venerdì, 20 Maggio 2022
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La Chiesa fra giudaismo e antigiudaismo: chi decide? di Francesco Lamendola

Gesù Cristo, i nostri Fratelli maggiori e i vantaggi dell’Alleanza con Dio: chi ha il potere di decidere nella Chiesa cosa è conforme al suo vero insegnamento e cosa non lo è? di Francesco Lamendola 

Verso la fine del pontificato di Giovanni Paolo II, e poi, con più forza, durante quello di Benedetto XVI, da più parti, non solo al di fuori della Chiesa, ma anche al suo interno, si sono levate voci accusatorie che imputavano alla Chiesa stessa di aver alimentato l’odio dei cristiani contro gli ebrei nel corso dei secoli. Tutti gli storici seri ammettevano e ammettono che una cosa è l’antisemitismo, specie su base razziale, ma anche economica e sociale, e altra cosa e ben diversa è l’antigiudaismo di matrice teologica, legato, più che al processo e alla condanna a morte di Gesù (eseguita, sì, dai romani, ma chiaramente sotto la pressione del Sinedrio: almeno se si vuol prestare fede al racconto dei Vangeli, cosa che oggi viene apertamente contestata da ampi settori del clero ultraprogressista), al rifiuto di riconoscere Gesù Cristo come l’atteso Messia, rifiuto che non si limita alla vicenda maturata intorno al suo processo e alla sua condanna, ma che si prolunga nel tempo e assume il carattere di una costante della religiosità ebraica. Ne fanno fede le maledizioni rituali che il lettore del Talmud lancia quotidianamente contro Cristo e contro i suoi seguaci, e il sinistro augurio che i loro nomi «vengano cancellati dal libro della vita», espressione semita che equivale alla dannazione eterna.

Gli attacchi contro la Chiesa tuttavia non andavano tanto per il sottile e sostanzialmente ignoravano la distinzione, accettata nel mondo scientifico, fra antigiudaismo religioso e antisemitismo razziale, sostenendo implicitamente che la Chiesa aveva incitato i cristiani a odiare gli ebrei per nessun’altra ragione che quella di essere ebrei, cioè equiparando il giudizio negativo sulla loro religione attuale (fondata sul rabbinismo talmudico e non sulla dottrina mosaica della Torah), vista come il rifiuto dell’Alleanza con Dio, al giudizio negativo sugli ebrei come popolo, o meglio facendo tutt’uno degli elementi religiosi con quelli politici, economici, sociali, che per secoli hanno reso difficili i rapporti di convivenza fra cristiani ed ebrei, cosa di cui vi è un riflesso anche nella letteratura e nel teatro. Si pensi solo al Mercante di Venezia di Shakespeare, nel quale l’antipatia suscitata dal personaggio di Shylock ha origine dalla sua mostruosa avidità e crudeltà e non dal fatto di essere ebreo; e si veda, a conferma di ciò, come nel famosissimo romanzo Ivanhoe di sir Walter Scott l’ebreo Isaac di York è effettivamente detestato per la sua avidità e la sua ricchezza, ma sua figlia Rebecca s’impone come una figura positiva, tanto bella quanto generosa, tanto da meritare la stima e l’affetto del protagonista, Ivanhoe, e l’ammirazione dei lettori: il che mostra come nei sentimenti antigiudaici della società europea del XIX secolo (la storia è ambientata al tempo di Riccardo Cuor di Leone, ma il romanzo è del 1819) non vi fosse un odio preconcetto e indiscriminato verso tutti gli ebrei.

Gli attacchi anticattolici e l’accusa alla Chiesa di aver dato esca all’antisemitismo sono culminati nella vergognosa campagna diffamatoria contro Pio XII, incentrata sul falso assunto dei “colpevoli silenzi” di quel papa riguardo alla sorte degli ebrei nella Germania nazista e nella parte di Europa occupata dalle forze armate tedesche durante la Seconda guerra mondiale; attacchi che ignoravano perfino il riconoscimento della sua azione instancabile a favore degli ebrei perseguitati, fatto da insigni esponenti del mondo ebraico ufficiale. Ciò da un lato mostrava il livello fino al quale gli attacchi potevano spingersi, calpestando senza ritegno la verità storica sulla base di preconcetti ideologici tanto giacobini quanto insussistenti, dall’altro agitava lo spauracchio della diffamazione e faceva leva sul terrore del clero di vedersi accusato di posizioni politicamente “non corrette”, vale a dire razziste e comunque fortemente divisive. Il che, nel clima psicologico e culturale degli anni tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo, equivaleva alla più grave delle accuse che si potessero fare a una Chiesa che stava marciando a tappe forzate verso la propria trasformazione e auto-presentazione in termini inclusivi, dialoganti, ecumenisti, buonisti e non di rado anche auto-accusatori per le colpe e gli errori del passato (e in ciò l’esempio era venuto proprio da Giovanni Paolo II, impegnato a domandare scusa a destra e a sinistra).

