mercoledì, 25 Maggio 2022
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Il Great Reset e l’Uomo di Pavlov 2.0 di Francesco Lamendola

Come una classe dirigente si dissocia dalla realtà: da Bacon e Rousseau all’antico sogno dell’androgino originario? Come l’ideologia progressista e la finestra di Overton vuol rifare l’uomo: un trans-uomo “l’uomo di Pavlov 2.0” di Francesco Lamendola

C’è una curiosa ed evidente analogia fra l’atteggiamento mentale delle classi dirigenti che andarono al potere in Francia nel 1789 e quelle che gestiscono il potere oggi nei Paesi occidentali, Italia compresa, anzi specialmente l’Italia. Tale analogia consiste in un una paradossale dissociazione dalla realtà e in una subordinazione costante dei dati reali all’ideologia, e non può essere il risultato di un caso. Se tanto gli uomini di governo della Francia rivoluzionaria, provenienti dalle file degli intellettuali e gli attivisti politici che si erano formati al tempo di Luigi XV e di Luigi XVI, quanto i governanti attuali, e con essi gran parte degli amministratori pubblici, dei medici, dei magistrati, degli insegnanti e degli esponenti del mondo della cultura, antepongono le loro convinzioni ideologiche ai dati della realtà. Se, per fare un esempio, sostengono delle politiche economiche e finanziarie chiaramente assurde e controproducenti, tali da recare danni irreparabili al mondo dell’impresa e del lavoro, convinti che la forza delle loro idee possa e debba trionfare su qualunque ostacolo, anche quelli posti dai dati di fatto oggettivi e dalle leggi fondamentali dell’economia stessa, ciò significa che sia gli uni che gli altri hanno fatto la loro preparazione politica, amministrativa, economica e professionale in un modo che non tiene conto del mondo reale, fatto di cose concrete e di uomini vivi, ma sulla base di un mondo ideale, sognato e vagheggiato ma inesistente, nel quale vincono le loro convinzioni per la sola ragione che non si devono confrontare con la realtà e quindi restano sempre non verificabili e inconfutabili. La bontà delle idee si misura alla prova dei fatti: non esistono idee buone che non diano frutti buoni, né idee cattive che non diano frutti cattivi. Va da sé che idee cervellotiche, velleitarie, avulse dalla realtà, costituiscono la guida peggiore per qualsiasi tipo di azione: per essere efficace, proporzionata, intelligente, l’azione deve sempre partire da un’analisi realistica della situazione.

Da dove veniva un tale scollamento dalla realtà da parte di queste due classi dirigenti, quella che andò al potere in Francia nel 1789 (e che vi andò successivamente negli altri Paesi europei, o tentò di andarvi, come i repubblicani napoletani del 1799) e quella che ai nostri giorni sta applicando il Great Reset per l’instaurazione definitiva del Nuovo Ordine Mondiale, per conto della grande finanza che vuole imporre il suo totalitarismo globale? A nostro avviso, veniva da una lettura distorta della realtà medesima e da una imperdonabile confusione fra il piano dei desideri, dei progetti, delle più o meno nobili aspirazioni, e il piano della realtà oggettiva. Tale distonia si afferma, a livello filosofico, a partire dal XVII secolo, con Cartesio, e assume la forma di una duplice lettura del reale, quella dell’io che pensa e quella della materia concepita come pura estensione: una lettura soggettivistica che capovolge la relazione fra il soggetto e l’oggetto e fa del soggetto una sorta di legislatore del  mondo. Con Cartesio, il mondo diventa una variabile del cogito, poi dell’io penso di Kant, indi dello spirito che crea l’essere di Hegel: è una progressiva, inarrestabile deviazione dal giusto rapporto fra io e mondo, fra soggetto e oggetto, fra pensiero e realtà concreta; una discesa agli inferi del soggettivismo estremo, del relativismo e del solipsismo, che sfocia inevitabilmente nel nichilismo. Se la realtà in definitiva non è altro che un prodotto o una funzione della mia mente, che cosa m’impedisce di dettare le regole della realtà e di pretendere che le cose debbano essere come io voglio ed esigo che siano?

Esemplare, in questo senso, è la deriva parolaia e ideologizzata, nel senso peggiore della parola, delle classi colte francesi lungo il corso del XVIII secolo, alla vigilia della Rivoluzione, come emerge da una pagina di eccezionale chiarezza dello storico Pierre Gaxotte (Revigny Sur-Ornain, 19 novembre 1895-Parigi, 21 novembre 1982), nella sua acuta monografia,  poco letta e poco amata dalla cultura progressista di là e di qua delle Alpi, La Rivoluzione francese (titolo originale: La Révolution Française, 1928; traduzione dal francese di Luigi Ermete Zalapy, Milano, Barion, 1933, e Rizzoli, 1949, pp. 62-64):

Gli appassionati delle nuove teorie del XVIII secolo non rimasero isolati; si associarono per mettere in comune le loro cognizioni e precisare le loro idee. Quest’organizzazione, che si annuncia nel 1720, precipita nel 1750, e alla morte di Luigi XV è già un fatto compiuto. In tutte le città pullulano associazioni di uomini brillanti e intraprendenti, salotti letterari, accademie, sale di lettura, società patriottiche, licei, musei, logge massoniche, società agricole. Le loro sedute sono regolari e frequentate; si legge e, soprattutto, si discute. Una pleiade di pensatori si dedica quivi alla discussione, e delibera sulle questioni che sono all’ordine del giorno: circolazione dei cereali, nuove imposte, assemblee provinciali; oppure sui problemi teorici: valore della civiltà, diritti naturali,  basi della società.

