mercoledì, 25 Maggio 2022
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Carlo Magno e la rinascita dell’Impero d’Occidente di Francesco Lamendola

L’unione della forza germanica e della Chiesa, erede del diritto romano e della filosofia greca è “l’atto di nascita” dell’Europa: le cui “radici” vorrebbero farci dimenticare di Francesco Lamendola 

La rinascita dell’Impero di Occidente, la notte di Natale dell’800, più di tre secoli dopo che era stato deposto da un capo barbaro, Odoacre, l’ultimo imperatore romano, Romolo Augusto, è stato senza dubbio uno degli eventi più importanti per la storia dell’Europa: probabilmente l’evento più importante di tutti. L’Impero rinasceva, nella persona di Carlo Magno, ad opera di un romano pontefice e di un re germanico, in qualche modo discendente ed erede di quei capi che avevano invaso e abbattuto l’Impero romano, e che poi si erano lentamente romanizzati e cristianizzati. In altre parole, la base di quella rinascita era simile a quella vagheggiata, per un momento, da  Teodorico il Grande, che si era insediato coi suoi Ostrogoti in Italia nel 493, ma al quale era mancato l’elemento decisivo: l’alleanza con la Chiesa di Roma, che lui, ariano, aveva invece perseguitato negli ultimi anni del suo regno, anche perché temeva che essa potesse fare fronte comune con la corte di Costantinopoli. L’ostilità verso la Chiesa lo aveva privato in partenza del sostegno da parte della più grande forza spirituale esistente in Occidente, così come la ferrea distinzione fra romani e goti aveva privato il suo progetto politico della necessaria coesione interna. Carlo Magno era il re dei Franchi, un popolo germanico che si stava mescolando coi gallo-romani, in una misura che non ebbe mai luogo in Italia, ove per più di due secoli, avevano regnato quasi come conquistatori accampati in armi i più primitivi Longobardi. Ma proprio l’immaturità politica dei Longobardi, incapaci sia di dare stabilità al loro regno mediante una chiara linea di successione, sia di amalgamarsi agli italici, sia infine di costruire un rapporto amichevole, o almeno non ostile, con la Chiesa di Roma, offrì a Carlo Magno il pretesto per insinuarsi nelle vicende italiane, muovere guerra ai Longobardi ed ergersi a protettore della Chiesa cattolica, alla cui fede i Franchi si erano già convertiti.

D’altra parte, il fatto che papa Leone III avesse incoronato Carlo Magno sacro romano imperatore, gettava le premesse per una futura collaborazione, ma ancor più per una futura rivalità, fra i due massimi poteri esistenti in Europa, quello spirituale della Chiesa e quello politico dell’Impero; rivalità che sarebbe culminata, più tardi, nella lotta per le investiture fra il papa Gregorio VII e il sovrano Enrico IV. Eppure, la “soluzione” escogitata da Leone III al rapporto fra i due poteri era sembrata la migliore possibile: benché egli non avesse certo in mente una separazione o anche solo una vera e propria distinzione fra essi (tale idea sorgerà molto più tardi, con Marsilio da Padova e con la teoria dei due soli esposta da Dante Alighieri nel De Monarchia, che verrà prontamente condannato dalla Chiesa), nondimeno, all’atto pratico, si trattava di una conciliazione e di un accomodamento fra la Chiesa e l’Impero, chiamati a collaborare a sostenersi a vicenda nel perseguimento dei rispettivi fini: la salvezza dell’anima la prima, la giustizia e la pace il secondo, visti non come due realtà autonome, ma come le due facce di una stessa medaglia. Infatti nella concezione medievale non esisteva alcuna soluzione di continuità fra la vita terrena e la vita ultraterrena, l’una essendo solo la preparazione all’altra; né quindi esisteva una separazione fra ciò che è dovuto a Dio per il bene della propria anima, e ciò che è dovuto a Cesare per il bene del corpo e la sicurezza materiale dell’esistenza.

