venerdì, 20 Maggio 2022
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Tra cecchini e diritto di resistenza. Due letture consigliate di Roberto Bonuglia

Per non correre il rischio, “da sinistra” come “da destra” di chi ha ceduto alla tentazione revisionista di giungere “alla revisione del proprio medesimo revisionismo” di Roberto Bonuglia  

Ogni guerra è una triste pagina nella storia dell’umanità. Lo è perché genera vittime  tra chi vince e chi perde, tra militari e tra civili  nonché orrori di cui tutti sono responsabili. Per questo, anche se può apparire pleonastico, essa va condannata sempre e comunque. Non esistono, insomma, “guerre giuste”.

Al contempo, però, la guerra crea anche eroi e sarebbe troppo lunga la lista di quelli da ricordare. Ce ne sono pochi, di solito, tra i “cecchini”: coloro i quali, cioè, non fanno parte di truppe d’assalto e non consumano i difficili giorni dei conflitti in trincea, ma li passano da soli e, al massimo, in compagnia di un unico amico, il proprio fucile.

La nascita di questa figura viene fatta risalire al 1798 quando gli inglesi cercarono, come noto, in tutti i modi di arginare l’astro napoleonico. Ma fu durante la Guerra di Crimea (1853/56) che «si passò dallo scontro frontale di formazioni ben inquadrate in campo aperto, alla guerra di trincea con colpi sulla lunga distanza» [1].

Fu la svolta che aumentò l’importanza e il peso specifico del “cecchino”, solitamente e sbrigativamente stigmatizzato come figura poco coraggiosa poiché appostata in luoghi nascosti da cui colpisce, per lo più a tradimento, il nemico. Lo conferma il fatto che etimologicamente, il termine provenga dal dispregiativo nome Cecco (Beppe) diffusosi in Italia per definire l’incapacità dei “tiratori scelti” dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, nel periodo dell’Irredentismo e durante la guerra del 1915-18. Premessa dalla quale, tra l’altro, deriva anche il sinonimo di “franco tiratore”: declinazione del termine, questa, di cui la storia italiana fornisce, tristemente, molti più esempi dell’altra.

Eppure, tornando ai cecchini, se si guardassero con attenzione alcune loro biografie, si ritroverebbero «capacità assolutamente uniche» proprie di «modelli di grande valore, in termini di perseveranza, disciplina, impegno, costanza e coraggio» [2]. Ce lo ricorda Victor Naumann nella premessa all’edizione italiana (Torino, WarWave, 2021) del libro che ne ricorda i dieci più famosi: da Rob Furlong a Matthaus Hetzenauer, da Charles “Chuck” Mawhinney a Thomas Plunkett.

C’è posto anche per le donne, come Ljudmila Michajlovna Pavličenko, l’incubo della Wehrmacht e soprannominata, non a caso, “Lady Morte”. Una figura tornata alla ribalta nelle tristi cronache di questi giorni: nata a Bila Cerkva, nell’Oblast di Kiev, infatti, nei pressi di Odessa uccise ‒ per l’allora URSS ‒ 187 soldati in 80 giorni.

Situazioni e zone dove la guerra è infelicemente tornata di moda, purtroppo. Tanto da far occupare alcuni quotidiani ed i social del governo di Kiev ‒ oltre del famoso Wali [3] ‒ di una nuova cecchina che «si è unita alle forze armate ucraine nel 2017, combattendo nel Donbass contro i separatisti sostenuti dalla Russia» [4]: capelli corvini sulla mimetica, occhi neri, sguardo temerario, «nome di battaglia Ugoliok, in ucraino, o Charcoal, in inglese, cioè carbone» [5].

Il volume edito dall’agguerrita  in senso culturale  casa editrice WarWave  nomen omen…  ricorda che un buon cecchino debba possedere «abilità di tiro, capacità fisiche specifiche, abilità strategiche e cognitive di un certo livello, attrezzatura adatta ad ogni circostanza ma calibrata in base al peso e alle necessità di spostamento, posizione adatta in base al tipo di obiettivo» [6].

Un insieme di caratteristiche incarnate nell’ultimo dei profili ricostruiti dall’autore, quello che i russi ricordano ancor di più di “Lady Morte”: ci si riferisce a Simo Häyä che, durante l’invasione sovietica della Finlandia nel 1939/1940, in 100 giorni uccise più di 500 nemici con un M28-30 (di fabbricazione russa). Il che gli valse il soprannome di “Morte Bianca”. Secondo alcune stime, inoltre, le sue vittime potrebbero essere state molte di più, circa 800 [7].

