mercoledì, 25 Maggio 2022
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Come vivere in un mondo corrotto e corruttore? di Francesco Lamendola

Per Maine de Biran, acuto osservatore della crisi di fiducia fra l’individuo e la società: “L’uomo deve convivere con un mondo che non è fatto per lui” ma quale fu il suo “Errore”? di Francesco Lamendola 

La relazione dell’uomo con la società è sempre stata problematica (non occorre ricordare Caino e Abele o Giuseppe e i suoi fratelli), ma nell’atmosfera culturale e materiale della modernità si è fatta ancor più difficile: diciamo a partire dal XVI secolo, ossia dal tempo di Lutero, il primo dei moderni. Questo, sul piano psicologico. Sul piano spirituale e morale il problema dei rapporti fra l’io e il mondo è divenuto particolarmente arduo negli ultimi cinque secoli perché la civiltà moderna è stata costruita eliminando progressivamente la presenza di Dio e quindi, sul piano filosofico, anche il suo logico corollario, la verità: e nel mare nebbioso del relativismo l’uomo moderno si è trovato ad andare a tentoni come un cieco, mutilato di una parte essenziale di se stesso, dunque necessariamente in stato conflittuale coi suoi simili. Solo quando è in pace con se stesso, l’uomo percepisce i suoi simili come fratelli; diversamente li percepisce come nemici, reali o potenziali, e in ogni caso come elementi di disturbo: l’inferno sono gli altri, diceva Jean-Paul Sartre. Ora, l’uomo è in conflitto con se stesso quando è in conflitto con Dio, perché solo il riconoscimento del suo bisogno di Dio gli permette di razionalizzare la propria fragilità, la propria insufficienza e la propria inadeguatezza. Se rifiuta Dio, se lo nega, se vuol sostituirsi a Lui, diventa rabbioso e aggressivo, inquieto e depresso, insomma diventa il peggior nemico di stesso. E quando l’uomo è nemico di se stesso, come potrebbe essere amico dei suoi simili? Ed ecco le famiglie trasformate in campi di battaglia permanenti, dove ciascuno vuole affermare il proprio io e alla fine, per forza di cose, ci deve essere un vincitore e un vinto (anche se di fatto ne usciranno tutti vinti); ecco i rapporti di vicinato isterilirsi e deteriorarsi; ecco i luoghi di lavoro trasformati in foreste insidiose dove bisogna sempre stare attenti a non essere presi di mira dal collega e perciò si diventa sospettosi, malfidenti, paranoici, e si rifiuta quella franca collaborazione che potrebbe alleggerire la fatica e semplificare tutto; e così via.

Un acuto osservatore della crisi di fiducia fra l’individuo e la società è stato il filosofo Maine de Biran (Marie François-Pierre Gonthier de Biran, 1766-1824), vissutto nel mezzo della transizione fra illuminismo materialista e romanticismo sentimentale, fra Settecento e Ottocento, fra Ancien Régime e Stato moderno, massonico e post-rivoluzionario, laico e anticlericale). Pur non uscendo da una prospettiva fondamentalmente soggettivistica, emotiva e meramente psicologica del disagio da lui osservato e vissuto in prima persona, egli mostra notevoli doti d’introspezione, quasi al livello del Sant’Agostino delle Confessioni, e sa analizzare molto lucidamente i fattori del disagio, della crisi, dell’infelicità. Sostanzialmente, però, arriva alla conclusione stoica che l’uomo deve convivere con un mondo che non è fatto per lui, deve sforzarsi di attutire i colpi e far buon viso a ciò che non gli piace: un po’ poco, vista la sua intelligenza e la sua capacità di analisi, e soprattutto visto il ricchissimo patrimonio intellettuale e spirituale costituito da sedici secoli di cristianità, durante i quali gli stessi problemi sono stati analizzati e descritti con la massima precisione, e soprattutto con la massima propositività, da decine di mistici, di scrittori e di Santi. Ma tant’è: figlio del Secolo dei Lumi, de Biran non ha avuto l’umiltà e la pazienza di cercare vicino, ossia nel solco della tradizione e della civiltà di casa propria, ciò che si è ostinato a cercare lontano, chissà dove, salvo giungere alla scettica conclusione che non c’è nulla da fare, il mondo è e resterà sempre un elemento estraneo, subendo in pieno gli effetti del giudizio drammaticamente sbagliato di Cartesio e soprattutto non tentando neppure di portare l’osservazione del proprio malessere su di un piano più ampio e in una prospettiva più larga, cioè cogliendo l’occasione per farsi osservatore non solamente di se stesso e delle proprie reazioni di disagio di fronte alla vita in società, ma testimone e osservatore esemplare di una situazione generale, dovuta a circostanze storiche non meno che a un dato di fatto metafisico: le conseguenze della Caduta originale e la corruzione di un’armonia originaria per mano stessa dell’uomo, incapace di contentarsi della propria condizione creaturale, peraltro meravigliosamente privilegiata rispetto a quella di tutte le altre creature.