D’altra parte, per quanto concerne il rapporto specifico con l‘ebraismo, non mancarono certo i segnali di quanto la Chiesa cattolica, già succube del tanto decantato “dialogo” che poi era un monologo, fosse in posizione di debolezza e d’inferiorità, per non dire d’impotenza, in tutte le situazioni che vedevano esponenti del mondo ebraico agitare per l’appunto le “colpe” e gli “errori” del passato (evidentemente commessi sempre e solo dai cattolici, e da essi invece mai subite per opera d’altri), evidenziando la piena disponibilità alla resa senza condizioni, e la sua rinuncia a qualsiasi risposta o contestazione di merito.

Eloquente, in tal senso, la vicenda del fondatore dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, padre Léon Dehon (1843-1925), il cui processo di beatificazione era stato avviato fin dal 1961 ma si era dapprima interrotto a causa della morte di Giovanni Paolo II, poi, quando già la data della proclamazione della sua santità era stata annunciata ufficialmente, e cioè il 25 aprile del 2005, venne congelata da Benedetto XVI e rinviata sine die. Era successo che una delegazione di rabbini dell’Interntaional Jewish Committee of Interreligious Consultations si era fatta ricevere in udienza dal santo padre (a quel tempo i rabbini entravamo e uscivano continuamente dal Palazzo apostolico, con una frequenza e un’assiduità assolutamente senza confronti con i membri delle altre religioni, ma anche con membri degli ordini cattolici e delle associazioni cattoliche) per far presente che padre Dehon, in alcuni suoi scritti di fine Ottocento e dei primi anni del Novecento, dunque di un secolo prima, aveva usato espressioni severe e irriguardose verso gli ebrei. Tali espressioni avevano a che fare, più che con argomenti strettamente religiosi, con l’invadenza della finanza ebraica nelle società europee e quindi si trattava di critiche mosse essenzialmente sul terreno economico e sociale.

E tuttavia – ecco il punto – lette nella prospettiva degli anni ’10 del XXI secolo, esse acquistavano inevitabilmente una coloritura inquietante, vista l’equazione che da tempo veniva suggerita fra una presunta istigazione all’odio anti-ebraico da parte della Chiesa nel corso dei secoli, e il dramma vissuto dagli ebrei dell’Europa continentale al tempo del nazismo. Sembra peraltro che i rabbini ricevuti al Palazzo apostolico non siano stati i soli a fare pressioni su Benedetto XVI affinché la già annunciata canonizzazione di Padre Dehon venisse bloccata: riserve e perplessità altrettanto forti sono venute, come suole accadere, dall’interno della Chiesa, e precisamente dal clero e dall’episcopato francesi, evidentemente non troppo teneri verso quel loro figlio che visse, sì, in odore di santità; che, dopo morto, compì un miracolo, accettato e riconosciuto da Giovani Paolo II; che aveva fondato una importantissima congregazione religiosa, fedele interprete del “socialismo cattolico”, se così vogliamo chiamarlo, inaugurato dalla Rerum Novarum di Leone XII; ma che ebbe anche la “colpa” imperdonabile di denunciare il sistematico parassitismo finanziario dei banchieri e dei grandi commercianti ebrei e quindi si dimostrò scarsamente caritatevole verso i cari fratelli maggiori.

Scriveva giusto vent’anni fa padre Giovanni Sale, gesuita, professore di Storia contemporanea alla Pontificia Università Gregoriana di Roma (sul Quaderno 3647 de La Civiltà Cattolica, 2002, anno 2, vol. II; noi lo abbiamo tratto da Presenza Cristiana, il mensile dei Padri Dehoniani, numero di Gennaio 2009, pp. 51-52):

