venerdì, 20 Maggio 2022
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Quando finirà il senso di colpa per i fratelli maggiori? di Francesco Lamendola

Dall’incondizionata sottomissione al giudaismo all’infinita rozzezza e arroganza di Bergoglio che dichiara che chi non accetta pienamente il Concilio è fuori dalla Chiesa di Francesco Lamendola

Se ci chiedessero quale aspetto rappresenta maggiormente la svolta, o meglio la rivoluzione, che ha portato la Chiesa del post-concilio a non essere più la vera Chiesa di sempre, ferma nella sua dottrina e giustamente intransigente nella difesa dei suoi dogmi e nell’affermazione positiva di tutte le sue verità, sul momento avremmo quasi le vertigini, perché ci sembrerebbe di non sapere da che parte iniziare, tali e tanti sono gli aspetti che paiono riassumere il senso complessivo di tale rivoluzione. Poi però a ben riflettere se ne può cogliere uno che domina ovunque, è onnipresente e quasi ossessivo; sicché, mentre gli altri – liturgici, pastorali e dottrinali – si alternano e per così dire si danno il cambio nel presidiare il nuovo spirito rivoluzionario spacciato, con la frode, per semplice rinnovamento nella continuità, o nella quasi-continuità (i rivoluzionari stessi non si son messi d’accordo fra loro se presentare il Concilio e i suoi sviluppi come una rottura nella continuità del magistero, presi fra due opposti pericoli: sconfessare se stessi in quanto cattolici, o sconfessare il proprio operato e le proprie aspirazioni), quello rimane sempre uguale, sempre presente, sempre incombente e, per certi aspetti, minaccioso, quanto meno nei confronti di chi non vi si adegua, mentre per tutti gli altri aspetti cripto-rivoluzionari c’è almeno un simulacro di tolleranza, e sia pure solo in via teorica, di modo che la “svolta” non viene presentata come un pacchetto completo, prendere o lasciare. C’è voluta solo l’infinita rozzezza, o l’infinita arroganza di Bergoglio per dichiarare che chi non accetta pienamente il Concilio è fuori della Chiesamossa stupida oltre che maldestra, perché equivale a un’implicita ammissione che quella uscita dal concilio non è più la vera Chiesa di sempre.

Intendiamo parlare del nuovo rapporto, nuovo nel senso di radicalmente capovolto, del cattolicesimo con l’ebraismo: dove all’antigiudaismo teologico di prima e di sempre, maturato nel corso dei secoli, non per odio verso il “popolo eletto” ma per una realistica valutazione del suo atteggiamento verso Cristo e verso i cristiani, ai quali ultimi non resta che prenderne atto (e comunque ribadiamo che si trattava e si tratta di antigiudaismo in senso teologico e non di antisemitismo in senso razziale, che è tutt’altra cosa, e che la Chiesa ha sempre condannato), si è sostituito, dalla sera alla mattina, un filo-giudaismo sempre più spinto, che dalla retorica (e antistorica) dichiarazione che i figli d’Israele sono i fratelli maggiori dei cristiani, e dall’insistita (e indimostrata) comunanza ideale tra le religioni abramitiche (inserendo, accanto al cristianesimo e al giudaismo, anche l’islamismo) arriva fino all’esplicita affermazione che gli ebrei non hanno alcun motivo di convertirsi al Vangelo di Gesù Cristo e che sono sbagliati tutti i tentativi fatti in tal senso dalla Chiesa cattolica, poiché essi hanno già la salvezza, in quanto detengono tuttora l’Antica Alleanza con Dio. Il che equivale a vanificare l’Incarnazione del Verbo e lo stesso significato della Passione, Morte e Resurrezione del Figlio di Dio, e in ultima analisi a rendere del tutto superflua la Nuova Alleanza, il Nuovo Testamento e la stessa Redenzione operata da Cristo con il Sacrificio della Croce, poiché evidentemente basta farsi circoncidere e divenire giudei, non essendovi più alcun bisogno di farsi battezzare ed essere cristiani).

Ora, è un fatto storico ormai acquisito che la Nostra aetate, uno dei documenti fondamentali del Concilio, è stato redatto sulla base di uno schema che era stato preparato dai rabbini del B’nai’B’rith, su invito di alcuni vescovi ultraprogressisti e in particolare del cardinale Bea, grande promotore della causa filo-giudaica; cosa che se non andiamo errati, getta una luce particolare sull’intero evento del Concilio e aiuta a capire molte cose, di esso e dopo di esso, le quali altrimenti resterebbero pressoché inesplicabili. Ne consegue che una verità perenne, insegnata come tale per quasi duemila anni dalla Chiesa cattolica, viene ora modificata in maniera radicale sulla scia di un fatto storico, oltretutto molto ambiguo e pieno di zone d’ombra e aspetti non chiariti e, il che è chiaramente un’assurdità e implica una drammatica forzatura, o una serie di forzature, sul piano teologico, pastorale e liturgico. Teologico, perché la salvezza non viene più da Gesù Cristo, e solo da Gesù Cristo. Pastorale, perché tutte le religioni, e in particolare quella dei fratelli maggiori, meritano uguale rispetto e considerazione, e si lascia intendere che contengano elementi di verità più che sufficienti per meritare la salvezza. Liturgico, perché bisogna far di tutto affinché i riti cattolici non rechino disturbo, per qualsiasi ragione, alle altre religioni, specialmente al giudaismo, vale a dire che bisogna renderli il più possibile neutri e graditi a qualsiasi palato. Come fare per realizzare quest’ultimo punto? Semplice: puntando sull’aspetto umano del rito e non più sulla dimensione trascendente e soprannaturale. Ed ecco la riforma liturgica del 1969, ecco il nuovo Messale Romano di Paolo VI; ed ecco la visibile soddisfazione di tutti gli altri, dai protestanti agli ebrei ai musulmani, perché la Chiesa, finalmente, si è posta sulla via del dialogo ed ha abbandonato le sue antiche e deplorevoli rigidità, che ne facevano una istituzione divisiva ed escludente nei confronti di tutti gli altri.

