mercoledì, 25 Maggio 2022
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Una “Forza misteriosa”: fu la fede di Colombo a trionfare di ogni ostacolo? di Francesco Lamendola

Fu la fede di Colombo a trionfare di ogni ostacolo, fu una “forza misteriosa” di cui egli stesso, che ne era dotato, non si rese pienamente conto e che sorvolando le difficoltà spinse la sua immaginazione e la sua volontà fino all’inverosimile di Francesco Lamendola 

Abbiamo visto, a suo tempo, che Cristoforo Colombo durante il suo terzo viaggio attraverso l’Atlantico ebbe l’inspiegabile intuizione – inspiegabile da un punto di vista strettamente razionale – che a breve distanza dalla costa lungo la quale bordeggiava, in qualche punto non lontano da dove egli si trovava, doveva aprirsi un passaggio navigabile e spalancarsi un altro orizzonte, in pratica un altro oceano: notevole intuizione del fatto che l’America, dopotutto, non era semplicemente una grande isola circondata da alcuni arcipelaghi, ma una vera e propria massa continentale (cfr. il nostro articoli Per un soffio Colombo mancò lo stretto fra i due mari, pubblicato sul sito della Accademia Nuova Italia il 28/12/21).

Quest’ultima deduzione, però, pur essendo la logica conclusione della prima, ossia che esisteva un passaggio navigabile oltre il quale si apriva un nuovo mare, egli non la sviluppò e non la formulò neppure chiaramente, anzi risulta che vi fece cenno in maniera esplicita, ma al tempo stesso assai vaga, una volta sola, nella sua corrispondenza con i Reali di Spagna. E la ragione di ciò si comprende facilmente se si tiene presente che grazie alla sua fede incrollabile nella concezione cosmografica e nei calcoli del matematico ed astronomo fiorentino Paolo Toscanelli dal Pozzo (1397-1482) egli aveva concepito la sua grande avventura ed era riuscito a convincere, dopo molte difficoltà, Isabella di Castiglia e Ferdinando il Cattolico a metterlo alla prova, affidandogli la spedizione delle famose tre caravelle, nel 1492. Ora, Dal Pozzo non pensava certo ad un continente intermedio fra l’Europa e l’Asia; di conseguenza, non era ammissibile che l’America (che ovviamente non portava ancora quel nome) fosse cosa diversa dall’Asia Orientale, dal Cipango di messer Marco Polo, ricordato nel Milione (il Giappone) e dal Catai (la Cina settentrionale, sempre secondo la descrizione di Marco Polo).

In effetti, sino all’ultimo giorno della sua vita terrena, il grande navigatore continuò ad essere persuaso di non aver scoperto un nuovo continente, ma di aver semplicemente raggiunto una qualche parte dell’Asia orientale, non ancora conosciuta da viaggi e racconti precedenti, tutti peraltro partiti dall’Europa in direzione Est, per via di terra e non per via marittima, tranne le navigazioni portoghesi di Bartolomeo Diaz nel 1487, oltre il Capo di Buona Speranza, e poi quella di Vasco da Gama del 1497-98 fino a Calicut, sulla costa occidentale dell’India. Però al tempo in cui Colombo cercava di persuadere i sovrani del Portogallo a finanziare il suo viaggio, mancavano ancora dieci anni al viaggio del da Gama, mentre quello di Diaz si era appena concluso e la notizia che esisteva un passaggio marittimo a Sud del continente africano, e quindi la possibilità di giungere in Asia via mare, giocò a sfavore del genovese che audacemente proponeva di volgere il timone decisamente verso Ovest, cioè su una rotta che non era mai stata tentata da alcuno fino a quel momento.

Colombo così ragionava: se  i calcoli e le supposizioni di Toscanelli erano giusti – e coi suoi primi viaggi ciò pareva confermato – allora le nuove terre da lui scoperte non potevano essere parti dell’Asia: infatti, se così fosse stato, i calcoli e le ipotesi del matematico fiorentino sarebbero risultati sbagliati. In realtà erano realmente sbagliati, e di molto: egli aveva stimato che la distanza fra l’estremità occidentale dell’Europa e le coste orientali del Catai fosse circa un quarto di quella reale. E ciò era dovuto a un duplice errore: aver stimato molto più estesa la massa euroasiatica, e perciò alquanto più protesa verso Est (cioè “di fronte” all’Europa occidentale) e aver stimato assai per difetto la misura del raggio terrestre, per cui egli aveva concepito il globo terrestre come assai più piccolo di quel che in effetti è. Da quei due errori scaturiva la stima approssimativa di 130° di distanza fra Lisbona e il Catai, circa 5.000 km. secondo la stima di Colombo, calcolati dalle Isole Canarie, possedimento atlantico spagnolo, e non dalla Spagna continentale, il che rendeva l’impresa di attraversare l’oceano teoricamente possibile, benché difficile. Invece un viaggio di 20.000 chilometri, qual è la distanza reale fra la Penisola Iberica e la costa orientale dell’Asia, sarebbe stata insuperabile coi mezzi nautici di allora: nessuna spedizione, nessuna nave avrebbe potuto percorrerla e condurre un equipaggio ancora efficiente sino alla meta. Sarebbero periti tutti, se non altro di fame e di sete, per l’impossibilità di stoccare e conservare a bordo i viveri e l’acqua potabile necessari; senza contare le malattie, le tempeste e le bonacce che avrebbero potuto travagliare il viaggio e allungare ulteriormente i tempi. È necessario tener presente questo fatto, quando si è portati a criticare l’ottusità dei cosmografi che non accettavano i calcoli di Colombo e dichiaravano irrealizzabile la sua impresa: la loro stima delle distanze da superare era più realistica. Così Colombo, paradossalmente, fu premiato dalla fortuna proprio perché i suoi calcoli erano sbagliati e ciò convinse i sovrani spagnoli, non senza lunghe perplessità, a scommettere sul successo dell’impresa, prestando fede alla cosmografia di Toscanelli e di Colombo e quindi cadendo nei loro stessi errori. Se avessero saputo che quei calcoli erano gravemente errati per difetto, si sarebbero guardati bene dal porre a sua disposizione anche solo tre caravelle e degli equipaggi di pessima qualità, come poi fecero.

