venerdì, 20 Maggio 2022
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Santo o anticristo? Savonarola per due sommi artisti di Francesco Lamendola

Nel trapasso dal Medioevo alla modernità, egli ha lanciato il suo grido d’amore e di allarme, per mettere in guardia “le anime” e ricondurle sulla strada del bene e del vero di Francesco Lamendola  

La forte e ispirata personalità di Fra’ Girolamo Savonarola si erge potente e allo stesso tempo enigmatica sul limitare fra Medioevo e Rinascimento e continua a interrogare oggi, come allora, gli uomini, divisi fra l’attrattiva del mondo e il desiderio della grazia, come una domanda senza risposta e quasi come una sfida perenne alle nostre certezze, vere o presunte, e un invito a ripensare il senso della nostra vita nonché dell’intera vicenda umana, alla luce delle verità eterne e del destino ultimo di tutte le cose create.

Già in vita, e poi, ancor più, dopo la sua drammatica fine, egli è stato un grande segno di contraddizione: ha letteralmente cambiato la vita di molti, ha frugato nei cuori come pochi altri e ha fatto emergere impietosamente, ma salutarmente, contraddizioni, debolezze nascoste e fragili compromessi di coscienza. Alcuni hanno visto in lui e nella sua opera niente meno che un annuncio della Riforma: non si sa bene su quale base effettiva, dal momento che nei suoi scritti e nelle sue prediche certo non si trova neppure un presentimento di quello spirito di rivolta e di libera interpretazione delle Scritture che sarebbero state, appena una ventina di anni dopo (la sua morte sul rogo è del 1494; le Novantacinque tesi di Wittenberg, del 1517) le caratteristiche del pensiero di Lutero. Altri hanno voluto salutarlo come il profeta del Rinascimento incipiente: e anche questa tesi è quanto mai stiracchiata, visto che il senso profondo della sua battaglia è stato di segno esattamente opposto. Se Rinascimento significa libera autodeterminazione dell’uomo e affermazione della sua centralità nel mondo e nella storia, Savonarola, al contrario ammoniva i suoi contemporanei che uno solo è il re e signore del cielo e della terra, uno solo il padrone della storia e di tutte le cose e terrene; e che gli uomini, allontanandosi da Lui per inseguire le vanità di questo mondo, si stavano letteralmente scavando la fossa sotto i piedi. Il suo era quindi un richiamo di sapore millenaristico alla fine dei tempi e alla vanità di tutto ciò che è immanente: pertanto lo si comprende meglio inquadrandolo nella cornice della cultura e della spiritualità tardo-medievali che in quella rinascimentale e moderna.

C’è anche chi lo ha visto come un sincero riformatore della Chiesa e della vita morale: e questa è già una lettura, a nostro avviso, più vicina al vero. Sì, Fra’ Girolamo fu essenzialmente un riformatore (anche in senso sociale): ma non, lo ripetiamo, alla maniera di Lutero, ossia un rivoluzionario sprezzante della Tradizione e pronto a contestare tutto, ma proprio tutto, della Sposa di Cristo, dalla dottrina della salvezza al sacerdozio come ordine separato dal laicato; niente affatto. Egli volle ribadire con forza tutte le verità della dottrina, e infatti i suoi tenaci avversari invano si sono affaticati a cercare nelle sue parole e nei suoi scritti qualche punto che fosse in contrasto con il Magistero perenne. Di più: egli è stato ammirato e venerato da alcuni grandi Santi, come santa Caterina de’ Ricci, monaca domenicana  del convento di San Vincenzo a Prato, morta nel 1590, e come san Filippo Neri, il quale raccomandava ai fedeli la lettura delle sue opere (poste all’Indice nel 1559 e poi “sdoganate” nel 1740), sostenendo che nessun altro testo era suscettibile d’innalzare così tanto le anime a Dio. In punto di morte, del resto, egli ricevette, e accettò, la remissione dei peccati da quel papa Alessandro VI che di fatto lo mandava al rogo: il che significa che egli è morto in comunione con la Chiesa, rappacificato e perdonato. Resta la scomunica del maggio 1497: ma ormai è definitivamente accertato che si trattò di un falso, commissionato da Cesare Borgia per ragioni squisitamente politiche, e al quale il papa, per debolezza nei confronti di quel suo amatissimo e terribile figlio naturale, non osò opporsi, né tanto meno denunciarne pubblicamente il carattere fraudolento.

