mercoledì, 25 Maggio 2022
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Tornare a Tommaso per ritrovare equilibrio e ordine di Francesco Lamendola

Per l’uomo moderno è diventato tutto difficile: il paradosso è che è divenuto un problema a se stesso. Dobbiamo ritrovare la direzione giusta, riscoprire le verità essenziali di Francesco Lamendola

L’uomo moderno è malato, intimamente malato: in lui si è prodotta una scissione che lo rende angustiato, triste, disperato. Hegel parlava di coscienza infelice, ma scambiava l’effetto per la causa. La coscienza infelice non è la causa, ma l’effetto dell’infelicità dell’uomo moderno. Per Hegel, essa deriva dalla consapevolezza della lacerazione tra il finito e l’infinto: il finito è qui, ora, ma è labile, elusivo, caduco; l’infinito è lassù, oltre, sempre oltre. Bella scoperta: non ci vuole un gran filosofo per fare tale constatazione; ciò che conta è capire da che cosa deriva l’infelicità della coscienza. L’uomo è creatura, sì o no? Sì, poiché non si è dato l’esistenza da se stesso: dunque non è creatore. Ora, se l’uomo è creatura, deve accettare il fatto di vivere in un modo labile, elusivo, caduco; deve accettare la propria mortalità. Ma l’idea della propria morte è inaccettabile, obietterà qualcuno. Rispondiamo: è inaccettabile se per costui la morte è la fine di tutto, una porta che si chiude per sempre. Ma l’idea del cristianesimo, criticata da Hegel, non è affatto questa: al contrario, è l’idea che la morte è una porta che si apre sull’infinito. Dunque l’infelicità non proviene dal fatto che siamo mortali, ma dal fatto che non sappiamo accettare la nostra condizione creaturale, che ci vede mortali. Quanto all’assoluto, cioè – per usare l’espressione hegeliana – alla nostra coscienza immutevole, essa è “oltre”, certo, ma solo relativamente alla coscienza mutevole di quaggiù: perché l’assoluto è la destinazione finale dell’uomo. In questo senso, l’uomo moderno ha perso la felicità perché ha preteso di porre se stesso, quaggiù, come un assoluto; e dopo aver rifiutato il proprio statuto ontologico, si è sentito defraudato di una infinità e un’assolutezza che vorrebbe, ma non appartengono alla dimensione del finito. In altre parole, l’uomo moderno si è reso infelice da se stesso, con le proprie mani: non si tratta di un destino e tanto meno del decreto d’un Dio geloso. I nostri nonni non erano infelici, perché accettavano la vita e la morte, e perché confidavano che oltre la morte c’è la vita eterna.

Per l’uomo moderno è diventato tutto difficile: si può anzi dire, ed è solo in apparenza un paradosso, che l’uomo è divenuto un problema a se stesso. Infatti ci sono mobilitazioni in favore delle balene, delle tigri, degli orsi bianchi, delle foreste pluviali e del clima; ma non c’è una mobilitazione a favore della vita umana. Al contrario: una serie di teorie e di pratiche che sono contrarie alla vita, come l’aborto e l’eutanasia, sono entrate nel patrimonio intellettuale comune e sono viste da un grandissimo numero di persone come conquiste di auto-determinazione o, se si preferisce, “di civiltà”. Quanto più tali pratiche sono diffuse e “normali”, tanto più quella data società e considerata progredita e illuminata. Il risultato è che il calo demografico, indice sicuro del declino di una civiltà, è accompagnato da una confusione morale pressoché totale: ciascuno va a tentoni come un ubriaco e una quantità di falsi maestri, o di cattivi maestri, di maestri satanici, arringano le masse e le sospingono nelle direzioni più disparate fuorché in quella giusta. La direzione giusta, per l’uomo, è quella che lo rende amico di se stesso; che gli consente di puntare a realizzare le sue potenzialità più alte e più nobili; che lo introduce all’amicizia con Dio e gli permette di rappacificarsi con l’idea della propria fragilità e, perciò, della propria mortalità, che, diversamente, è vissuta come una beffa o peggio, come un oltraggio alla sua libertà e alla sua dignità. È intuitivo pertanto che, per uscire dalla palude fangosa nella quale si è impantanato da se stesso, seguendo strade sbagliate e modelli sbagliati, e cioè facendosi condurre da ciechi ancora più ciechi di lui, e mettendo sul piedistallo dei falsi maestri, che tutto hanno fatto fuorché trasmettergli anche solo il desiderio di cercare e seguire la via giusta, egli deve recuperare le verità essenziali che appartengono alla sua natura. E che per fare questo ha bisogno di trovare la guida disinteressata delle anime elette e delle menti migliori, perché da sé, con le sue sole forze, ora come ora, l’uomo comune non è assolutamente in grado di farlo, né ha la minima speranza di riuscirvi. È troppo appesantito da false credenze e da timori e illusioni che denotano la sua profonda ignoranza, la sua totale mancanza di consapevolezza. Dunque, in tema di buoni maestri e di guide sicure, l’uomo moderno ha bisogno di pensatori come san Tommaso d’Aquino, come Aristotele, e non certo dei professorini di filosofia contemporanei che si spacciano per filosofi, ma ai quali manca la qualità essenziale per essere tali, cioè l’ampiezza e l’originalità del pensare e l’assoluta libertà dai ricatti e dai condizionamento della cultura dominante. La cultura dominante è stata creata dai nemici dell’uomo: anime perse che si sono votate al servizio del diavolo e che stanno facendo il loro brutto mestiere di portare le masse ancor più lontane dal vero, ancor più lontane da Dio, e di essere ancor più nemiche di se stesse, di quanto già non lo sono. In Tommaso d’Aquino si trova invece la statura e la potenza del vero pensatore, la cui ragione è illuminata dalla fede, e che quindi dispone di quella cosa in più, che viene dall’Alto e non è un prodotto dell’uomo, grazie alla quale può rivolgere la ragione nella direzione giusta e la volontà verso il voler fare le cose giuste. Quelle che lo rendono più umano e non quelle, come vorrebbe ora il potere satanico che ha scatenato il colpo di stato mondiale, che lo rendono sempre più disumano.

