venerdì, 20 Maggio 2022
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Le radici divisive del 25 aprile di Roberto Bonuglia

Le radici divisive del 25 aprile. Tra manipolazioni e censure. Un “senso”, quello “comune”, coltivato intorno al “culto del 25 aprile”, frutto di anni di falsificazioni, mistificazioni, tra “damnatio memoriae” e anatemi ideologici di Roberto Bonuglia

Francesco Ferrucci fu ucciso il 3 agosto 1530 poco dopo la battaglia di Gavignana durante la quale aveva respinto, per ben sette volte, i nemici. Ferito, venne condotto davanti a Fabrizio Maramaldo che dopo averlo fatto financo disarmare ‒ in barba a tutte le regole della “cavalleria” ‒ infierì su di lui ferendolo a sangue freddo e dando mandato ai suoi soldati di finirlo [1].

Era il 5 novembre 1851 quando con la fucilazione del sacerdote mantovano Giovanni Grioli presero avvio le esecuzioni sommarie per mano austriaca dei mazziniani che passarono alla storia come “i martiri di Belfiore” [2].

Il 28 giugno 1857 fu lo sbarco a Sapri della spedizione di Carlo Pisacane a impattare rovinosamente e tragicamente con la feroce ignoranza delle masse contadine, più che contro gli “attruppamenti” borbonici [3] che furono sempre poca cosa.

A Pola, il 10 agosto 1916, fu giustiziato Nazario Sauro. Nato a Capodistria nel 1880 quando l’Istria era austro-ungarica, ma sentitosi sempre italiano a tal punto da riuscire ad arruolarsi nella Regia Marina Militare per combattere gli austriaci. Riconosciuto da alcuni marittimi del luogo e messo a confronto con i familiari, la madre e la sorella ‒ per tacita intesa ‒ fecero finta di non conoscerlo. Non così il cognato Luigi Steffé che, de facto, lo espose all’accusa di alto tradimento e alla condanna «a morte mediante capestro» [4].

Sorte simile, insomma, a quella di Giuseppe Cesare Battisti che ‒ nato anch’egli sotto la dominazione austrica ma in Trentino ‒ si arruolò tra gli Alpini fornendo loro preziose informazioni strategiche. Ne ricavò l’incarico di conquistare il monte Corno senza però, ricevere i rinforzi previsti: il 10 luglio 1916, dopo una notte di combattimenti cadde prigioniero insieme con un giovane istriano di nascita, Fabio Filzi. L’indomani, «incatenati su due carrette, percossi e oltraggiati lungo il cammino, i due prigionieri furono condotti a Trento e sottoposti a una corte marziale, che li giudicò colpevoli di alto tradimento, condannandoli all’impiccagione» [5]. La sentenza fu eseguita il 12, giorno in cui Battisti pronunciò le sue ultime parole: «Viva Trento italiana! Viva l’Italia» [6].

Da Ferrucci a Filzi, insomma: eroi morti per mano nemica diversa in tempi e circostanze tra loro altrettanto dissimili, ma legati da un sottile filo rosso, quello di essere rei per aver compiuto atti di coraggioso patriottismo che la sfortuna rese vani. «Mancò la fortuna, non il valore», insomma, come recita la bianca targa marmorea posta nel deserto egiziano ‒ il 1° luglio 1942 ‒ dai Bersaglieri del 7° Reggimento.

Una differenza, però, risulta evidente tra le vicende citate e l’ultima, essendo le prime libere di venire utilizzate «dalle ricorrenze storiche per consolidare la […] legittimità, rivendicare una terra perduta, onorare la memoria di un precursore o di un fondatore» [7], a differenza di quanto invece, tra le due guerre, è stato fatto per «tenere vivo il sentimento dell’ingiustizia subita e il desiderio di riscossa, rivalsa, vendetta» [8].

Un’asimmetria che trova riscontro e risultanza nel 25 aprile, la data più rossa di tutte sul calendario che, in tempi non sospetti, suggerì il quesito se fosse più lecito, ormai, considerarla festa della liberazione o dell’odio [9] come evidenzia il trend di polemiche ed esclusioni che funesta ‒ ormai da anni ‒ tale ricorrenza come già ricostruito su queste virtuali colonne [10].

