mercoledì, 25 Maggio 2022
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Tra distorsioni e divisionismo. Il 25 aprile in una prospettiva storiografica di Roberto Bonuglia

Sottomettere “la Storia” alla politica può contribuire a esiliare un nemico, ma non a impedire alla verità storica di emergere dalle “nebbie dei tempi” di Roberto Bonuglia

Non si placa la polemica sul ruolo monopolistico che l’Anpi ha fin qui svolto nel culto della Resistenza. Vittima predestinata essa stessa di ortodossie e dogmatismi, «la partigianeria senza partigiani» [1] quest’anno ha ricevuto una pioggia di critiche per avere ‒ ancora una volta ‒ strumentalizzato a fini divisivi una ricorrenza che avrebbe dovuto, invece, avere tutt’altro senso e significato.

A Massimo Gramellini, Pierluigi Battista, Aldo Grasso, Gian Antonio Stella ‒ tanto per citare solo alcuni degli intellettuali e giornalisti che hanno preso consapevolezza di quanto già temerariamente denunciato da Mario Ajello nel 2019 [2] ‒ si sono aggiunti anche Sergio Staino che ha parlato di «metamorfosi politica» in atto nell’Associazione trasformata «in una piccola barricata per la difesa di alcuni principi messi a loro giudizio in discussione» [3] e Arturo Parisi, secondo il quale, «tutto sarebbe più semplice se l’Anpi riconoscesse di essere un’associazione politica fra tante, esprimendo liberamente le proprie posizioni, senza pretendere di rappresentare ancora oggi la Resistenza» [4].

La stessa Federazione Italiana Associazioni Partigiane ha annunciato per voce del suo Presidente Luca Aniasi che, per la prima volta, la FIAP fondata da Ferruccio Parri non sarà presente il 25 aprile a Roma al corteo di Porta San Paolo [5].

Dai “partigiani vs Brigata Ebraica” ai “partigiani vs movimenti della casa” passando ai “partigiani vs PD” siamo arrivati, nell’escalation dei derby dell’intolleranza e del settarismo ‒ ricostruiti qualche giorno fa su queste colonne virtuali [6] ‒ al Kramer contro Kramer, ossia ai partigiani contro i partigiani.

Sono quindi inevitabilmente affiorate le radici divisive del 25 aprile [7]: festa monopolizzata dalla minoranza di una élite autoproclamatasi depositaria dei valori di una Resistenza che fu tutto men che maggioritaria nel Paese in quegli anni di triste opposizione civile e di occupazione estera dei confini italici.

Qualcuno l’aveva intuito già l’anno scorso: Giuseppe De Rita aveva dichiarato con schiettezza che «fatta eccezione per quelli che per età lo hanno vissuto a suo tempo, cioè al tempo della Liberazione, il 25 aprile è una celebrazione superata. L’Italia non ha più bisogno di ricordare l’antifascismo per evitare il fascismo» [8].

La parabola della festa, quest’anno, l’ha ben delineata ancora una volta Ajello sottolineando che il 25 aprile, ormai, «non è più soltanto la festa della sinistra che si auto-rappresenta, che usa propagandisticamente l’anniversario della Liberazione, che vuole manifestare pur di esserci e per essere qualcosa e qualcuno, ma […] è la festa dei partigiani (pseudo-partigiani considerando l’anagrafe dei protagonisti) che […] fingono di non parteggiare» [9].

Ciò che larga parte dell’opinione pubblica ‒ e quindi dei giornalisti e degli intellettuali ‒ sta scoprendo quest’anno, in occasione del 25 aprile, è ciò che una piccola, ma documentata e saggia parte di storici ‒ dominando i propri sentimenti politici e praticando fermamente l’autocontrollo ideologico ‒ scrive da qualche anno. E, cioè, che la vocazione monopolistica dei ricordi e della memoria, insieme all’uso sciovinistico e strumentale della Storia, prima o poi, libera Clio delle catene in cui è stata cintata e si rivolge inevitabilmente contro i sequestratori della Musa che divinamente trasforma il tempo in Storia. Quella con la “S” maiuscola, per intenderci.