Scriveva con lucidità profetica Leone XIII nella lettera enciclica Aeterni Patris del 4 agosto 1879:

Se qualcuno medita sull’acerbità dei nostri tempi e comprende bene la ragione di ciò che in pubblico e in privato si va operando, scoprirà certamente che la vera causa dei mali che ci affliggono e di quelli che ci sovrastano è riposta nelle prave dottrine, che intorno alle cose divine ed umane uscirono dapprima dalle scuole dei filosofi, e si insinuarono poi in tutti gli ordini della società, accolte con il generale consenso di moltissimi. Infatti, essendo insito da natura nell’uomo che egli nell’operare segua la ragione, se l’intelletto pecca in qualche cosa, facilmente fallisce anche la volontà; così accade che le erronee opinioni, le quali hanno sede nell’intelletto, influiscano nelle azioni umane e le pervertano. Al contrario, se la mente degli uomini sarà sana e poggerà sopra solidi e veri principi, allora frutterà sicuramente larga copia di benefici a vantaggio pubblico e privato. Noi certamente non attribuiamo alla filosofia umana tanta forza e tanta autorità fino a stimare che essa sia in grado di tenere lontani e sterminare tutti gli errori; infatti come, quando fu da principio stabilita la religione cristiana, toccò in sorte al mondo di essere ridonato alla primitiva dignità per l’ammirabile lume della fede, diffuso “non con le parole persuasive della umana sapienza, ma con la dimostrazione dello spirito e delle virtù” (1Cor 2,4), così anche al presente si deve aspettare innanzi tutto dall’onnipotente virtù e dall’aiuto divino che le menti dei mortali, sgombrate le tenebre degli errori, rinsaviscano. Ma non sono da disprezzare, né da trascurare gli aiuti naturali benignamente somministrati all’uomo dalla divina sapienza, la quale con efficacia e soavità dispone di tutte le cose: fra tali aiuti è certamente principale il retto uso della filosofia. (…)

Infine, alla filosofia compete difendere con ogni diligenza le divine verità rivelate, e opporsi a coloro che ardiscono contrastarle. Pertanto torna a gran vanto della filosofia essere considerata baluardo della fede e sicuro bastione della religione. “La dottrina del Salvatore, come attesta Clemente Alessandrino, è certamente perfetta in sé, e non è bisognosa di alcun aiuto essendo virtù e sapienza di Dio. La filosofia greca, unendosi ad essa, non rende più potente la verità, ma indebolisce le argomentazioni dei sofisti contro di lei e respinge le ingannevoli insidie tese contro la verità: pertanto fu detta siepe della vigna e trincea nel bisogno” (…)