Se si vuol ricordare che il primo discorso di Rousseau fu la risposta ad un concorso dell’Accademia di Digione, si potrà giudicare del tono, del tenore e della portata dei suoi lavori, che non differivano nei punti da quelli degli altri. Tutte le associazioni, difatti, sono legate sia da rapporti di filiazione come le logge, sia da un’incessante corrispondenza, che subordina le più lontane e le meno attive alle meglio informate e alle più avanzate. Da un capo all’altro del regno, è un continuo andare e venire di appelli, indirizzi, nozioni, che cementa l’unione dei principi, spegne ogni velleità d’indipendenza e fa marciare tutti allo stesso ritmo.

La Repubblica delle lettere, che, nel 1720, è un simbolo, nel 1775 è una realtà. Ed è il solo Stato al quale possono applicarsi le teorie del Contratto Sociale, il solo Stato composto di uguali, il solo Stato dove la volontà generale possa, in ogni momento, esser espressa attraverso una discussione  fra i migliori consociati. Tali dibattiti e le votazioni che li concludono segnano i progressi della dottrina rivoluzionaria che poi si tratterà di trasportare dal manipolo degli iniziati alla folla dei profani. Ed è ben qui che sorge la contraddizione fondamentale che non farà che accrescersi fino al 1794. La Repubblica degli iniziati è organizzata e funziona a rovescio della realtà: più essa sviluppa la sua logica, e maggiormente si allontana dalla vita. Più vuole governare, e meno ne è capace. Nella vita, ci si riunisce quando si hanno le stesse opinioni; costoro si riuniscono fuori di ogni convenienza e di ogni loro interesse per scoprire e definire quale sarà la dottrina rivoluzionaria del gruppo. L’alleanza è il mezzo, non l’indice  o la conseguenza dell’accordo. Nella vita contano soltanto gli atti: fra costoro contavano le parole. Nella vita si cercano i risultati pratici, tangibili; essi invece non cercavamo che voti. Nella vita, governare significa lottare contro gli eventi, prevedere, preparare, organizzare, agire; la grande arte loro consiste nel compilare l’ordine del giorno e raggiungere la maggioranza. Nella vita, un’idea si giudica con l’esperimentarla alla prova dei fatti: fra loro regnava, invece, l’opinione astratta. È reale ciò che provoca l’assenso degli ascoltatori; è vero ciò che guadagna la loro adesione. Nella vita, l’uomo non è un individuo isolato; è parte dell’organismo sociale, è membro d’una famiglia, d’una corporazione di mestiere; è guidato da tante considerazioni che non rientrano nella pura logica verbale; religione, fede, morale, tradizioni, sentimenti, lealismo politico, dovere professionale. Nella società intellettualistica, l’iniziato fa tabula rasa di tutto ciò che non è astrazione e ragione raziocinante. Egli si spoglia di tutto ciò che in lui è intimamente personale, e si riduce a quella piccola facoltà deduttiva che è la cosa più comune del mondo.

Se istintivamente gli s’attacca al vero, al solido, alla prova dei fatti, piuttosto che all’opinione; se introduce nella discussione elementi che non siano l’ironia e lo spirito del sistema, avrà immediatamente la sensazione di riuscire all’uditorio spiacevole, pesante, antipatico e ridicolo. Si sentirà spaesato, e se non si deciderà ad allontanarsi spontaneamente, sarà “epurato” alla prima occasione. Ed ecco, in tal modo, i nostri amici, eliminati i refrattari, isolati dai profani, stretti insieme, al riparo dalle obiezioni e dalle resistenze, lasciarsi andare alla loro foga, tanto più intensa, quanto più depurato è l’ambiente.

Ed è così che, agendo gli scrittori sulla società e la società sugli scrittori, la massa incosciente dei confratelli si trova lanciata con un ritmo sempre più celere «verso l’avvenimento d’un genere intellettuale e morale che nessuno aveva previsto, che ognuno avrebbe riprovato, che tutti avevano contribuito a preparare»: il moto giacobino-socialista del 1793.