Perché se la politica a volte fa la storia, non si può fare mai politica con la Storia senza pagarne le conseguenze. Se si effettua tale scelta ‒ che può certamente pagare nelle più immediate circostanze ‒, i nodi vengono al pettine.

Nel caso di specie, è innegabile che per decenni l’Anpi abbia «potuto dire qualsiasi cosa nella complicità generale: ha simpatizzato per l’Urss, ha negato la guerra civile dal ’43 al ’45, ha dimenticato il ruolo dei partigiani bianchi e degli alleati durante la Liberazione, ha usato l’antifascismo come uno strumento politico. Eppure a tutti andava bene poiché rappresentava un’importante sponda politica per giustificare battaglie ideologiche contro il nemico di turno» [10].

Eccolo il problema: sottomettere la Storia alla politica può contribuire a esiliare o ghettizzare un nemico, ma non a impedire alla verità storica di emergere. In altre parole, politicizzando la Storia si finisce per essere travolti dalla politicizzazione della cronaca attuale. E ciò risulta evidente per almeno due motivi: il primo è che i documenti, prima o poi, emergono dalle nebbie dei tempi come confermato dai dati certificati sul portale I Partigiani d’Italia dell’Archivio Centrale dello Stato [11] che ridimensionano nettamente il peso specifico dei partigiani combattenti tra l’8 settembre 1943 ed il 25 aprile 1945.

Il secondo è che nessun uso strumentale della Storia possa avere la meglio sulla concezione cantimoriana di quella “contemporanea” come Storia qua talis il cui «canone metodologico si compendia nell’espressione far parlare i documenti inteso […] come doverosa tutela della realtà documentaria contro ogni tipo di pregiudizio storiografico» [12]. Prima o poi, insomma, le vulgate di comodo si dovranno piegare omaggiando chi la Storia l’ha scritta in onore ‒ e non in spregio ‒ a Clio assumendo come bussola «il distacco ideologico, l’impiego di documenti originali, la minuziosità dell’indagine, l’oggettività dell’esposizione» [13].

L’Anpi, il 25 aprile: la genesi delle sue radici divise l’abbiamo già ricostruita [14], ma pare utile porre in evidenza anche un’altra connessione, quella dell’irrisolto conflitto insito nella cultura di ispirazione ‒ e metodo ‒ marxista nei confronti della Storia e del modo col quale farla. Evidente la distorsione tra quest’ultimo e le best practies del lavoro dello storico per come dovrebbe essere inteso e, poi, conseguentemente messo in pratica.

La differenza la fa il peso del “sinistro” convincimento che il popolo sia pedagogicamente da seguire e, dunque, vada ritenuto inappropriato dare ad esso ‒ fin da subito ‒ la verità per la quale servono tempi diversi di elargizione. Che però, molto spesso stranamente tardano ad arrivare.

Ciò, de facto, spiega tre aspetti: in primis il cedimento alle sirene della censura della Storia e del pensiero “propri”, ossia “interni” alla sinistra, come conferma la vicenda della stessa pubblicazione dei Quaderni di Gramsci (espunti delle pagine considerate “pedagogicamente inappropriate” nella prima edizione ‒ 1948-51 ‒ e ricollocate al proprio posto solo in quella del 1975).

In secondo luogo, il manicheismo pedagogico (quanto primitivo) con cui l’intellighenzia di sinistra si è approcciata alla Storia vista essenzialmente non come opportunità di ricostruzione dei fatti e delle vicende, ma stampella «in quei mesi ancora roventi in cui al termine della guerra combattuta con le armi si apriva un’altra guerra, ora ideologica, da combattere culturalmente» [15]: lo conferma il disagio da sempre provato dagli “storici di partito”, dai “pronipoti di Oriani” [16] nei confronti dei temi risorgimentali della Storia patria.

