mercoledì, 25 Maggio 2022
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Perché mai Gesù Cristo ha maledetto il fico?

Oltre alla parabola del fico sterile, interessante è l’episodio evangelico del fico “maledetto”: perchè? Nonostante l’apparente vitalità manifestata dalle foglie, il fico non portava nessun frutto e in questa mancanza Gesù Cristo vide la sterilità religiosa del “Giudaismo” contemporaneo di Francesco Lamendola  

Chi non conosce, chi non sa, chi non ricorda, magari dagli anni dell’infanzia, sui banchi del catechismo, l’episodio evangelico del fico senza frutti, maledetto da Gesù Cristo e completamente seccato? È riportato da due dei Vangeli sinottici, Marco (11,12-24) e Matteo (21,17-22). Il primo ci mostra i discepoli che constatano la morte del fico il giorno dopo la maledizione, mentre ripercorrono la stessa strada:

12La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. 14Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono. (…)

20La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. 21Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». 22Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! 23In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: «Lèvati e gèttati nel mare», senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà.  24Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. 

Il secondo invece colloca il disseccamento della pianta subito dopo la maledizione lanciata da Gesù, come un fatto subitaneo e perciò sbalorditivo:

18La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. 19Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: «Mai più in eterno nasca un frutto da te!». E subito il fico seccò. 20Vedendo ciò, i discepoli rimasero stupiti e dissero: «Come mai l’albero di fichi è seccato in un istante?». 21Rispose loro Gesù: «In verità io vi dico: se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che ho fatto a quest’albero, ma, anche se direte a questo monte: «Lèvati e gèttati nel mare», ciò avverrà. 22E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete».

Ora, tutto in questo episodio ha un che di singolare e di strano; diciamo la verità: è uno di quegli episodi della Bibbia che ci hanno sempre lasciati perplessi, incapaci di trovarne una ragionevole spiegazione, anche perché nessuno si è mai dato la briga di fornircela. Innanzitutto, che senso ha lanciare una maledizione contro una pianta, cioè contro una creatura fornita solo di anima vegetativa? Già sarebbe incongrua la maledizione di un animale irragionevole; ma una pianta, sprovvista sia di anima sensitiva che di anima razionale! In secondo luogo, non era la stagione dei fichi: e l’Evangelista si premura di darci tale precisazione. E dunque, perché mai il fatto che la pianta non portasse frutti, avrebbe meritato la maledizione divina? Si direbbe che qui a dar prova d’irragionevolezza, o d’ingiustizia – Dio ci perdoni – sia proprio Gesù Cristo: non è stato forse Lui, nella parabola del fico sterile (cfr. Luca, 13,6-9), a insegnare che una pianta può dare frutti anche quando ormai sembra morta, magari dopo tre anni, se viene concimata con amore, e le vien zappata la terra intorno alle radici? Così, di primo acchito, parrebbe che nell’episodio del fico maledetto ci siano degli attributi che non s’addicono assolutamente al Figlio di Dio: irragionevolezza, arbitrarietà ed ingiustizia. Ma è proprio così? Qui habes aures audiendi audiat, cioè: Chi ha orecchi per intendere, intenda, ha detto Gesù stesso in diverse occasioni. E questo è proprio uno di quei casi nei quali bisogna aguzzare l’ingegno, perché il significato profondo dell’episodio non ha niente a che fare con l’apparente inspiegabilità di quel gesto.

Penetrante e condivisibile ci è parsa l’interpretazione del domenicano Benedetto Prete, già reggente dello studio San Tommaso d’Aquino di Bologna, nel saggio Non era la stagione dei fichi, del quale riportiamo una breve sezione (in: A.A.V.V., Cento problemi biblici, Assisi, Edizioni Pro Civitate Christiana, 1962, pp. 443-445):

La maledizione con la quale Gesù condanna alla morte la pianta di fico, che nel momento in cui egli la vede non porta frutti, è ordinata a impressionare vivamente i discepoli per obbligarli a  riflettere sul valore dottrinale di quell’atto che per chi lo ha compiuto rivestiva un senso religioso e profetico.