Dunque, Colombo credeva ciecamente alla giustezza dei calcoli di Toscanelli; di conseguenza, non poteva ammettere che costui si fosse sbagliato su una cosa tanto importante, come la possibilità che fra l’Asia orientale e l’Europa esistesse addirittura un altro continente, rimasto fino ad allora totalmente sconosciuto e ignorato non solo dai geografi e dai viaggiatori moderni, ma anche dagli antichi, che pure avevano parlato delle isole atlantiche, sia pure in forma un po’ confusa: le Canarie, le Azzorre, Madera, l’Islanda. Toscanelli aveva concepito la sua rappresentazione del mondo sulla base della Geografia di Tolomeo e per essa aveva enormemente sottostimato la distanza da coprire per raggiungere l’Asia partendo dal Portogallo o dalla Spagna. Inoltre Colombo aveva ulteriormente ridotto la distanza e postulato che, fissando la base per la traversata alle Canarie  invece che a Siviglia, il viaggio sarebbe stato sensibilmente accorciato; il che è vero, ma non in misura tale da modificare sostanzialmente i termini della questione. In ogni caso, non ha alcun fondamento la leggenda che i geografi dei due regni iberici si opposero al progetto di Colombo perché credevano che la Terra fosse piatta: il problema non era quello, ma la distanza e, di conseguenza, la probabile convenienza d’una rotta passante a mezzogiorno dell’Africa, divenuta possibile dopo la scoperta del Capo di Buona Speranza nel 1487.

Scriveva Cesare De Lollis nell’articolo La mente e l’opera di Cristoforo Colombo, su Nuova Antologia, anno XXVII, vol. IX; cit. in: Franco Landogna, Il genio dei popoli. Sommario di storia per gli Istituti tecnici superiori, vol. II, La civiltà medioevale e moderna, Torino, G. B. Petrini, 1951, pp. 216-217):

Fu la fede, una gran fede quella che mise Colombo al disopra dell’ignoranza e dei pregiudizi. Dico “fede”nel senso più comprensivo della parola, volendo intendere quella forza misteriosa, di cui quegli stesso che ne è dotato non si rende pienamente ragione e che, sorvolando le difficoltà, spinge l’immaginazione e la volontà umana fino all’inverosimile. Colombo possedeva in grado eminente questa dote così complessa; e non ci voleva di meno per portare d’un tratto nel campo della pratica le teorie del Toscanelli. Queste avevano fatto sorridere più d’una volta  i dottissimi cosmografi della Corte portoghese. Colombo invece, non appena n’ebbe notizia, considerò la probabilità dell’insieme, e risolse di tentare l’impresa. Forse, egli non si rese conto delle difficoltà che i suoi contraddittori di Portogallo e Spagna derivavano da inveterati pregiudizi cosmografici e teologici; certo, il suo sapere, acquistato un po’ disordinatamente in Portogallo e quando già vagheggiava il suo progetto, non era forse pari a quello di maestro Rodrigo  e maestro Giuseppe, i due grandi cosmografi che Giovanni II di Portogallo elesse a suoi giudici; ma è da credere che, s’egli avesse consultato il suo sapere più che la sua fede, avrebbe avuto turbata la visione della meta per lui così sicura.

