mercoledì, 25 Maggio 2022
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Gli aumenti dell’Europa e della guerra di Michele Rallo

Questi sono gli aumenti dell’Europa. Quelli della guerra devono ancora arrivare. Le opinioni eretiche di Michele Rallo

Il malcontento popolare cresce a vista d’occhio, man mano che arrivano nelle case le bollette di luce e gas con cifre da capogiro, man mano che gli alimentari e tutte le altre merci subiscono rincari pesanti, man mano che le piccole imprese chiudono e licenziano. Ma non crediate che sia soltanto questo il conto da pagare. Sono soltanto i primi aumenti delle bollette, i primi rincari, le prime chiusure, i primi licenziamenti. Le grandi industrie reggono ancóra, la grande distribuzione funziona ancóra (a patto che gli autotrasportatori abbiano il carburante a prezzi sopportabili). Siamo soltanto all’inizio, anche se la gente non lo capisce, e pensa che tutto dipenda dalla guerra e dall’atteggiamento ringhioso del nostro governo contro la Russia. Non é cosí: troppo presto per avvertire i contraccolpi dell’ultr’atlantismo di Draghi e compagni.

Qualcuno attribuisce la colpa anche ai rincari delle materie prime. Ma neanche questo serve a spiegare l’inspiegabile. Ne volete una prova? Nel 2008 il petrolio era a 147 dollari al barile, e noi pagavamo la benzina a 1,38 € al litro. Oggi il petrolio costa sensibilmente meno (139 dollari), ma noi la benzina la paghiamo molto, ma molto di piú: 2,20 euro, ma si prevedono a breve ulteriori aumenti. Peraltro, fino ad oggi il flusso del gas russo verso l’Italia é rimasto esattamente quello di prima; e speriamo che continui cosí.

Ma torniamo alla guerra. Gli effetti del nostro stupido bellicismo devono ancora arrivare. Quelli che avvertiamo oggi sono, invece, gli effetti della strategia manicomiale dell’Unione Europea, di un PNRR che dilapida i soldi nelle “transizioni” che piacciono ai mercati, e dell’adesione silente e mansueta del governo italiano alle direttive e alle riforme “che l’Europa ci chiede”.

Forse i lettori ricorderanno quanto affermato nel pezzo apparso su queste pagine il 7 gennaio scorso, ben prima dell’inizio della guerra all’est. Si intitolava “Draghi: il disastro prossimo venturo” e conteneva alcune riflessioni che, in piccola parte, ripropongo qui appresso: «Forse é pure il cominciare a palesarsi del profilo autentico del personaggio, quello di un grosso banchiere di scuola anglosassone, in linea perfetta con il sentire dei “mercati” e con i desiderata dell’alta finanza internazionale: immigrazione massiccia, privatizzazione di quel poco di “pubblico” che é rimasto, riforme “strutturali” (a cominciare da quella infame del sistema pensionistico), adesione ad una “transizione ecologica” che massacrerá la nostra economia (ne abbiamo appena cominciato a vedere gli effetti sul costo delle bollette), integrazione crescente nelle strutture dell’Unione Europea con tutto ció che questo comporta (non per caso si risente parlare del MES), obbedienza cieca alla NATO e alla sua insensata crociata anti-Russia che ci sta portando ad un pelo da una nuova guerra in Europa, e tanto altro ancora.»

E, piú avanti: «Quando si romperá il giocattolo? Quando sará chiaro che l’Unione Europea non fa i nostri interessi, che “i soldi dell’Europa” sono in parte soldi nostri e in parte soldi che dovremo restituire cari e amari, e che saremo chiamati a svenarci oltre ogni limite per pagare i costi di riforme e transizioni che non ci recheranno alcun concreto vantaggio.»

Ebbene, la mia impressione é che, giá ora, dal giocattolo comincino ad arrivare i primi scricchiolii. Lo schianto ci sará quando si faranno sentire gli effetti delle sanzioni che i paesi europei sono stati costretti (dagli americani) e decretare contro la Russia. Sanzioni – badate bene – che non servono minimamente ad aiutare l’Ukraina. Questa – lo scrivevo qualche settimana fa – é stata lucidamente condannata a morte dagli USA al solo scopo di “far male” alla Russia. E speriamo che questo “far male” si esaurisca nel semplice logoramento di una guerra regionale, e non miri piuttosto a scatenare un conflitto generale che coinvolga i paesi della NATO (noi compresi).

Ma lasciamo stare gli scenari bellici e torniamo a quelli economici. Le sanzioni alla Russia – oramai lo hanno capito anche gli idioti – hanno un riflesso pesantissimo sull’economia europea e, in maniera particolare, sull’economia italiana. Basta dare uno sguardo ai dati ufficiali dell’Osservatorio Economico del Ministero degli Esteri (www.esteri.it) per averne una conferma inequivocabile.

Nel 2021 il nostro import-export con la Russia – pur giá penalizzato da un primo aperitivo sanzionistico – era di circa 16,5 miliardi di euro. Importavamo soprattutto gas e prodotti petroliferi, ed esportavamo un mondo di cose: tre miliardi di macchinari e apparecchiature, un miliardo di articoli d’abbigliamento, mezzo miliardo  di prodotti agricoli e alimentari, 600 milioni di prodotti farmaceutici, e cosí via. Senza contare il turismo, il ricchissimo turismo russo che, naturalmente, non é censito nelle statistiche commerciali.

Il venir meno di tutto questo – dicevo – non ha ancóra inciso sulla crisi economica quale ci appare oggi. Ció che vediamo é ancóra soltanto il frutto del dilettantismo che impera nell’Unione Europea, del PNRR, di una “resilienza” cafona, di un gretinismo creato in laboratorio e che ci sta facendo ripiombare nel medioevo. E in Italia, in particolare, é il fiore all’occhiello degli illuminati riformatori Bruxelles-dipendenti, dei teorici delle transizioni succhiasoldi, degli obbedienti portaordini dei mercati, degli adoratori delle banche “d’affari”.

Intanto, una classe politica votata al suicidio scodinzola giuliva nei palazzi del potere, giurando amore eterno alla NATO e alla Casa Bianca, e odio imperituro a Putin, ai Cosacchi del Don e al Coro dell’Armata Rossa. Tutti allineati e coperti. Anche la Meloni. Che pena…

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 19 Marzo 2022

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