Può sembrar strano, infatti, ma il bubbone scoppiò proprio l’indomani del 25 aprile 1945 quando Mauro Scoccimarro [17] liquidò le tesi comuniste degli anni Venti sul Risorgimento in linea con le indicazioni togliattiane di distinzione tra l’“anima popolare” dei moti che portarono all’Unità e l’élite borghese che ‒ tradendo quello spirito ‒ a suo dire aprì la strada al fascismo.

Ipotesi più politica che storica, essendo stato il nostro un processo di unificazione ‒ e non di nation building ‒ monco dell’adesione di massa «alle idealità d’indipendenza politica e di libertà civile» [18] per indifferenza dei più, insomma, non certo per colpa della “borghesia”, essendo questa un ceto mai cresciuto nella società dell’epoca come attesta la mancanza dell’idem de Republica sentire nazionale-popolare degli stessi moti risorgimentali.

In altre parole, il popolo partecipò scrivendo poche, ma epiche pagine come le Cinque giornate di Milano, le Dieci bresciane, difendendo Roma, Venezia e attivandosi a Perugia, Palermo e così via… Ma pochi capirono cosa stessero facendo, perché ci si trovasse in lotta, contro chi e, soprattutto, quali aspettative porre negli avvenimenti. Altro che «progressivo abbandono della lotta per l’indipendenza e la libertà da parte dei ceti più conservatori della borghesia» e di «viltà […] e compromessi col nemico delle dinastie che […] avevano fatto mostra di abbracciare la causa della rivoluzione» [19].

Manichea ricostruzione, questa, dello “storico di partito” Furio Diaz, che cercò di rinvenire le radici su cui quell’anima popolare risorgimentale ‒ che tale volle vedere ‒ si sviluppò. Il suo dualismo importato nell’analisi storica scoperchiò il vaso di Pandora, senza volerlo: quale eredità scegliere? I principi democratico-radicali di robespierriana memoria o «il pensiero liberale di Madame de Staël, di Benjamin Constant, di Alexis de Tocqueville, della diplomazia di Cavour e del sabaudismo» [20]?

La scelta, come noto, fu la prima nel metodo storico e la seconda nella sua applicazione politica. Ciò comportò, al contempo, la “resa di Cavour” ‒ per dirla con Giovanni Aliberti [21] ‒ nella costruzione del carattere nazionale italiano e la conservazione, all’interno del modus operandi degli “storici di partito”, delle posizioni strumentali assunte che oggi deflagrano nella pioggia di distinguo scrosciata sul 25 aprile.

Infine, l’uso strumentale della Storia  al pari della politica  ha bisogno di un nemico che oggi non c’è più: «lo stesso Berlusconi viene considerato ormai una sorta di innocuo zio della patria e non è più il Cavaliere Nero. Quello contro cui, quando vinse la prima volta il 21 marzo del 94, un corteo del 25 aprile gli si scagliò contro al grido: “Ora e sempre Resistenza”» [22]. Allora sì, infatti, che il corteo mosse compatto.

Oggi, quindi, senza nemici e con i conflitti irrisolti insiti nell’inadeguatezza analitica del marxismo storiografico deflagrati nelle polemiche, ecco che il Re si mostra per quel che è: nudo e solo.

In disparte, con un velato, ma malizioso sorriso abbozzato, lo guarda Clio.

Note:

[1] M. Ajello, Lo strano caso dell’Anpi, la “partigianeria” senza più i partigiani, in «Il Messaggero», del 24 aprile 2019, ora in https://www.ilmessaggero.it/pay/edicola/anpi_partigiani-4447528.html.

[2] Ibidem.