Il problema principale del 25 aprile e delle sue celebrazioni affonda intimamente le sue radici in un equivoco univoco: ogni culto, divino o meno, non dovrebbe mai separarsi dalla misura e dal vaglio della ragione, da una coscienza critica e autonoma dei suoi valori. In una parola sola, dal buonsenso.

L’edizione 2020 dello “Zingarelli” descrive tale termine come «la capacità di comportarsi con saggezza e senso della misura, attenendosi a criteri di opportunità generalmente condivisi» [11]. Una definizione che pone la questione di quanto il “buonsenso” sia lontano e non sovrapponibile con l’attuale declinazione assunta dal “senso comune” di non vichiana memoria [12].

Lo sottolinea l’Accademia della Crusca quando ricorda che il concetto del primo, all’ombra dell’affermazione della ragione illuminata, sia scivolato «verso il senso comune, ora inteso sempre più spesso come generico ‘sentire, opinione della maggioranza’: una deriva semanticamente e culturalmente pericolosa, che rischia di smarrire una differenza importante, perché il buonsenso inteso come uso moderato, equilibrato della ragione non coincide, purtroppo, col senso comune, come ci ricorda il Manzoni del XXXII capitolo dei Promessi Sposi: “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”» [13].

Un “senso”, quello “comune”, coltivato intorno al “culto del 25 aprile”, frutto di anni di falsificazioni, mistificazioni, censure storiche, tra damnatio memoriae e anatemi ideologici che hanno caratterizzato l’uso sciovinistico della storia almeno su due livelli.

Il primo di questi è stato ben colto da Sergio Romano sottolineando come “gli storici di sinistra” «anziché glorificare la patria e i suoi eroi sfortunati», abbiano sovente preferito «evocare i ribelli, gli insorti o addirittura i banditi» [14]. Lo conferma la lunga querelle sugli studi e le interpretazioni del Risorgimento italiano dei “pronipoti di Oriani”, per dirla con Giovanni Aliberti [15], erede della cattedra che fu di Renzo De Felice nonché maestro di storiografia e arguzia (venite adoremus).

Il secondo livello, come noto, è la “sinistra” manipolazione della storia che ha negato a Clio di essere qua talis ‒ cioè di far parlare i documenti, non i punti di vista dei sedicenti storici ‒ imbavagliandola con un sensazionalismo politico-ideologico che, tranne in rari casi, ha trionfato sulla Storia vera, «quella con la “esse” maiuscola in quanto volta alla ricostruzione fattuale della realtà storica» [16].

Tanti gli esempi in tal senso. Uno su tutti: in Italia bisognerà aspettare il 1960 per vedere la pubblicazione di un servizio fotografico ‒ in allegato al settimanale Gente [17], in ben 18 puntate dal n. 34 al n. 51 ‒ che, per la prima volta, dava spazio a documentazione fotografica e testimoniale dalla quale risultò, tra le altre cose, «che molti partigiani, i cui nomi figuravano tra quelli dei caduti nella lotta contro i tedeschi e i fascisti, erano stati assassinati invece da partigiani comunisti» [18]. “Testimoni muti”, per dirla con Diego Zandel, e con biografie convergenti nel triste epilogo a tanti personaggi che animano le pagine del suo più riuscito lavoro dedicato alle foibe, all’esodo giuliano-dalmata, all’esilio e agli odi e pregiudizi politici [19].

Le inevitabili polemiche che ogni 25 aprile si porta appresso sono il frutto di un depauperamento delle indagini storiche creato da distorsioni in nome di dogmatismi e monopolismi della memoria. Per anni, dopo la “liberazione”, studiosi e scrittori hanno trovato spazio negli Atenei e nelle “Terze pagine” culturali dei quotidiani guardandosi bene dallo scrivere ciò che fosse scomodo tirando altresì ognun per se stesso «acqua al proprio mulino, con le sue tesi da dimostrare, la sua linea d’azione da proporre, o i suoi rancori da sfogare» [20].

