall’anno I all’anno XXI, per togliersi la polvere di dosso? Che cosa se non la testa di Mussolini? Sforza gliela offre da vent’anni anche se Mussolini gli faceva mandare lo stipendio.

Preziosi prese allora a parlare dei fuorusciti. Era riuscito ad avere nomi e cifre di certi assegni passati discretamente attraverso l’ambasciata di Parigi o addirittura tramite l’OVRA. «Sai che ti dico? Quelli che lui paga fuori si metteranno d’accordo con questi che paga dentro. Saranno fascisti e antifascisti che cercheranno di dargli addosso. Tu vedrai…».

Come si vede, se c’era un italiano che aveva gli occhi aperti e il cervello ben funzionante, in quei mesi drammatici che precedettero non solo la caduta del fascismo, ma la fine dell’Italia come Stato sovrano e indipendente, e naturalmente di tutte le sue legittime ambizioni, era Giovanni Preziosi: uno dei non molti uomini del regime che fosse onesto e intelligente al tempo stesso. Qui non intendiamo tentare una sua riabilitazione per quegli aspetti nei quali può aver sbagliato, ecceduto, ed essersi assunto gravi responsabilità sul piano morale; ma è significativo che egli sia stato, insieme Roberto Farinacci, al quale in più occasioni si appoggiava, il nemico più intransigente della massoneria. E si veda come sia lui che Farinacci sono finiti, e come è finito lo stesso Benito Mussolini, l’unico statista italiano che ebbe il fegato di colpire la massoneria al cuore, nel 1925, mettendola fuori legge; e come invece se la sono cavata, vite e beni, i supermassoni come Grandi, Badoglio e lo stesso Vittorio Emanuele III, il re che per vent’anni e più aveva firmato ogni legge fascista e che dal fascismo aveva ricevuto un paio di corone oltre a quella che già portava in testa, quale d’imperatore di Etiopia e re d’Albania.

Che dire? La storia del fascismo sarebbe da riscrivere sia sul versante interno, cioè degli uomini che lo servirono e su ciò che realmente fecero, fatta la tara alle chiacchiere e alla propaganda del fascismo e poi dell’antifascismo, che non costava e non costa nulla, ma riempiva e riempie le pagine dei giornali; sia sul versante esterno, nelle relazioni ambigue, sotterranee, perlopiù massoniche, che il regime ebbe con gli esponenti dell’antifascismo e soprattutto coi governi stranieri che si erano posto fin d’allora l’obiettivo della distruzione non solo e non tanto del regime fascista, ma dell’Italia quale potenza in ascesa e temibile concorrente sul piano commerciale, industriale e coloniale, per non parlare di quello ideologico e culturale (si pensi al prestigio di cui godeva allora l’Italia in molti Paesi d’Europa e fuori d’Europa, in particolare nel mondo islamico). Con Preziosi i vincitori, che da sempre scrivono o riscrivono la storia, hanno scelto la strada più facile: la demonizzazione tout-court, ignorando ogni altro aspetto della sua personalità e la sua opera che non sia l’antisemitismo, e insistendo in maniera caricaturale sugli aspetti pittoreschi e le chiacchiere da pollaio, ad esempio la nomea di iettatore che lo accompagnava. Antisemita e pure iettatore: che altro c’è da dire? Al rogo…

Vedi anche: 

Una pagina al giorno: La Palestina sarà una terra di sangue, di Giovanni Preziosi – PALESTINA E GIOVANNI PREZIOSI 

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 20 Marzo 2022

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