Piuttosto emblematico, in questo senso – e sia detto senza alcun intento denigratorio – l’articolo di Carlo Alberto Rossetti pubblicato sul mensile dei Padri dehoniani Presenza Cristiana del dicembre 1998 intitolato Frutti amari di una storia sofferta, del quale riportiamo solo una parte (pp. 24-25):

SIN DALL’INIZIO LA CONFLITTUALITÀ TRA CHIESA PRIMITIVA E SINAGOGA È PIUTTOSTO ASPRA, come rivelano molti episodi degli “Atti degli apostoli”. Lo stesso Saulo di Tarso (poi san Paolo) è uno zelante persecutore di cristiani. Nella preghiera quotidiana giudaica delle “Diciotto benedizioni” viene subito inserita una maledizione contro gli apostati “nazareni” affinché «spariscano all’istante e siano cancellati dal libro della vita». Per tutto il I secolo però la lotta rimane interna alla stessa comunità giudaica: cristiani ed ebrei non appartengono a due religioni diverse, ma alla stirpe d’Israele. La stessa Chiesa madre di Gerusalemme è interamente composta da giudeo-cristiani.

CON LA DISTRUZIONE DELLA CITTÀ SANTA E L’ESPANSIONE DEL CRISTIANESIMO AI “GENTILI”, tuttavia, gli ebrei vengono sempre più percepiti come corpo estraneo. Lo rivelano già gli scritti di san Giustino e Melitone di Sardi, nella seconda metà del II secolo quando fa la sua prima comparsa l’accusa di deicidio, rivolta all’intero popolo giudaico. «Che hai fatto Israele? – si chiede Melitone in un’omelia del Venerdì santo – Hai ucciso il tuo Signore durante la festa. Dio è assassinato dalla mano di Israele».

È l’inizio di una virulenta “escalation” antigiudaica. Tertulliano è il primo a stendere un trattato “Adversus Judaeos”. Sant’Ambrogio nel 388 si oppone alla distruzione di una sinagoga data alle fiamme dai cristiani. Per san Girolamo gli ebrei sono superbi, bestemmiatori, figli di Giuda traditore, che pregano con ragli d’asino. San Giovanni Crisostomo, in 8 famose omelie tenute ad Antiochia fra il 386 e il 397, definisce la sinagoga “spelonca di ladri e tana di belve” e dà vigore ai pregiudizi popolari contro il “giudeo” vizioso, peste dell’universo, che «per ebbrezza e obesità è caduto nella peggiore malizia, s’è ribellato, non ha voluto ricevere il giogo di Cristo» ed è condannato a vagare per il mondo.

MA È CON SANT’AGOSTINO CHE L’ANTIGIUDAISMO RICEVE UN FONDAMENTO TEOLOGICO COMPIUTO, attraverso il parametro della “sostituzione”: il “vecchio Israele”, popolo cieco e carnale, incapace di riconoscere Cristo Messia, è astato ripudiato da Dio e ha lasciato il posto alla Chiesa, “novus et verus Israel”. Agli ebrei non rimane che la funzione paradossale di indiretti e involontari testimoni di Cristo. La loro sorte di perseguitati e dispersi tra le genti è infatti segno della maledizione divina e, per contro, garanzia della verità del cristianesimo. Essi, inoltre, sono i depositari dell’Antico Testamento, cosicché nessuno possa supporre che i cristiani abbiano inventato le profezie messianiche. Israele, insomma, continua a esistere non per il suo bene, ma a vantaggio della Chiesa, ripercorrendo così le orme di Esaù che, persa la primogenitura, dovette servire al fratello più giovane Giacobbe.

All’inizio del V secolo dunque i temi fondamentali dell’antigiudaismo cristiano sono già ben consolidati. Due le accuse principali: il “deicidio” e l’”ostinata incredulità”., entrambe attribuite all’intero popolo ebraico e a ognuno dei suoi membri.