Un insieme di strumentalizzazioni che hanno fatto del confronto con il passato un’approssimazione messa al servizio di fini didattici ‒ confermati dall’uso funzionale della compilazione dei manuali scolastici e dalle lacune volutamente caratterizzanti, per decenni, gli stessi ‒ o, peggio ancora, dichiaratamente politici.

Un quadro d’insieme che ha formato generazioni di italiani durante la Prima Repubblica «nell’ignorata realtà di una storia d’Italia del tutto opposta a quella della storiografia ufficiale» [21] grazie al monopolio degli studi storici, delle produzioni culturali, del centralismo della vulgata contro la quale si erse ‒ pagandone il prezzo [22] ‒ il magistero di Renzo De Felice costruito non sulle opinioni ma sui documenti che evidenziarono le mistificazioni frutto del «furbesco e prepotente esibizionismo, da cui deriva una concezione a un tempo egoistica, opportunistica e non democratica dell’individuo e della società» [23], della storiografia “di sinistra”.

Il tutto, in tal senso, abbracciando una chiara impostazione pedagogica  in senso marxista, ossia non volta alla formazione uomini con un proprio patrimonio culturale bensì a forgiare «combattenti per il progresso sociale che […] “solo” crea ed educa veri uomini» [24] ‒ della storia: «screditare l’avversario agitando contro di lui il ricordo delle sue malefatte» [25] vere o presunte che esse siano state e, al contempo, ridimensionando le proprie.

E, non ultimo in ordine di importanza, usando la ghigliottina della censura fuori e dentro i confini domestici della produzione culturale. Un esempio su tutti, i Quaderni di Gramsci: morto come noto nel 1937, furono postume le sue Lettere dal carcere quanto tutti gli altri volumi dell’opera magna. Ma la prima edizione delle pagine gramsciane curata da Felice Platone [26] assemblata per aree tematiche in un’edizione “popolare” ‒ pensata tale poiché «agevol[asse] al massimo la lettura e la rend[esse] accessibile al maggior numero possibile di lettori»; (sotto la supervisione di Palmiro Togliatti)» [27] ‒ è tutt’altro che esente dalla mano censoria ‒ ma solo pedagogicamente, ben s’intende… ‒ come risulterà evidente dalla successiva edizione del 1975 del nuovo curatore Valentino Gerratana [28].

Come ricorda Paolo Simoncelli, infatti, «i timori per non procedere all’edizione integrale dei Quaderni, sarebbero stati esplicitati nei Diari (1933-1949) del bulgaro Georgi Dimitrov, il mitico vice di Stalin al vertice dell’Internazionale comunista (edizione tradotta in italiano nel 2002): in una lettera di Togliatti a Dimitrov […] si legge che “I quaderni di Gramsci […] contengono materiali che possono essere utilizzati solo dopo un’accurata elaborazione […] potrebbero non essere utili al Partito» [29]. Lettera, questa, vergata ironia della sorte ‒ o per vezzo di Clio ‒ proprio durante un 25 aprile, quello del 1941.

Tanto per capire quanto tra “storia e politica”, “passato e presente”, prevalessero e abbiano prevalso sempre i primi dei due termini congiunti col loro opposto.

Note:

[1] G. de Blasiis, Fabrizio Marramaldo e i suoi antenati, in «Archivio Storico per le Provincie Napoletane», a. III, n. 2, del 1878, pp. 369-370.

[2] A. Luzio, I martiri di Belfiore e il loro processo. Narrazione storica documentata, Milano, Tip. Cogliati, 1905.

[3] C. Pinto, Pisacane, Carlo, in AA.VV., Dizionario Biografico degli Italiani, vol. LXXXIV, Roma, Treccani, 2015, ad vocem.

[4] M. Baioni, Sauro, Nazario, in ivi, vol. XC, Roma, Treccani, 2017, ad vocem.

[5] G. Arfé, Battisti, Cesare Giuseppe, in ivi, vol. VII, Roma, Treccani, 1970, ad vocem.

[6] G. Tomasoni, C. Nuvoli, La Grande Guerra. Raccontata dalle cartoline, Trento, Edizioni Arca, 2004, p. 216.