Non bisogna pensare tuttavia che il racconto evangelico, per questo suo spiccato carattere didattico, non si riferisca a un fatto realmente avvenuto, ma esponga in forma simbolica una dottrina, come avviene nelle allegorie, nelle parabole e nelle favole. Le inverosimiglianze che ogni lettore può rilevare nel testo evangelico  («non era la stagione dei fichi») e alcuni particolari non facilmente spiegabili (come Gesù può «aver fame» quando si era allontanato da poco tempo dalla casa ospitale di Betania?) non hanno altro scopo se non quello di rendere più viva e acuta l’attenzione dei discepoli, in modo che essi siano indotti a ricercare il senso recondito dell’azione didattica di cui erano stati diretti spettatori. Di conseguenza il testo di Marco narra un episodio realmente accaduto e suppone un fatto storico che è servito al Maestro per proporre un insegnamento religioso.

Il significato dottrinale soggiacente alla maledizione del fico non fu subito scoperto e afferrato dai testimoni del singolare episodio; tuttavia, nei giorni successivi, quando Gesù annunzierà chiaramente la riprovazione di Israele nella parabola dei vignaioli omicidi che si rifiutano di consegnare il raccolto della vigna al padrone di essa, i discepoli penetreranno maggiormente la finalità didattica della singolare maledizione pronunziata dal Maestro.

Il motivo che determinò il Redentore a maledire la pianta di fico fu la reale assenza dei frutti, cioè l’infecondità di un albero che, nonostante l’apparente vitalità manifestata dalle foglie, non portava nessun frutto. In questa mancanza assoluta di frutti Gesù vide la sterilità religiosa del giudaismo contemporaneo, meritevole di riprovazione e di condanna.

Nell’esegesi di questo difficile passo evangelico non bisogna lasciarsi influenzare indebitamente da considerazioni che esulano dalle reali dimensioni del fatto, il quale, secondo le spiegazioni indicate, ha soltanto finalità didattiche. Di conseguenza, rimane fuori cotesto un quesito come il seguente: che colpa aveva quella pianta di fico se non portava frutti, quando non era ancora giunta la stagione di essi? Occorre osservare che qui non si tratta di giudicare una pianta, ma di servirsi di essa per proporre un insegnamento. Un albero, come ogni essere privo di facoltà spirituali, non può costituire un oggetto di valutazioni morali; Gesù volle che l’albero si seccasse in conseguenza di un suo preciso comando, non perché avesse per così dire delle manchevolezze o difetti, ma perché tale fatto costituisse un insegnamento concreto e tangibile (“parabola in azione”) per i discepoli che lo seguivano.

Il fico maledetto da Cristo a motivo dell’assenza dei frutti significava la riprovazione del popolo ebraico che nascondeva una infecondità spirituale sotto le apparenze vistose di un fogliame abbondante di formalismi religiosi.

La vera spiegazione dello sconcertante episodio ricordato da Marco e da Matteo è condizionata all’ambiente nel quale Gesù ha agito e parlato; in tale cornice storica il senso misterioso del fico maledetto si rivela con chiarezza e incisività, poiché in essa si vede come il Maestro più volte e con parole forti abbia denunziato ai contemporanei la loro religiosità esteriore priva di efficacia profonda e rinnovatrice (cf Matteo, 5,20-48; 6,1-6; 16-18).

Il lettore di ogni tempo apprende da questo singolare racconto evangelico che il Salvatore, nel maledire il fico che non portava frutti, intendeva predire la riprovazione d’Israele che, nonostante le sue apparenze di religiosità, era diventato spiritualmente infecondo e arido. La maledizione del fico assume quindi il carattere ammonitore di una condanna che colpisce un popolo religiosamente sterile e privo di vita. È questo l’aspetto dottrinale che conferisce all’impressionante episodio del fico maledetto un valore attuale e perenne.