A questa figura è dedicato un altro libro della stessa casa editrice: Simo Häyä. La morte bianca (Torino, WarWave, 2021) scritto dall’ottima penna di Andrea Larsen che di WarWave è la pietra angolare. Si parte da una premessa ineludibile che l’Autore mette subito in chiaro: la scelta di dare alle stampe un volume simile è «il dovere di ricordare ciò che avvenne in passato e di farlo nella sua completezza, non permettendo che alcuni capitoli del libro della Storia vengano stracciati via, privando le vittime anche della memoria» (p. 9). Un incipit dal sapore defeliciano che non potevamo non apprezzare.

All’epoca, l’Armata Rossa fece di tutto per stanare Simo: raid aerei, artiglieria pesante. Eppure nulla: solo un colpo di striscio ‒ alla mandibola ‒ che lo colpì, il 6 marzo 1940, lasciandolo privo di coscienza per una settimanella. Simo riuscì nell’intento di non farsi mai scoprire essenzialmente per due motivi: sparava da terra piuttosto che da posizioni sopraelevate e lo faceva senza mirino che rifletteva la luce del sole fornendo, de facto, una coordinata al nemico sulla sua posizione. Una lezione, questa, che lo stesso “Leon”, nel film di Luc Besson, fornisce a Mathilda Lando nella magistrale pellicola del 1994. Ma questa è un’altra storia, direbbe qualcuno.

Tornando al volume di Larsen ‒ non nuovo a iniziative editoriali originali e da regalarsi per arricchire la propria libreria (meglio cartacea, ma se si vuole anche quella Kindle) ‒, nella consueta cura della veste grafica, offre anche un apparato iconografico non scontato e ben fatto. Ma, ciò che più sorprende, è la trattazione qua talis della vicenda: cosa rara, di questi tempi di fantasiose ricostruzioni storiche use mettere Clio al servizio dell’ideologia e del cerchiobottismo [8]. Come conferma il fatto che «uno dei più eccezionali combattenti anticomunisti non sia stato mai ritenuto degno di un film dai produttori americani» (p. 13).

D’altra parte è tristemente notorio che per la vulgata, chi sceglie di «combattere per la libertà propria e della propria terra» (p. 15) non vada, propriamente, di moda. Non sorprende, dunque, che potrete scorrere gli indici dei nomi di qualsiasi libro di testo senza trovare il cognome Häyä. O del fatto che, nel secondo conflitto mondiale, «la Finlandia subì degli orribili e spietati attacchi da numerosi gruppi partigiani russi che presero come bersaglio le popolazioni civili dei villaggi» (p. 71). Il tutto, in barba alla Convenzione di Ginevra. Ma tant’è.

La vicenda di Simo, inoltre, risulta attuale per chi volesse porsi delle domande sul dilemma morale di come giudicare ‒ facendo leva sul senso critico, non sull’infatuazione dogmatico-ideologica che lo stesso Marx condannava [9] dei comunisti convertitisi al fondamentalismo tout court ‒ chi abbraccia le armi per difendersi dall’invasore.

Fu così per i Finlandesi contro i Russi, per i Vietnamiti contro gli Americani, per i Francesi contro i Tedeschi e così via. Si potrebbe citare, tra gli altri, il caso di Charles De Gaulle, «uomo fondamentalmente di destra, che seppe attingere alle tradizioni ideologiche di un passato glorioso la forza morale per un compito immane» [10] diventando il simbolo dell’intera resistenza francese al nazismo. E il caso degli antifascisti della Brigata Osoppo che, a Porzus, morirono sotto i colpi dei comunisti filo-titini con i quali, fino a qualche giorno prima, combatterono fianco a fianco [11].

Esempi ‒ e ce ne sarebbero molti altri ‒ di conflitti morali, prima ancora che ideologici, nei quali seguendo le strade del dogmatismo risulta impossibile scindere i buoni dai cattivi, le vittime dagli aggressori, come magistralmente ricostruito qualche giorno fa da un articolo di Francesco Lamendola [12]. E che solo assumendo come bussola i valori della traditio [13] e della coerenza ‒ che non è ortodossia ‒ si può invece analizzare con senso critico, distaccato, proprio dello storico e dell’Uomo e della Donna della Tradizione. Prendendo giustamente le distanze da opere di compilazione événementielle o indulgenti nei più vieti e biechi metodi della histroire idéologisante e ‒ Dio ce ne liberi ‒ da quelle «di rigorosa impostazione marxista» [14].