Tale idea è divenuta pressoché incomprensibile all’uomo moderno, specie all’uomo cresciuto e allevato, direttamente o indirettamente, nei “sacri principi del’89”, ossia nella cultura liberale, massonica e anticristiana che si è affermata a partire dalla Rivoluzione francese, e che è penetrata nella legislazione, nel pensiero, nell’arte, perfino nelle concezioni scientifiche posteriormente a quell’evento. Oggi per noi è quasi impossibile immaginare un’idea del genere: lo Stato e la Chiesa che perseguono, parallelamente e sostenendosi a vicenda, quell’unico bene dell’uomo che solo per comodità si può scindere in un bene del corpo e un bene dell’anima. Pertanto ai cattolici “moderni” non suona per nulla strano, anzi suona logico e naturale, udire i papi del post-concilio parlare della democrazia, della libertà religiosa e dei diritti dell’uomo in maniera assolutamente sovrapponibile al linguaggio dei rappresentanti delle istituzioni massoniche globaliste, come l’O.N.U., l’O.M.S. e l’U.N.E.S.C.O. Il cattolico dei nostri giorni, cresciuto nel clima del post-concilio e ignaro, o dimentico, di cos’era la dottrina e di cos’era la santa Messa prima del Vaticano II, non ha alcuna difficoltà a riconoscersi in quelle parole, in quelle espressioni, in quei concetti: non ne avverte la stridente contraddizione con la fede che teoricamente egli professa e che la sua Chiesa, sempre teoricamente, dovrebbe difendere contro ogni nemico e ogni menzogna. Perciò gli viene spontaneo pensare che se la Chiesa parla dei diritti dei profughi, dei migranti, dell’ambiente, dell’ecologia e perfino dell’autodeterminazione sessuale, in fondo dice delle cose ovvie e giuste oltre ogni necessità di dimostrazione; e del pari, se essa tace sull’aborto, sull’eutanasia, sulla fecondazione eterologa e sull’utero in affitto, o non se ne accorge o approva il tatto ed il buon gusto di non volersi mettere in conflitto con il mondo, di non voler essere fattore di divisione. Tant’è: l’idea di “unione” che tali sedicenti cattolici hanno ormai introiettato, come pure la loro idea di fratellanza umana, di diritti naturali e via dicendo, non ha più nulla di specificamente cristiano e, tradotta in parole, starebbe bene sulla bocca dei radicali, degli atei militanti e di tutti quelli che odiano e hanno sempre combattuto la verità cristiana.

L’uomo medievale non ragionava affatto così. Aveva una visione olistica dell’uomo, del mondo e della vita; non faceva nette distinzioni fra la salute dell’anima e il bene sociale: pensava anzi, e molto giustamente, che se l’uomo è spiritualmente malato, non può neanche vivere bene nella relazione coi suoi simili. Da ciò la massima cura che egli poneva, e che peraltro gli veniva continuamente ribadita dalla Chiesa, nel tenersi lontano non solo dal peccato, ma anche dall’errore; e quasi più da questo che da quello: perché dal peccato si può uscire mediante la riconciliazione con Dio, ma dall’errore in materia di fede non si esce, si resta prigionieri dell’orgoglio umano e si alimentano le eresie, paragonabili a un tumore che aggredisce l’organismo e cerca di distruggerlo dall’interno, silenziosamente. Da ciò anche quell’atteggiamento, incomprensibile (e sgradevole) per gli storici moderni, di approvazione delle politiche repressive antiereticali, sia da parte della Chiesa che dello Stato: perché l’uomo medievale, assai più coerente e meno ipocrita dell’uomo moderno, e soprattutto meno propenso ad abbandonarsi ai sogni voluttuosi di Rousseau sulla bontà originaria dell’uomo, non vedeva alcuna contraddizione fra la legge cristiana dell’amore e la severità nel combattere contro ciò che attenta alla salute dell’anima, anzi considerava le due cose come perfettamente coerenti l’una con l’altra. Migliaia di affreschi raffiguranti il Giudizio Universale, dipinti sulle pareti delle chiese e delle cattedrali, gli ricordavano le parole stesse di Gesù Cristo, terribilmente severe e ammonitrici  (Matteo, 25, 41-43):

Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43  ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.

Tornando all’incoronazione imperiale di Carlo Magno e alla resurrezione dell’Impero di Occidente, scriveva lo storico e giurista Arrigo Solmi (Finale Emilia 1873-Roma 1944), un insigne dantista e uomo di cultura che ha onorato la nostra Italia, salvo essere poi votato alla damnatio memoriae per la terribile colpa d’esser stato fascista, nonché ministro di Grazia e Giustizia dal 1935 al 1939, nel saggio Stato e Chiesa secondo gli scritti politici da Carlomagno sino al Concordato di Worms (800-1122) (in: Biblioteca dell’Istituto giuridico F. Serafini, vol. II, Modena, 1901; cit. da Franco Landogna, Il genio dei popoli. Sommario di storia per gli Istituti Tecnici Superiori, vol. II, La civiltà medioevale e moderna, Torino, G. B. Petrini, 1951, pp.56-57):

In questo momento si manifestò, con impulso rapido e possente la tendenza ad un principio unitario, da cui doveva risultare l’Impero. La terra d’Occidente, smembrata da prima nei frequenti nuclei barbarici, era stata ricondotta, da un braccio vigoroso, ad un corpo sociale unico, riallacciato nella persona del re franco. In Roma sorse il concetto che Roma avrebbe potuto ancora rivendicarsi il diritto alla rappresentanza dell’Impero universale; in Germania la politica carolingia intese all’Impero, come a massima dignità appropriata al suo capo. Roma e la Chiesa sentirono che dal re franco dovevano ormai attendersi la protezione, e che l’Impero attribuito al capo dell’Occidente le avrebbe svincolate dagli ultimi residui della soggezione orientale; il re franco volle che al suo dominio personale, ricongiunto per forza d’armi, fosse data la base che aveva fatto grande l’antico Impero, la base inesausta del diritto politico romano.