UN DURO COLPO ALLA CONDIZIONE EGLI EBREI giunse dal riconoscimento del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero romano. Dal piano della elaborazione teologica (e delle semplici invettive) si passò al campo legislativo: le disposizioni formulate da Teodosio nel 438 e poi recepite dal “Corpus Juris” giustinianeo sancirono per i “figli di Mosè” l’interdizione da ogni incarico amministrativo. Papa Gregorio Magno, asceso al soglio pontificio alla fine del VI secolo, stabilì comunque che si evitassero le conversioni forzate (bolla “Sicut Judeis”).

L’articolo è di ventiquattro anni fa e si colloca in un momento storicamente delicato, in particolare per i dehoniani, i quali attendevano con trepidazione il giorno in cui il loro fondatore sarebbe stato proclamato santo, giorno che non è più arrivato (avrebbe dovuto essere il 24 aprile del 2005) perché qualcuno (provate a indovinare chi) ha “scovato” alcuni vecchi articoli di padre Dehon, risalenti agli anni ’30 del Novecento, che sono stati fatti passare per antigiudei se non proprio per antisemiti. Scritti nei quali non si trovano contenuti diversi da altri già esposti da uomini di Chiesa come sant’Agostino, san Bernardino da Siena, san Paolo IV, san Pio V, san Pio X, san Massimiliano Kolbe, solo per citarne alcuni; ma che, nel nuovo clima post-conciliare, sono parsi intollerabili, sicché beatificare il loro autore sarebbe sembrato quasi come sconfessare la nuova politica di piena e incondizionata sottomissione al giudaismo. Il tutto sotto l’ombra di una minaccia non detta, ma tangibile: tirar fuori le “colpe” del cattolicesimo nella politica hitleriana e quindi collegare il dramma degli ebrei durante il nazismo e la Seconda guerra mondiale con un lungo e sconsiderato incitamento all’incomprensione, al pregiudizio e forse anche all’odio, da parte del clero cattolico e dello stesso magistero. Si pensi alla preghiera Oremus et pro perfidis Judaeis, parte integrante della sacra liturgia del Venerdì santo, in uso da secoli e secoli e soppressa bruscamente, alla chetichella, da Giovanni XXIII nel 1959, su pressione dell’associazione Amici Israel, e poi definitivamente espunta dal Messale Romano per opera di Paolo VI, nel 1962: preghiera che, in realtà, non aveva nulla di razzista, anzi esprimeva la preoccupazione per la salvezza degli ebrei (vedi il nostro articolo La pietra che, rimossa, fa vacillare la Chiesa, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15/10/17). E che una simile spada di Damocle fosse stata fatta balenare sopra la Chiesa cattolica, lo si era visto con il trattamento riservato a Pio XII pochi anni dopo la sua morte: mentre, in un primo tempo, tutti, e anche esponenti del dio ebraico, avevamo riconosciuto lo sforzo fatto da Pio XII per aiutare quanto più possibile gli ebrei perseguitati dai nazisti, a un certo punto la musica era cambiata, come se una regia occulta avesse impartito nuove direttive: e si era creata la leggenda nera, in seguito mai più combattuta e respinta, neppure dai cattolici, di un Pio XII che, a causa dei suoi “colpevoli silenzi”, si sarebbe reso obiettivamente complice di quanto era accaduto agli ebrei d’Europa ed è ormai universalmente noto come Olocausto o meglio ancora Shoah (vocabolo di per sé ingannevole perché rimanda, appunto, alla dimensione religiosa; laddove nessuno storico si sognerebbe di adoperarlo parlando del genocidio degli armeni o di altri genocidi, antichi e  moderni, che si sono verificati nel corso della storia).

Ha avuto paura la Chiesa, a partire dalla fine degli anni ’50, di trovarsi sul banco degli imputati, mano a mano che il dramma degli ebrei trascendeva le caratteristiche di una vicenda storica, per quanto dolorosa, per assumere sempre più i connotati di una nuova religione fondata su un unico dogma: la Religione dei Sei Milioni di morti, davanti alla quale tutte le altre, ma specialmente la cristiana, devono genuflettersi e riconoscere le proprie colpe, sia di opere che di omissioni? Ha avuto paura e ha cercato di attenuare la sentenza riconoscendosi spontaneamente colpevole? Secondo noi, sì: e in tal modo si è scordata ciò che Gesù Cristo ha profetizzato, che i suoi seguaci saranno perseguitati per amor suo e a causa del suo Nome. Ad ogni modo, tornando all’articolo sopra citato, spiace che l’autore abbia inanellato un lunghissimo elenco, a senso unico, di azioni e dichiarazioni di uomini della Chiesa cattolica che hanno alimentato l’intolleranza anti-ebraica. Spiace la mancanza di obiettività e il non voler vedere che, dall’altra parte, non c’erano solo vittime inermi e innocenti. Tanto più dopo aver ammesso che nella preghiera quotidiana giudaica delle ‘Diciotto benedizioni’ venne inserita una maledizione contro gli apostati ‘nazareni’ affinché «spariscano all’istante e siano cancellati dal libro della vita». Un tipo di preghiera che, mediante il Talmud, prosegue tuttora.

Vedi anche:

La pietra che, rimossa, fa vacillare la Chiesa – LA PIETRA DELLO SCANDALO

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 24 Aprile 2022

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