Come è tipico delle nature mistiche, impetuose, generose fino alla temerarietà, egli è stato un uomo altamente divisivo, come si direbbe oggi: il che ci suggerisce di ripensare quel concetto, e ci invita a riconoscere francamente che il primo personaggio divisivo nella storia del cristianesimo è stato proprio Gesù Cristo, il quale disse (Luca 12,51-53):

51Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. 52D’ora innanzi in una casa di cinque persone 53si divideranno tre contro due e due contro tre;

padre contro figlio e figlio contro padre,
madre contro figlia e figlia contro madre,
suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Il problema non è se il cristiano possa o debba essere “divisivo”, perché la risposta non può essere che affermativa; il punto è su cosa si debba suscitare, per mezzo di lui, la divisione. Se essa nasce da una forma di superbia e di orgoglio e se fa leva sui bassi istinti e rinfocola la parte peggiore che giace al fondo dell’anima umana, allora è certamente da condannare; ma se ridesta nell’anima le forze migliori, se favorisce la conversione, se spinge gli uomini a fare i conti con la dimensione dell’eternità, e quindi a ritornare al Padre celeste, allora è naturale che essa susciti anche la reazione rabbiosa dei nemici del vero e del bene: ciò fa parte del normale ordine delle cose e non è affatto un male da evitare, anzi è il segno che il cristiano sta vivendo e operando come si addice a chi vuol essere nei fatti, oltre che a parole, un discepolo di Gesù Cristo. E noi riteniamo che ciò che fece fra Girolamo Savonarola nascesse da un santo zelo nei confronti delle cose di Dio; uno zelo forse non sempre temperato dalla prudenza e dalla moderazione: ma Gesù era forse prudente e moderato allorché scacciava i profanatori dal tempio, rovesciando i tavoli dei cambiavalute e agitando un fascio di corde?

Negli ultimi anni della sua vita terrena, e poi dopo la morte, fra Girolamo ha continuato a dividere profondamente gli animi e le opinioni. Un grandissimo artista del suo tempo, il pittore Sandro Botticelli (morto nel 1510, dodici anni dopo Savonarola), universalmente noto per opere d’ispirazione paganeggianti come La Primavera e La nascita di Venere, rimase talmente colpito dalla sua personalità e dal suo richiamo alla caducità delle cose mondane, da avere una forte crisi spirituale e da porre il suo pennello al servizio della conversione delle anime e a difesa del frate domenicano. Già in opere come La Calunnia, che pure fu composta fra il 1491 e il 1494 e dunque prima della condanna e dell’esecuzione del priore di San Marco, Botticelli mostra di voler cambiare, non già stile, ma tonalità e senso profondo della propria opera: non più la celebrazione della bellezza effimera di quaggiù, ma una drammatica riflessione sulla vita dell’anima posta di fronte alle verità ultime della grazia e del peccato, del cielo e dell’inferno. 

Viceversa un altro grande pittore vissuto negli stessi anni (e morto nel 1523), Luca Signorelli, del frate di San Marco a Firenze si era fatto un’idea esattamente opposta, tanto da raffigurarlo, molto probabilmente, nei panni dell’Anticristo profetizzato dal libro dell’Apocalisse, negli affreschi della famosa Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto, con tutto il codazzo infernale da Satana e degli altri diavoli, raffigurati mentre si scatenano con orribile ferocia, torturandole sadicamente, contro le anime che hanno meritato la dannazione. In una scena, quella del falso profeta, lo vediamo addirittura predicare alle folle dietro suggerimento diretto del Principe dell’Inferno, il quale gli sussurra all’orecchio ciò che deve dire per spingerle sulla via della perdizione. Difficile immaginare un giudizio più impietoso nei confronti del già defunto fra Girolamo.

Ha scritto lo storico francese Ivan Cloulas (1932-2013) nel suo libro Savonarola (titolo originale: Savonarole, Fayard. 1994; edizione italiana a cura di Michele Corrieri, Edizioni Piemme, 1998, e Famiglia Cristiana, 2003, pp. 347-349):

Nel 1500 Sandro Botticelli, membro del partito piagnone, aveva dipinto una “Natività mistica”, oggi alla National Gallery di Londra. In essa figura un’iscrizione in greco: «Io, Sandro, ho dipinto questo quadro alla fine del 1500, nel mezzo delle sventure d’Italia, nella metà del tempo dopo il tempo, secondo il capitolo undicesimo di san Giovanni, alla seconda sciagura dell’Apocalisse, quando Satana fu scatenato sulla terra per tre anni e mezzo. Poi, secondo il capitolo dodicesimo, egli sarà di nuovo incatenato e lo vedremo calpestato come in questo dipinto».

Secondo il calendario fiorentino la fine dell’anno 1500 corrisponde all’inizio del 1501, epoca in cui Firenze fu minacciata dall’esercito di Cesare Borgia e da una nuova crisi interna. L’undicesimo capitolo del “Compendio di rivelazioni” parlava della Città santa che sarebbe stata oppressa per quarantadue mesi, mentre il dodicesimo capitolo descriveva la donna vestita di sole da cui sarebbe nato il futuro signore di tutte le nazioni.