Il tutto per non correre il rischio  “da sinistra” come “da destra”  che ha invece travolto chi ha ceduto alla tentazione revisionista di giungere «alla revisione del proprio medesimo revisionismo» [15].

Che Larsen ‒ vivaddio! ‒ riesce a evitare in ogni pagina scritta di suo pugno. Motivo per il quale invitiamo tutti, a seguirlo (anche) qui: https://www.youtube.com/c/RazzaEstinta/playlists.

Buon pro vi faccia. 

Note:

[1] P. Mauri, “One shot one kill”: i migliori cecchini della storia, in «Il Primato Nazionale», del 28 giugno 2017, ora in https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/one-shot-one-kill-i-migliori-cecchini-della-storia-68332/.

[2] V. Naumann, I 10 cecchini più letali della storia. Storia, tecniche, attrezzatura, e segreti dei più temuti soldati dei campi di battaglia, Torino, WarWave, 2021.

[3] H. Bauernebel, Bester Scharfschütze der Welt kämpft jetzt für die Ukraine, in «Bild», del 10 marzo 2022, ora in https://www.bild.de/politik/ausland/politik-ausland/putins-alptraum-bester-scharfschuetze-der-welt-kaempft-jetzt-fuer-die-ukraine-79406450.bild.html.

[4] AA.VV., Charcoal: la cecchina che Kiev paragona a “Lady Death”, l’ucraina che uccideva i nazisti durante la seconda guerra mondiale, in «Il Messaggero», del 7 aprile 2022, ora in https://www.ilmessaggero.it/mondo/charcoal_cecchina_ucraina_chi_e_guerra_russia_lady_death_ultime_notizie-6612573.html.

[5] A. Del Prete, La cecchina che odia i russi. “Spara come Lady Morte”, in «Quotidiano Nazionale», dell’8 aprile 2022, ora in https://www.quotidiano.net/esteri/la-cecchina-che-odia-i-russi-spara-come-lady-morte-1.7546923.

[6] V. Naumann, I 10 cecchini più letali della storia…, cit., p. 6.

[7] G. Fazio, Chi era ‘la morte bianca’, il più infallibile cecchino della storia, in «AGI», del 12 agosto 2019, ora in https://www.agi.it/estero/morte_bianca_cecchino_finlandese-6010008/news/2019-08-12/.

[8] R. Bonuglia, La “sinistra” rimozione della Storia, in «Corriere delle regioni», del 12 dicembre 2021, ora in https://www.corriereregioni.it/2021/12/12/la-sinistra-rimozione-della-storia-di-roberto-bonuglia/.

[9] Quando, il 15 settembre 1850, Marx prese le distanze e si «separò da quei comunisti che volevano continuare con le cospirazioni» H. Denis, Storia del pensiero economico, vol. II, Da Marx a Keynes ai contemporanei, Milano, Mondadori, 1990, p. 102.

[10] A. Saitta, DE GAULLE, Charles-André-Joseph-Marie, in AA.VV., Enciclopedia Italiana, vol. II, Appendice, Roma, Treccani, 1948, ad vocem.

[11] R. Bonuglia, Dalle foibe a Porzûs il febbraio “corto e amaro” del negazionismo di sinistra, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”, del 9 febbraio 2020, ora in http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/storia-e-identita/storia-della-guerra-civile/8407-foibe2.

[12] F. Lamendola, Chi aggredisce chi? La storia è una falsa scienza, in «Corriere delle Regioni», dell’8 aprile 2022, ora in https://www.corriereregioni.it/2022/04/08/chi-aggredisce-chi-la-storia-e-una-falsa-scienza/.

[13] R. Bonuglia, Focus. Se la democrazia diventa “regime” e gli intellettuali vassalli omologati, in «Barbadillo», del 1° febbraio 2020, ora in https://www.barbadillo.it/87646-focus-se-la-democrazia-diventa-regime-e-gli-intellettuali-vassalli-omologati/.

[14] G. Aliberti, «Annales» e storiografia italiana: itinerario problematico di un giovane ricercatore, in «Clio», a. XV, n. 3, del luglio-settembre 1979, p. 382.

[15] G. Aliberti, I pronipoti di Oriani, in «Elite&Storia», a. III, n. 2, dell’ottobre 2003, p. 8.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Dell’11 Aprile 2022

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