Scriveva dunque Maine de Biran nel suo Giornale Intimo (titolo originale: Journal Intime, Parigi, Plon, 1927; cit. in Luigi Rusca, Il breviario dei laici, Milano, Rizzoli, 1990, vol. 113-15):

Un uomo che viva abitualmente nella solitudine, e la cui felicità consista nel godere di se stesso, nell’assaporare quella tranquillità così preziosa per colui che è fatto per gustarla, si trova assai imbarazzato allorché è costretto a uscire dal proprio ritiro per adempiere ai dovei d’uso o a causa di affari che lo inducano a riprende i rapporti sociali. Come si trova impreparato! Quale confusione, quale turbamento si produce improvvisamente nelle sue idee, soprattutto quando, lungi dal mondo, la sua immaginazione si è compiaciuta nel dipingersi seducenti immagini dell’umanità! Se il suo cuore sensibile gli ha descritto gli uomini com’egli desidererebbe che fossero, quale contrasto quando vede il ritratto al naturale! E come svaniscono le chimere!

Oggi sono stato in città. Vi ho portato uno spirito raccolto, un cuore seno; e ne ritorno turbato, agitato, inquieto. Ho visto molta gente, ne ho ricevuto cortesie, dimostrazioni d’attaccamento, d’interessamento; ma lo sforzo e la dissimulazione trasparivano da quelle manifestazioni affettuose. Quante maschere, e neppure un cuore! Tuttavia è stato necessario rispondere come se quei complimenti fossero autentici, cioè ho dovuto travestirmi anch’io, e mettermi una maschera come tutti gli altri, poiché si sarebbe ridicoli se ci si presentasse a viso nudo fra tutti quei domino… E non basta. Si inizia la conversazione, e su quale soggetto? Non sulle cose, ma sempre sulle persone, e la malignità si sviluppa, percorre con delizia una strada ch’essa trova modo d’allungare; bisogna pure, se non si vuol passare per sciocchi o per gaglioffi, mettervi la propria parola, cioè essere altrettanto maligni, approvare che si faccia a brani un galantuomo. Quale supplizio dover mentire a se stessi! Allorché si hanno nel cuore soltanto sentimenti onesti, manifestarne di malvagi? Ah, torniamo ai nostri campi, dove si può esser buoni senza passare per stolti, si può essere se stessi senza contraddizioni!

Bisogna essere più virtuosi di quanto non lo sia io, più fermi nei propri principi, per vivere impunemente in seno alla corruzione. Per vivere fruttuosamente nel mondo, per trarre qualche vantaggio dal commercio degli uomini, bisognerebbe apportarvi una grande fermezza di carattere e una rinuncia assoluta ai vantaggi dell’opinione pubblica. Mediante la prima di tali qualità si diverrebbe incrollabili nei propri principi e inaccessibili al contagio; mediante la seconda, l’amor proprio non cercherebbe continuamente di entrare in giuoco, di attirare gli sguardi su se stesso, di voler assolutamente essere protagonista. Allora si conserverebbe il sangue freddo necessario  per ben giudicare gli uomini e si metterebbero a profitto le loro follie per correggersi dalle proprie. Il sarcasmo, il ridicolo che la gente vorrebbe gettarci addosso cadrebbe sempre a vuoto, e noi impareremmo che quelle persone frivole che stavano al culmine della vita mondana non valgono certo la pena che un galantuomo divenga il loro zimbello  per rendersi gradito.

L’unica parte che si deve recitare in società, se si vuol trarne qualche frutto, è quella di osservatore; ma questo personaggio non garba all’individuo vanitoso, il quale vuole a qualsiasi costo attrarre l’attenzione di tutti, farsi credere il più bello, il più amabile, il più intelligente. Certo, egli paga a caro prezzo tale pretesa; e se la vanità  potesse correggersi, le mortificazioni e le delusioni ch’egli subisce dovrebbero guarirlo, qualora vi fosse un pizzico  di buon senso nella sua sciocca mania.

Esco da una casa in cui credevo di interessare molto ai padroni. Mi ero persuaso ch’essi nutrissero per me la considerazione che la mia vanità si arroga, e che ritiene non debba esserle rifiutata. Che è accaduto? Quelle persone così buone, così premurose, mi hanno ricevuto freddamente, con una specie di disprezzo, e subito l’amor proprio offeso si impenna, si irrita; il mio cuore si fa grosso, e io rincaso triste, inquieto. Ebbene, valgo forse meno per questo? Che cosa mi hanno tolto tali sgarberie? Dovrò sempre far dipendere la mia felicità  che gli altri hanno di me? Leggerò la mia sorte nei loro occhi? E quale rapporto ha il loro contegno, il loro fare gentile o scostante, con la mia tranquillità? Oh, vanità, fonte di miserie, di mali, che rendi abietto l’animo mio, io ti domerò!