La “Natività mistica” di Botticelli si proponeva come allegoria delle sventure d’Italia: iniziate con l’invasione di Carlo VIII, esse sarebbero terminate con l‘esaltazione di Firenze, la Città santa, realizzatrice della promessa messianica. Sopra la madre e il bambino sono raffigurati degli angeli che, raccolti in cerchio, tengono rami d’ulivo e corone. Più in alto, uomini e angeli si stringono dietro un corso d’acqua calmo, mentre smilzi demoni fuggono questa riconciliazione tra il cielo e la terra. È l’annuncio della nuova era che, nei calcoli suggeriti dal pittore, avrebbe dovuto cominciare alla fine del 1502 o all’inizio del 1503, secondo il nostro calendario, proprio dopo la nuova riforma della costituzione di Firenze.

Botticelli dipinse altri quadri che si riferiscono senz’ombra di dubbio alla profezia di Savonarola. Tra questi la “Crocifissione” del Fogg Museum of Art dell’università di Harvard, in cui si esprime una fortissima speranza nel rinnovamento di Firenze. La croce divide il quadro in due scene: a destra di chi guarda, l’arista ha dipinto l’ira e il castigo divino; a sinistra, il pentimento, la redenzione e la gloria. A destra, dei tizzoni ardenti cadono da un cielo cupo su un paesaggio urbano che rappresenta Roma, dove sta un angelo che sferza un animale dal pelame ispido, forse il marzocco, il leone araldico di Firenze. A sinistra, il cielo è rischiarato da un cerchio di luce sfavillante, al cui centro si staglia una figura venerabile che presenta allo spettatore un libro aperto. Su Firenze immersa nella luce scendono degli scudi bianchi, su cui campeggiano delle croci rosse. Al di sotto, una bella donna dal lunghi capelli rosso oro, una Maddalena pentita, la Repubblica di Firenze, abbraccia la croce. Un animale selvaggio, forse un lupo, simbolo dei persecutori della Chiesa, sfugge dalle pieghe del suo mantello. Firenze è dunque rappresentata tre volte, nei tre temi del ciclo profetico di Savonarola: dapprima sotto il castigo divino, quindi pentita ai piedi della croce, infine trionfante e immersa nella luce del libro aperto della rivelazione divina.

Proprio mentre Botticelli proclama con la sua pittura la fede nel profeta di Firenze, nel duomo di Orvieto un altro artista, Luca Signorelli, dipinge sui muri della cappella della Madonna di San Brizio un manifesto antisavonaroliano di rara violenza. Questo ciclo di affreschi, commissionato al pittore mediante contratto il 27 aprile 1500, rappresenta la fine del mondo. Uno di essi tratta l’episodio dell’Anticristo, la cui apparizione precederà il giudizio universale. Secondo la leggenda riferita da Jacopo da Varazze, una serie di segni contrastanti permetterà di riconoscerlo; l’Anticristo darà false spiegazioni del senso della Scrittura, ma compirà dei miracoli; distribuirà doni agli uomini, ma infliggerà anche dei supplizi. È un personaggio diabolico, ricorrente nelle rappresentazioni dei misteri. Per raffigurarlo, tuttavia, Luca Signorelli non si limita a rifarsi alla  tradizione teatrale, ma allude chiaramente alla vicenda di Savonarola.

In primo piano, sulla sinistra, il pittore osserva il quadro da spettatore: si raffigura in compagnia dell’artista che prima di lui ha lavorato in duomo, il Beato Angelico, che era stato frate in San Marco a Firenze. Dietro di loro iniziano le violenze. Un boia strangola la sua vittima e un domenicano giace con il cranio spaccato tra numerosi cadaveri. Più in là, una folla di uomini e donne ascolta il falso Messia che predica su un piedistallo adorno di un cavallo che trascina il suo cavaliere, simbolo dell’orgoglio. Il demonio suggerisce il discorso dell’Anticristo, mentre costui, con la mano destra, indica imperiosamente se stesso al popolo a cui mostra, con la mano sinistra, un mucchio di oggetti preziosi, piatti, bruciaprofumi, vasi d’oro, ammucchiati ai suoi piedi. Tra gli astanti, un mercante conta delle monete d’oro nelle mani di una donna.

Sullo sfondo, a destra, sono raffigurate tre scene, dietro le quali si erge la massa enorme di un edificio con portici e cupola, raffigurante il tempio di Gerusalemme, simbolo della Chiesa. Al centro un domenicano legge la Bibbia, un altro indica il Cielo come in attesa di segni: le prediche del falso profeta. A sinistra, c’è un falso miracolo, la pretesa risurrezione di una morta; a destra ci sono delle esecuzioni capitali: un vecchio cencioso attende la decapitazione. Più in là, sotto il portico del tempio, tra cupe figure di soldati armati di lance, un frate incappucciato sorveglia le esecuzioni.