E l’Impero fu rinnovato in Roma, nell’anno 800, dinanzi ai primati e all’esercito dei Franchi, con l’acclamazione del popolo romano. Il pontefice, desideroso di arrogarsi l’onore e il diritto della rinnovazione, aveva affrettato il compimento del grande atto, e, cogliendo il momento in che sembrava scaduta e deposta in Oriente la dignità imperatoria [perché a Costantinopoli dominava illegalmente l’imperatrice Irene che per acquistare il potere aveva fatto arrestare e accecare il proprio figlio, imperatore legittimo: nota di A. Solmi], aveva chiamato Carlo all’Impero. Questi, educato al concetto dell’unità dell’Impero e della sua legittima sede in Bisanzio, era stato da prima sorpreso e spaventato di quell’avvenimento, che sembra scindere l’Impero in due parti distinte; poi, con frequenti rapporti con l’Oriente, si era volto a smussare l’attrito insorto, e non si quietò, se non quando sembrò legittimato, di fronte all’Oriente, il nuovo Impero occidentale. Per opera di questo avvenimento, si determinò più forte la corrente che voleva ridurre ad unità il vasto corpo sciale; l’organizzazione amministrativa si rese più ampia e più perfetta; la legislazione dei capitolari si affermò con più sicuri propositi. Rinasceva intanto la cultura; si riaprivamo scuole; la lingua latina cantava un’altra volta le glorie di Roma, perfino nelle lontane città germaniche; e pareva che l’antica tradizione fosse rinnovellata in quella Germania, che pochi secoli prima aveva stremato e distrutto l’Impero d’Occidente.

Colla rinnovazione dell’Impero lo Stato germanico, costituito sull’unione personale dei sudditi al re, si raccostava alla Chiesa, rafforzata in un ordine gerarchico, che faceva capo al Pontefice; nella unione dell’Imperatore e del Papa parve rientrare il concetto agostiniano di una società cristiana, che tutta dipende da Dio, che tiene a suoi rappresentanti una Chiesa, rivolta alla salute eterna, e uno Stato, tenuto ad attuare la giustizia sulla terra. Il sistema antico della Chiesa di Stato non poteva ormai più imporsi colla sua piena validità, poiché sorgeva di contro una potenza gerarchicamente organizzata, la Chiesa, che tendeva alla sua volta all’egemonia e rivolgeva tutti gli intenti all’attuazione di un sistema ierocratico. Da questo momento doveva iniziarsi la lotta tra il Papato e l’Impero, per molti secoli agitata; dai rapporti scambievoli doveva risultare una larga rete di ordinamenti giuridici, chiamati a reggere i nuovi rapporti fra lo Stato e la Chiesa; dal cozzo delle due potenze e dei concetti che ne erano l’intellettiva base dovevano sprigionarsi le prime scintille di una scienza politica, rivolta a studiarne la natura e il modo delle relazioni.

Si può dire che le radici dell’Europa sono quelle; che la rinascita dell’Impero cristiano di Occidente è l’atto di nascita dell’Europa stessa. Prima di Carlo Magno e di Leone III, non si può neanche parlare di Europa come una tutto; e infatti si parlava, semmai, di cristianità, che però comprendeva anche l’Impero di Costantinopoli, decisamente proiettato verso l’Asia più che gravitante in Europa. Inoltre, fino al VII secolo anche l’Egitto, la Siria e la Palestina, con la città santa di Gerusalemme, facevano parte della cristianità; mentre la Spagna, per tre secoli, cessò di farne parte dal 711, allorché venne invasa dagli Arabi. L’Europa è nata per addizione, le membra sparse dell’ex Impero Romano d’Occidente ricondotte ad unità da Carlo Magno e da Leone III, e per sottrazione, con la dolorosa amputazione di terre cristianissime, come l’Impero Bizantino, che furono invase e conquistate definitivamente dalla Mezzaluna, ma assai più tardi, nel 1453.

Tali le nostre radici, tale la nostra storia: l’unione della forza germanica e della Chiesa di Roma, erede del diritto romano e della filosofia greca. Le radici e la storia che vorrebbero farci dimenticare.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 31 Marzo 2022

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