Per la verità, sopra tutti i Dottori Scolastici, emerge come duce e maestro San Tommaso d’Aquino, il quale, come avverte il cardinale Gaetano, “perché tenne in somma venerazione gli antichi sacri dottori, per questo ebbe in sorte, in certo qual modo, l’intelligenza di tutti” . Le loro dottrine, come membra dello stesso corpo sparse qua e là, raccolse Tommaso e ne compose un tutto; le dispose con ordine meraviglioso, e le accrebbe con grandi aggiunte, così da meritare di essere stimato singolare presidio ed onore della Chiesa Cattolica. Egli, d’ingegno docile ed acuto, di memoria facile e tenace, di vita integerrima, amante unicamente della verità, ricchissimo della divina e della umana scienza a guisa di sole riscaldò il mondo con il calore delle sue virtù, e lo riempì dello splendore della sua dottrina. Non esiste settore della filosofia che egli non abbia acutamente e solidamente trattato, perché egli disputò delle leggi della dialettica, di Dio e delle sostanze incorporee, dell’uomo e delle altre cose sensibili, degli atti umani e dei loro principi, in modo che in lui non rimane da desiderare né una copiosa messe di questioni, né un conveniente ordinamento di parti, né un metodo eccellente di procedere, né una fermezza di principi o una forza di argomenti, né una limpidezza o proprietà del dire, né facilità di spiegare qualunque più astrusa materia. A questo si aggiunge ancora che l’angelico Dottore speculò le conclusioni filosofiche nelle intime ragioni delle cose e nei principi universalissimi, che nel loro seno racchiudono i semi di verità pressoché infinite, e che a tempo opportuno sarebbero poi stati fatti germogliare con abbondantissimo frutto dai successivi maestri. Avendo adoperato tale modo di filosofare anche nel confutare gli errori, egli ottenne così di avere debellato da solo tutti gli errori dei tempi passati e di avere fornito potentissime armi per mettere in rotta coloro che con perpetuo avvicendarsi sarebbero sorti dopo di lui. Inoltre egli distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l’una e l’altra in amichevole consorzio, di ambedue conservò interi i diritti, e intatta la dignità, in modo che la ragione, portata al sommo della sua grandezza sulle ali di San Tommaso, quasi dispera di salire più alto; e la fede difficilmente può ripromettersi dalla ragione aiuti maggiori e più potenti di quelli che ormai ha ottenuto grazie a San Tommaso.

E il grande filosofo tedesco Josef Pieper (Rheine, 4 maggio 1904-Münster, 6 novembre 1997), una delle colonne portanti del neotomismo del XX secolo, a proposito dell’importanza del pensiero di san Tommaso d’Aquino e della ricchezza del suo messaggio,  vivificato da quello di Aristotele, osserva in Che cosa significa filosofare? (a cura di Franco Bosio, Edizioni Scolastiche Pàtron, Bologna, 1971, pp. 39-40):

Tommaso d’Aquino, nel suo “Commento alla Metafisica di Aristotele” (1,3): «il filosofo si accomuna al poeta, poiché tutti e due hanno a che fare con il “mirandum”, ciò che stupisce, che desta stupire, che è meraviglioso». Questa affermazione che non è tanto facile da cogliere in profondità, ha tanto più valore quanto più sia Aristotele, sia Tommaso, sono peraltro due menti dal freddo rigore, tutt’altro che inclini alla confusione romantica dei due domini. Il comune rivolgimento al “mirandum” (il “mirandum” non si mostra nel mondo del lavoro!), la comune potenza di trascendimento è ciò per cui l’atto del filosofare è parente dell’atto poetico, ben più vicino e più strettamente congiunto delle scienze esatte. (…)

La coappartenenza è così valida, che, dovunque anche UNO SOLO dei membri della relazione vien negato, neanche gli altri possono fiorire ed espandersi, così che tutte queste forme e figure di oltrepassamento si disseccano in un totalmente livellato mondo di lavoratività (o per meglio dire, POTREBBERO disseccarsi, se fosse possibile distruggere interamente la natura umana): dove lo spirito religioso non può crescere, dove lo spirito musicale non trova luogo per diffondersi dove lo scuotimento dell’esistenza nella morte e nell’Eros viene appiattito e reso banale e la sua profondità è occultata, là neppure il filosofare e la filosofia possono fiorire. Ma ben peggiore dell’ammutolire e dello spegnersi di queste cose è la loro perversione in forme sfigurate; e ci sono tali pseudo-realizzazioni di questi comportamenti che infrangono l’involucro dell’esistenza quotidiana solo in apparenza. C’è per esempio un modo di pregare che non trascende affatto “questo” mondo, e in cui si cerca piuttosto di attirare il divino negli elementi della concatenazione funzionale del mondo della prassi quotidiana. C’è uno stravolgimento della religione in magia: non dedizione al divino, ma tentativo di impadronirsi di esso e di renderlo disponibile; c’è uno stravolgimento della preghiera in una pratica che riconduce la vita nella sua prigionia abituale.

San Tommaso ci mostra la strada da cui cominciare per uscire dalla palude: ritrovare il senso del bello, la capacità di ammirare l’arte e tutto ciò che esprime ordine, armonia, proporzione, stile, misura. Aristotele dice che il filosofo, con lo strumento della ragione, fa la stessa cosa: cerca il vero, partendo dallo stupore per il grande e affascinante mistero che è sotteso alle cose. Chi non prova il senso del mistero non è umano. E noi di questo abbiamo bisogno: di ritrovare noi stessi, perché ci eravamo persi. Possiamo riuscirci con l’aiuto della grazia divina, della ragione e della bellezza.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 17 Marzo 2022

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