Tanto per cominciare, dunque, il contesto. L’episodio si colloca nella settimana precedente la Pasqua, fra Betania e Gerusalemme, ed è narrato in prossimità di tre parabole che aiutano a comprenderlo: quella dei due figli (Mt 21,28-32), quella dei vignaioli omicidi (Mc 12, 1-9; Mt 21,33-41) e quella del banchetto di nozze (Mt 22,1-13); e di un fatto clamoroso, l’ultimo nella vita pubblica di Gesù, prima dell’arresto e della Passione: la cacciata dei profanatori dal Tempio. Tutto, dunque, porta a capire che se il significato della maledizione del fico appare a noi alquanto misterioso, non doveva esserlo per i discepoli e in genere per i contemporanei, purché avessero udito il Suo insegnamento.

In quegli ultimi giorni della Sua vita mortale, Gesù batte e ribatte, con intensa partecipazione, quasi con angoscia, sempre sullo stesso tasto: la sordità dei giudei a tutti i richiami e le esortazioni; la loro sostanziale infedeltà all’Alleanza divina; il loro formalismo gretto e ipocrita, che di fatto li rende indegni di essa, come traspare chiaramente dalla parabola del convito nuziale, nel quale la condanna degli inviati indolenti, superbi e violenti, si connota di una tonalità drammatica, perché contro di essi l’ira di Dio si abbatte come una folgore vendicatrice. Un dolore costante, quello di Gesù, nei confronti del popolo eletto che rifiuta nei fatti la propria elezione, ritenendosi già perfetto e senza paragoni superiore a tutti gli altri, al punto da disprezzare ogni richiamo, da ignorare in pratica le ammonizioni dei Profeti e da ricusare l’ultima, estrema offerta dell’Amore divino, quella recata da Gesù Cristo con la Sua stessa Persona; un dolore atroce che erompe dal Suo cuore affettuoso nelle tremende e sconsolate parole (Mt 23,27):

Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!

Dunque, il fico senza frutti è il popolo d’Israele: e il fatto che non sia la stagione dei fichi serve solo a mascherare la sua sterilità, perché da troppo tempo quella pianta è divenuta infeconda, anche se ricca di fogliame, il che dissimula il vero stato delle cose. Colpendola con la Sua maledizione, Gesù vuol far capire ai suoi discepoli che la stagione inadatta non basta a giustificarla, e che a Lui non sfugge il fatto che il problema non è la stagione, ma l’incapacità a fruttificare. Israele ha avuto l’Alleanza, ha avuto Abramo, Mosè e i Profeti: ha ricevuto ogni sollecitudine del Padre celeste, il ritirarsi delle acque del Mar Rosso e la manna nel deserto, il serpente di bronzo e la sorgente miracolosa. Ha ricevuto ogni attenzione, ogni delicatezza, ogni riguardo da parte del Signore, sempre fedele alle Sue promesse: ma ad un certo punto si è adagiato, è insuperbito, ha creduto di essere ormai giustificato e al di sopra di ogni richiamo. Ed è caduto nella peggiore delle apostasie: non ha riconosciuto il Messia, non lo ha voluto ascoltare, lo ha preso in odio e ha voluto che venisse posto in croce.

C’è un terribile ammonimento nella vicenda del popolo eletto che, a un certo punto, si mostra indegno della propria elezione, rifiuta l’Alleanza e respinge con rabbia il Salvatore, perché Egli non era secondo le sue umane, troppo umane aspettative, non era un messia guerriero e trionfante e soprattutto non era venuto a redimere lui solo, ma tutti gli uomini di buona volontà, di qualunque popolo e di qualunque condizione. La stessa cosa può ripetersi con i cristiani, anzi di fatto si è già ripetuta molte volte, e ai dì presenti sembra aver toccato l’apice. Nessuno può dire di avere Dio con Sé, se non si converte ogni giorno, se non conserva la necessaria umiltà e se crede di poter stabilire come Dio debba agire con gli uomini. Le vie del Signore non sono le nostre, e i tempi e i modi nei quali Egli si manifesta eccedono di gran lunga la nostra mente e la nostra capacità di previsione. L’unica certezza è questa: noi possiamo scegliere se essere operai nella Sua vigna oppure servi inutili, o qualcosa di peggio: essere come i vignaioli omicidi. Di fatto, lo stiamo già facendo. Con la nostra grettezza e ingratitudine ci stiamo già ribellando alla Sua santa volontà: siamo già apostati…

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 02 Aprile 2022

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