La conclusione della storia occupa la parte sinistra dell’affresco. L’Anticristo viene fatto precipitare dall’alto del cielo da san Michele. Cade folgorato, mentre raggi di fuoco si abbattono sui suoi seguaci, i cui cadaveri già disseminano il suolo.

Per i contemporanei fu facile individuare in queste scene gli episodi della storia di Savonarola. In primo piano erano chiaramente rappresentati gli eccessi della rivoluzione del 1494, con il sedicente profeta che annuncia al popolo la volontà di Satana e impone pesanti esazioni ai notabili fiorentini, spogliandoli delle opere possedute, ammucchiate per i righi delle vanità.

Il predicatore domenicano in secondo piano richiamava la dittatura morale di Savonarola, basata su letture tendenziose della Bibbia; il falso miracolo ricordava le spettacolari sfide del frate a Dio perché confortasse il suo operato con dei prodigi; le esecuzioni, infine, alludevano ai fatto dei cinque congiurati medicei, avvenute il 22 agosto 1497, di cui Savonarola era ritenuto (a torto, va detto) responsabile, la cui vittima più illustre fu il settantacinquenne Bernardo del Nero, ex gonfaloniere. La sconfitta dell’Anticristo ad opera del fuoco divino e il severo castigo dei suoi seguaci alludevamo al rogo del frate e alla disfatta del suo partito.

Noi siamo soliti raffigurarci il Rinascimento, e particolarmente l’arte rinascimentale, come quanto di più lontano si possa immaginare dal senso drammatico della vita proprio del cristianesimo, e specialmente del cristianesimo millenaristico. Abituati a vedere le opere degli artisti rinascimentali come rivolte all’evocazione di una bellezza tutta mondana e immanente, d’ispirazione più o meno esplicitamente pagana, ci sembra impossibile conciliare una simile idea, che ci  è stata largamente instillata dai professori del liceo e dai libri di testo scolastici ma che non abbiamo mai approfondito, né verificato, con quella vena tesa e sofferta che emerge da opere come quelle ora considerate di Sandro Botticelli e di Luca Signorelli, per i quali, evidentemente, la dottrina dei Novissimi – morte, giudizio, inferno e paradiso – era tutt’altro che acqua fresca, anzi qualcosa su cui meditare e davanti alla quale riesaminare il senso della propria arte e della propria vita.

Il fatto è che l’uomo del Rinascimento non si è svegliato un mattino e ha deciso che tutto quanto aveva ricevuto in eredità dai secoli del Medioevo andava gettato via, in nome di una visione serena ed epicurea dell’esistenza umana. Il Rinascimento, al contrario, è stato un’epoca di travaglio e di crisi (specialmente per l’Italia, la sua culla ideale e materiale): crisi radicale dell’economia, della finanza, del lavoro, della politica, della cultura, della scienza e del pensiero, oltre che dell’arte,  della poesia e della musica. È semplicistico e puerile immaginare che gli uomini sensibili e riflessivi di quel tempo siano stati incoscientemente spensierati, e che gli artisti vissero in un mondo separato e tutto loro, una sorta di turris eburnea ove rifugiarsi ed evadere dalle difficoltà del mondo reale. Certo, un poco alla volta si stava facendo strada una mentalità nuova, ampiamente influenzata dal materialismo, dal pragmatismo e dal relativismo; e così come cambiava la committenza e si modificavano le basi economiche della professione dell’artista, veniva mutando anche la prospettiva estetica e spirituale dalla quale egli si poneva. Ma ciò non avvenne da un giorno all’altro, né senza lotta interiore: e come dubitarne, del resto? Il nuovo stile di vita, che si sarebbe sempre più accentuato, sino  culminare nella follia contemporanea, era ed è talmente innaturale, talmente sforzato, talmente lontano da ciò che piace a Dio e che fa star bene l’anima, che nessun uomo vi si può adattare senza intima sofferenza.

È in questa luce, secondo noi, che vanno lette e analizzate le grandi opere del Rinascimento: dietro la loro algida e geometrica perfezione formale, c’è un’anima lacerata e sofferente che si dibatte in una lotta per la vita e per la morte, sullo sfondo del suo destino eterno.

Il grande merito di Girolamo Savonarola, a nostro avviso, è stato questo. In un’epoca decisiva della storia umana, quella del trapasso dal Medioevo alla modernità, egli ha lanciato il suo grido d’amore e di allarme, per mettere in guardia le anime e ricondurle sulla strada del bene, del vero e della pace.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 16 Aprile 2022

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