[7] S. Romano, Il ricatto del passato, in «Nuova Storia Contemporanea», a. IX, n. 4, luglio-agosto 2005, p. 7.

[8] Ibidem.

[9] R. Bonuglia, Il 25 aprile 75 anni dopo: festa della liberazione o dell’odio?, in «Il Primato Nazionale», del 25 aprile 2020, ora in https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/25-aprile-festa-liberazione-odio-154151/.

[10] R. Bonuglia, Verso il 25 aprile. Se il buongiorno si vede dal mattino… Bella Ciao!, in «Corriere delle Regioni», del 20 aprile 2022, ora in https://www.corriereregioni.it/2022/04/20/verso-il-25-aprile-se-il-buongiorno-si-vede-dal-mattino-bella-ciao-di-roberto-bonuglia/.

[11] N. Zingarelli, Lo Zingarelli 2020. Vocabolario della lingua italiana, a cura di M. Cannella, B. Lazzarini, Bologna, Zanichelli, 2020, ad vocem.

[12] G. Calabrò, L’uomo nuovo di Vico, in AA.VV., Antologia vichiana. Passi scelti dall’Autobiografia e dalla Scienza Nuova, a cura di A. Corsano, Napoli, Città del Sole, 1998, pp. 187-194.

[13] V. Coletti, Che cosa significa e da dove nasce il buon senso?, del 3 aprile 2020, ora in https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/che-cosa-significa-e-da-dove-nasce-il-buon-senso/1749.

[14] S. Romano, Il ricatto del passato, cit.

[15] G. Aliberti, I pronipoti di Oriani, in «Elite&Storia», a. III, n. 2, dell’ottobre 2003, pp. 5-8.

[16] R. Bonuglia, La “sinistra” rimozione della Storia, in «Corriere delle Regioni», del 12 dicembre 2021, ora in https://www.corriereregioni.it/2021/12/12/la-sinistra-rimozione-della-storia-di-roberto-bonuglia/.

[17] Ci si riferisce al fascicolo Il vero volto della guerra civile, suppl. n. 9 di «Gente», del 3 marzo 1961.

[18] G. Pisanò, Sangue chiama sangue, Milano, Edizioni Pidola, 1965, p. 10.

[19] Ci si riferisce a D. Zandel, I testimoni muti. Le foibe, l’esodo, i pregiudizi, Milano, Mursia, 2011.

[20] L. Barzini Jr., Gli italiani, Milano, Mondadori, 1965, p. 20.

[21] G. Aliberti, La resa di Cavour. Il carattere nazionale italiano tra mito e cronaca (1820-1976), Firenze, Le Monnier, 2000, p. 210.

[22] R. Bonuglia, Renzo De Felice e la persecuzione antifascista, in «Corriere delle Regioni», del 6 maggio 2020, ora in https://www.corriereregioni.it/2020/05/06/renzo-de-felice-e-la-persecuzione-antifascista/.

[23] F. Cusin, L’italiano realtà e illusioni, Roma, Atlantica, 1945, pp. 51-52.

[24] B. Suchodolski, Fondamenti di pedagogia marxista, Firenze, La Nuova Italia, 1967, pp. 274 e ss.

[25] S. Romano, Il ricatto del passato, cit.

[26] I sei volumi furono pubblicati dalla casa editrice torinese Einaudi tra il 1948 ed il 1951.

[27] Cit. in un documento non firmato, attribuito a Fabrizio Onofri da Valentino Gerratana, in Id., Gramsci. Problemi di metodo, Roma, Editori Riuniti, 1997, p. 62.

[28] Sull’opera di coordinamento editoriale svolta dal nuovo curatore scelto nel 1966, cfr., G. Cospito, L’Edizione nazionale dei Quaderni del carcere, in «Laboratoire Italien», n. 18 del 2016, ora in https://journals.openedition.org/laboratoireitalien/1049?lang=en#ftn2.

[29] P. Simoncelli, Un capitolo oggi disatteso di storiografia revisionista: l’interpretazione marxista-gramsciana del Risorgimento italianoParte II, in Id., Revisionismo. Breve seminario per discuterne, Bari, Cacucci, 2015, pp. 83-84.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 21 Aprile 2022

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