[3] L’intervista citata è in G. Vitale, Staino “Anpi ostaggio della minoranza radicale Resistenza snaturata”, in «Repubblica», del 21 aprile 2022.

[4] L’intervista è in G. De Rosa, L’Anpi non ha senso, in «Il Foglio», del 21 aprile 2022.

[5] L. Capone, Partigiani contro. Il Presidente della Fiap Aniasi critica l’Anpi, in «Il Foglio», del 21 aprile 2022.

[6] R. Bonuglia, Verso il 25 aprile. Se il buongiorno si vede dal mattino… Bella Ciao!, in «Corriere delle Regioni», del 20 aprile 2022, ora in https://www.corriereregioni.it/2022/04/20/verso-il-25-aprile-se-il-buongiorno-si-vede-dal-mattino-bella-ciao-di-roberto-bonuglia/.

[7] R. Bonuglia, Le radici divisive del 25 aprile. Tra manipolazioni e censure, in «Corriere delle Regioni», del 21 aprile 2022, ora in http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/storia-e-identita/storia-della-guerra-civile/10720-le-radici-divisive-del-25-aprile.

[8] Cit. in M. Ajello, Il 25 aprile «festa ormai superata». I ripetenti della Liberazione, l’analisi di De Rita: «Ai giovani non dice niente», in «Il Nuovo Quotidiano di Puglia», del 24 aprile 2021, ora in https://www.quotidianodipuglia.it/attualita/25_aprile_cosa_si_festeggia_liberazione_de_rita_ultime_notizie_news-5919485.html.

[9] M. Ajello, Il 25 aprile dei partigiani che non parteggiano, in «Il Messaggero», del 20 aprile 2022.

[10] F. Giubilei, L’ipocrisia della sinistra si sveglia soltanto oggi, in «Il Giornale», del 20 aprile 2022.

[11] Archivio Centrale dello Stato, Fondo Archivio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani (Ricompart).

[12] G. Aliberti, La storiografia di Renzo De Felice, in AA.VV., Renzo De Felice. Il lavoro dello storico tra ricerca e didattica, a cura di G. Aliberti e G. Parlato, Milano, LED, 1999, p. 13.

[13] R. De Felice, Introduzione a Id., Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1961, p. XV.

[14] R. Bonuglia, Le radici divisive del 25 aprile. Tra manipolazioni e censure, cit.

[15] P. Simoncelli, Un capitolo oggi disatteso di storiografia revisionista: l’interpretazione marxista-gramsciana del Risorgimento italiano, Parte II, in Id., Revisionismo. Breve seminario per discuterne, Bari, Cacucci, 2015, p. 82.

[16] G. Aliberti, I pronipoti di Oriani, in «Elite&Storia», a. III, n. 2, dell’ottobre 2003, pp. 5-8.

[17] Ci si riferisce al discorso tenuto durante il Secondo Congresso Nazionale del Partito Comunista Italiano poi pubblicato in M. Scoccimarro, Dottrina marxista e politica comunista, in «Rinascita», a. II, nn. 5-6, del maggio-giugno, 1945, pp. 135-138.

[18] G. Aliberti, Diavoli in paradiso…. Ovvero lettera a Isotta, in Id., Il riposo di Clio, Roma, e-Doxa, 2005, p. 211.

[19] F. Diaz, Un secolo fra due rivoluzioni, in «Rinascita», a. II, n. 11, del novembre 1945, p. 231.

[20] P. Simoncelli, Un capitolo oggi disatteso di storiografia revisionista: l’interpretazione marxista-gramsciana del Risorgimento italiano, cit., p. 82.

[21] G. Aliberti, La resa di Cavour. Il carattere nazionale italiano tra mito e cronaca (1820-1976), Firenze, Le Monnier, 2000.

[22] M. Ajello, Il 25 aprile «festa ormai superata». I ripetenti della Liberazione, l’analisi di De Rita: «Ai giovani non dice niente», cit.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 23 Aprile 2022

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