Due, a nostro avviso, sono i fattori che conducono una classe dirigente – o, come nel caso della Francia di prima del 1789, un’aspirante classe dirigente – ad allontanarsi dal principio di realtà: da un lato la concezione astratta, idealizzata e buonista dell’uomo, eredità del pensiero di Rousseau, ma anche del giusnaturalismo, e prima ancora del pelagianesimo; dall’altro, l’ipostatizzazione dell’idea di progresso, coi suoi naturali corollari, lo scientismo e il tecnicismo, per cui i progetti e le aspirazioni dei progressisti sono sempre proiettati oltre la realtà, essendo il progresso per sua natura un concetto non statico, ma dinamico e in lotta perenne col passato, cioè con la tradizione, e dunque sempre obbligato a recidere i legami col mondo di ieri e ad isolarsi in un domani algido e tecnologico, che fatalmente si allontana anche dall’uomo così com’è. E qui il cerchio si chiude. Il progressismo vuol rifare l’uomo, vuol fare un trans-uomo o post-uomo che non abbia più niente a che fare con l’uomo vecchio; l’illuminismo postula un uomo che non è quello realmente esistente, ma quello esistito nella testa di Rousseau e di qualche altro philosophe nella Parigi del XVIII secolo: le due concezioni finiscono per darsi la mano nella volontà di vedere incarnato un tipo umano quale non si è mai visto naturalmente.

Da questa duplice tensione scaturisce poi il terzo elemento fondamentale dell’ideologia trasumana: l’odio e la lotta contro la natura. Poiché la natura non è quale essi la rappresentano e comunque oppone resistenza alla creazione (tecnologica) del mondo nuovo, allora la natura va piegata, stravolta, costretta ad obbedire alla volontà dell’uomo. I germi di tale concezione sono presenti, già peraltro pienamente espressi, nel pensiero di Francis Bacon, il quale arriva a preconizzare la creazione di chimere, animali prodotti dall’incrocio di specie diverse, il che è precisamene ciò che stanno attuando gli scienziati dei nostri giorni. Né a questo solo si ferma l’odio contro la natura. Essa ha creato due generi, il maschile e il femminile; ma costoro non ne sono soddisfatti, vedono in ciò una costrizione, una forzatura: vogliono pertanto rifare il maschile e il femminile ed instaurare il regno liberato dell’identità fluida, ove ciascuno può scegliere se essere maschile o femminile, a proprio insindacabile talento, seguendo in ciò l’antico sogno dell’androgino originario vagheggiato dagli alchimisti. La pretesa di cambiare la natura ha ora raggiunto l’apice, ma la sua accettazione da parte delle masse era stata preparata da molti anni. Da molti anni, per esempio, noi tutti ci siamo abituati a dire che sono le ore  otto quando in realtà sono le nove, solo perché il governo, con un tratto di penna, ha deciso di spostare di sessanta minuti il corso del sole. E nessuno ha trovato che ciò fosse strano o criticabile: il fine, cioè guadagnare un’ora di luce, sembrava buono, e allora ecco che la gente ha incominciato a pensare e a regolarsi non secondo il principio di realtà, ma secondo un principio totalmente artificiale, per il quale l’uomo è legislatore dei ritmi naturali, e il suo giudizio è insindacabile, tanto più essendo diretto a un fine di pubblica utilità (scambiando il bene per l’utile, come è tipico della concezione utilitarista).

C’è poi un quarto fattore. L’uomo, checché ne dica Rousseau, non è naturalmente buono (o non lo è dopo la Caduta): questo mostra il principio di realtà, che piaccia o no. Sta di fatto che, se si presume che l’uomo sia naturalmente buono, ci si scontra ogni giorno con l’esperienza opposta: tutta la storia umana è lì a mostrarlo. Sorge perciò un problema: come conciliare l’ideologia progressista e buonista con la realtà fattuale della scarsa inclinazione degli uomini a fare il bene. Posto in questi termini, il problema ovviamente non ha soluzione. Ma chi lo dice che il progresso serve a risolvere i problemi? No: esso è una religione; e come tutte le religioni non pone dei problemi, pone la salvezza. E come si può perseguire la salvezza, se l’uomo è cattivo (ma per carità, non si deve dirlo; bisogna tacerlo, altrimenti ci si qualificherebbe da sé per dei perfetti idioti)? Semplice: controllandolo e costringendolo all’impotenza. Bisogna in primo luogo che smetta di riprodursi. Si deve fargli capire che è troppo numeroso e che, per salvare il pianeta, deve calare drasticamente. Poi bisogna insegnargli la disciplina, come si fa coi cani ammaestrati; questa tale cosa può farla, quest’altra no. Mestiere duro per i progressisti, dopo aver predicato il contrario per così tanto tempo, ossia che l’uomo è libero di fare tutto ciò che gli va. Ma insomma ci si può arrivare, magari con la finestra di Overton, cioè gradualmente e in piccole dosi. E alla fine, voilà, il piatto è servito: ecco a voi l’uomo di Pavlov: un perfetto esemplare di creatura transumana disciplinata e obbediente.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 27 Marzo 2022

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