Ciò che ancora m’impedisce di tra partito dal commercio degli uomini, ciò che in esso mi farà sempre recitare una parte svantaggiosa e perniciosa anche per la mia ragione, è un difetto che dipende, credo, dal mio temperamento. Mai, infatti, nonostante tutti gli sforzi e i precedenti propositi, riesco a contenermi e a mantenere il sangue freddo. Tutte le fibre del mio cervello sono così mobili che cedono all’impressione degli oggetti senza che io possa fermare il loro moto, Trascinato in direzioni contrarie, sono soltanto passivo; la mia ragione si annulla; dico ciò che non vorrei dire, faccio ciò che non vorrei fare; non sono che un fanciullo sconsiderato, e così mi si deve giudicare. Tutti mi guidano, si impongono a me, e i più ignoranti, coloro ch mi sono inferiori in tutto, prendono su di me un impero che la mollezza del mio carattere non sa contrastare. Quando torno nel mio studio, se voglio lavorare, quel che ho visto, quel che ho udito si presenta alla mia immaginazione: sono altrettanti quadri che si susseguono e sfilano davanti ai miei occhi come quelli della lanterna magica; la mia capacità di concentrazione è distrutta, e rimango così a lungo, senza potermi applicare a nulla. Con simili difetti è necessario convenire che bisogna o correggersi o fuggire il mondo, visto che non posso portarvi nulla di ciò che potrebbe valorizzarmi, e che peggioro ciò per cui valgo qualcosa ai miei occhi.

Maine de Biran, partito dal sensismo di Locke e Condillac e giunto poi, attraverso una fase di spiritualismo, a una sorta di misticismo teosofico, esprime tutta l’esasperata sensibilità romantica dell’uomo moderno, che si accorge d’essere in un mondo che non è fatto per lui, anzi nel qual si sente un estraneo e un intruso, ma non sa immaginare altre “soluzioni” che un rafforzamento della volontà e una più solida struttura psicologica, peraltro riconoscendo che ciò va oltre le sue stesse possibilità, e quindi a maggior ragione che ciò non può essere proposta agli altri come una realistica via d’uscita dall’acuto malessere del dover vivere nel mondo (vedi in proposito l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij). Stranamente, pare non essersi accorto che il suo disagio non è un fatto individuale, ma è legato a una condizione metafisica già perfettamente illustrata da Gesù con la formula voi siete nel mondo, ma non siete del mondo. Vivere nel mondo, per i buoni, gli onesti, i miti, è sempre e comunque difficile: può provocare un senso di frustrazione e inadeguatezza, e può sfociare in uno stato d’animo di depressione cronica. Nella società moderna, i cui ritmi sono imposti dalla macchina e dove l’efficienza tende a prevalere su ogni altro fattore, il disagio di chi non è allineato con la visione generale e gli atteggiamenti pratici della massa, tende ad aumentare. La pressione sociale diventa talora intollerabile, perché non si esercita solo attraverso i comportamenti e le dinamiche legate a singole situazioni e singole persone, come per esempio il capufficio o il padrone della fabbrica, ma anche e soprattutto attraverso un clima complessivo di condizionamento e coercizione, per quanto dissimulata, sottintesa ed implicita: l’individuo sa che nessuna deroga alla norma gli verrà concessa né perdonata, e sa anche, o intuisce, che la norma non è più la sana, vecchia norma basata sui valori morali, ma su altre priorità, che sono fondamentalmente quelle della tecnica, dell’efficienza e della produzione.

Il problema del senso di estraneità al mondo, da un punto di vista spirituale, e più specificamente dal punto di vista cristiano, si pone entro la cornice di una fondamentale conflittualità fra la luce e la tenebra, il vero e il falso, lo spirito e la carne. Senza giungere all’esasperazione di questa antinomia, come fanno i dualisti, è indubbio che essa esiste e che, anche se il mondo non è, come volevano i catari, fondamentalmente cattivo, nondimeno è, a causa della debolezza morale dell’uomo, il luogo in cui il bene tende ad essere conculcato, la luce ad essere offuscata e la verità ad essere sostituita dalla menzogna. D’altra parte la cultura moderna, impregnata di scientismo e di materialismo, è essa stessa radicalmente dualista: a partire dal cogito cartesiano e dalla rigida distinzione di res cogitans e res extensa, la visione scientifica moderna, che si è gradualmente imposta con la forza di una nuova teologia, anzi di una  nuova religione, ci ha abituati a pensare che si ragiona o si ha fede, si vive o ci si guarda vivere, si crede nel qui e ora oppure nell’aldilà. Un tal modo di pensare è infantile e radicalmente fuorviante, perché noi siamo quaggiù, ma non siamo di quaggiù: la nostra patria è il Cielo, e verso di essa dobbiamo orientare i nostri passi, qui e ora, nel cammino della vita. La vita è un bene, ma non un bene concluso in sé, bensì lo strumento per giungere al Bene che è oltre di essa.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 30 Marzo 2022

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