Potrà forse sembrare arbitrario questo mio giudizio sull’”interiore” di Colombo: pure, esso è confermato da moltissimi fatti della vita di lui e dai suoi scritti, i quali ultimi, benché non siano molti, dimostrano quel che Colombo pensasse e sentisse di sé di fronte al proprio successo. Ed è anzitutto da notare che la lettera e la mappa del Toscanelli rimesse al Martins [canonico di Lisbona, che fu intermediario tra il Toscanelli e la Corte portoghese, n. d. t.], moventi primi di Colombo alla grande impresa, furono anche causa delle strane illusioni, che egli conservò fino alla morte, intorno al carattere del gran fatto da lui compiuto. Quei documenti lo accompagnarono guidarono durante la rotta del primo viaggio, e più d’una deviazione fu regolata sulle indicazioni fornite dalla mappa toscanelliana. Di più: nel prologo ch’egli premise al suo giornale di bordo si ritrovano intercalati dei passi interi della lettera che il Toscanelli aveva scritta diciotto anni innanzi a Fernam Martins! Fu finalmente una fede incondizionata e illimitata in quei documenti che non gli permise mai, fino alla morte, di riconoscere che aveva toccato, senza giungere alle coste orientali dell’Asia, un nuovo continente. Colombo era un osservatore troppo acuto, perché da alcuni fatti non insorgesse nell’animo suo il sospetto d’essersi imbattuto in una massa continentale frapposta all’Asia ed all’Europa: questo sospetto gli si affacciò di certo durante il terzo viaggio, quand’ebbe riconosciuto la costa di Paria, e, nella relazione che ne scrisse ai sovrani da Haiti, accennò fugacemente ad un altro mondo (“otro mundo”): perdurava probabilmente ancora durante il quarto poiché s’egli non avesse sospettato nell’America del sud un continente a sé, non si sarebbe così stranamente ostinato a cercare lungo la costa del Darien un passaggio al mare del Sud; ma, in conclusione, un tale sospetto egli formulò una sola volta, incidentalmente, e non vi si fermò su mai in appresso, perché, evidentemente, avrebbe contraddetto alla teoria toscanelliana, che pure egli aveva esperimentata così vera col compimento della sua navigazione transatlantica.

Cesare De Lollis, abruzzese della provincia di Chieti (1863-1928), figura interessante di filologo e storico della letteratura, allievo di Francesco D’Ovidio, ebbe l’incarico, quale segretario dell’Istituto storico italiano, di pubblicare gli scritti di Colombo, e a tal fine, nel 1899, condusse un’approfondita ricognizione in Spagna, fra Madrid, Siviglia e Barcellona, per raccogliere specialmente gli inediti. Divenne così un esperto delle questioni relative al grande navigatore e fu fra l’altro in grado di ricostruire i diari di bordo dei vari viaggi, utilizzando anche le opere di Las Casas e del figlio di Colombo, Fernando.

Come si è visto, egli pone l’accento sulla fede di Colombo: la fede nel proprio viaggio; la fede nella giustezza dei suoi calcoli; la fede nelle sue capacità di navigatore; la fede nella possibilità di convincere un potente monarca a patrocinare un’impresa mai tentata (rifiutato da quello portoghese, aveva già fatto avviare trattative con la Francia e l’Inghilterra, mentre disperava di convincere i Re Cattolici); la fede nella dottrina di Paolo Toscanelli; e aggiungiamo la fede religiosa che lo spingeva a portare in Europa le ricchezze dell’Asia orientale per finanziare la guerra contro il Turco, che nel 1453 aveva conquistato Costantinopoli e ora minacciava non solo le coste del Mediterraneo, specie dell’Italia ma anche il cuore dell’Europa, avanzando attraverso i Balcani verso la pianura ungherese (cfr. il nostro articolo Il 1492 è l’inizio della modernità o solo il prolungamento del Medioevo?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 08/02/09 e ripubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31/12/17).

Grande era la fede di Colombo: egli non solo voleva fornire ai re cristiani la ricchezza con cui condurre una nuova crociata per la difesa dell’Europa, ma era convinto che una tale impresa avrebbe ridato impulso al cristianesimo e che, sull’onda di una simile riscossa, anche Gerusalemme, la città santa, sarebbe ritornata all’ombra della Croce. Sorge perciò la domanda: donde veniva a Colombo la fede incrollabile nella giustezza del suo progetto e nel felice esito dell’impresa? Crediamo abbia ragione De Lollis quando afferma che gli uomini come Colombo, sostenuti da una fede incrollabile in qualcosa che essi soli, o pochissimi altri, vedono con chiarezza, avanzano senza lasciarsi scoraggiare dal fatto che i più non capiscono e sembrano addirittura considerarli dei pazzi o dei sognatori. In altre parole, il loro segreto è la forza di volontà, che essi possiedono in una misura eccezionale, assolutamente fuori del comune: ma su cosa poggia quella forza sovrumana? Da dove attingono la certezza, che solo per loro è tale, di puntare ad un fine realistico, certo, veritiero, laddove chiunque altri, al loro posto, finirebbe per dubitare e per abbandonare? È un mistero: come dice De Lollis, essi medesimi non saprebbero spiegare la sorgente da cui scaturisce…

Vedi anche:

Per un soffio Colombo mancò lo stretto fra i due mari – COLOMBO E MISTERO DEI 2 MARI

Il 1492 è l’inizio della modernità o solo il prolungamento del Medioevo? – 1492 MODERNO O MEDIOEVALE?

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 30 Marzo 2022

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