Per comprendere l’atteggiamento della Gerarchia ecclesiastica e della “Civiltà Cattolica” sul problema ebraico è necessario premettere alcune considerazioni di carattere storico. Da questo punto di vista va distinto un antigiudaismo religioso o dottrinale da un antigiudaismo per lo più dettato da considerazioni di ordine socio-politico. Il primo era dovuto a motivazioni teologico-dottrinali: esso considerava l’ebreo, uomo senza patria, come un «dannato da Dio» a motivo del suo accecamento per non aver riconosciuto il Messia, e la sua condizione di esule era intesa e spiegata secondo particolari categorie religiose. In questo rientravano le gravi accuse di deicidio e di omicidio rituale. Alla divulgazione di tali idee contribuì in epoca moderna anche “La Civiltà Cattolica” con gli articoli del p. Giuseppe Oreglia di Santo Stefano e successivamente, sebbene in forma più critica e moderata, dei pp. Raffaele Ballerini e Francesco Rondina. Tale mentalità antigiudaica, diffusa in ampi settori dell’opinione pubblica europea e non soltanto tra i cattolici, condannava l’ebreo a una condizione di emarginazione sociale. Frutto di tale atteggiamento furono in epoca passata i ghetti, che avevano lo scopo di tenere sotto controllo gli ebrei, sottoposti a una legislazione sociale apertamente discriminatoria (emanata si diceva più per «cautela preventiva che per provvidenza punitiva»), ma anche quello di proteggerli contro possibili pogrom popolari. In ogni caso l’ebreo, pure accolto per motivi di carità cristiana, era tuttavia considerato parte estranea della società.

L’antigiudaismo moderno nasce invece con la Rivoluzione francese e in particolare con l’emancipazione sociale e politica degli ebrei, sancita dai Governi liberali. Tale legislazione liberale, scriveva la nostra rivista, ha reso gli ebrei «baldanzosi e potenti, facendo loro sotto pretesto di uguaglianza una condizione sempre più preponderante di prestigio, massime economico, nella società moderna». Altro motivo che spinse a lottare contro l’influsso che gli ebrei andavano acquistando a livello sociale, oltre alla loro preponderanza in campo economico e finanziario, fu il ruolo primario che molti di essi ebbero nella massoneria internazionale fortemente anticattolica e nei moderni movimenti rivoluzionari e non solo nella Russia di Lenin, ma anche negli Stati dell’Europa Occidentale. Tale modo di pensare era alimentato dal fatto che molti capi dei partiti comunisti europei erano ebrei: la gran parte dei membri del Consiglio dei commissari del popolo, per esempio, istituito da Lenin dopo la Rivoluzione russa del 1917 — cioè il Governo rivoluzionario del Paese — era costituito da ebrei.

Così la figura dell’ebreo, nell’immaginario collettivo cattolico, e non soltanto in esso, fu assimilata, da una parte, al capitalista che sfruttava la popolazione cristiana, dall’altra al rivoluzionario, che lottava per minare le basi della vita associata. All’ebreo inoltre, in un’epoca di nazionalismo esasperato, si rimproverava di non nutrire «amor patrio», sentendosi egli, si diceva, non cittadino dello Stato che lo accoglieva, ma semplicemente membro virtuale della «nazione ebraica», che non aveva a quel tempo nessuna terra da difendere. Molti esponenti della cultura cattolica accettavano per motivi sia religiosi, cioè di difesa dell’identità cristiana, sia patriottici e di tutela dell’ordine costituito queste idee, e “La Civiltà Cattolica” ebbe un ruolo non secondario nella loro divulgazione. Tale stato di cose perdurò, come è noto, fino al Concilio Vaticano II, sebbene già durante la Seconda guerra mondiale si levassero all’interno del mondo cattolico, soprattutto in area francese, significative voci di dissenso contro il tradizionale antigiudaismo professato in ambienti cattolici.

L’antisemitismo razziale era invece fondato su un elemento materialistico e biologico: il principio della «razza ariana» quale stirpe superiore e dominante, e quello del culto del sangue e della terra. Chi conosce la teologia cristiana sa che mai la Chiesa cattolica approvò teorie di questo tipo: per essa non esiste nessuna razza eletta o superiore, ma un solo popolo di Dio sparso su tutta la terra. Per la Chiesa un ebreo convertito al cattolicesimo è semplicemente un cristiano: di fatto, durante la deportazione nazista essa fece di tutto per difendere anche gli ebrei cristiani, considerandoli suoi fedeli al pari degli altri. Questo punto della dottrina cristiana fu sempre difeso con tutti i mezzi dalla Gerarchia cattolica e, nei tempi moderni (a motivo dell’antisemitismo razzista), soprattutto da Pio XI e Pio XII.

I principali esponenti dell’antigiudaismo cattolico pre-conciliare, fino agli anni ’30 e ai primi anni ’40 del Novecento, erano i gesuiti de La Civiltà Cattolica, come poi è stato riconosciuto dagli stessi gesuiti delle generazioni successive. Il saggio di padre Raffaele Ballerini Della questione giudaica in Europa, apparso nel 1890 su La Civiltà Cattolica, era stato ripubblicato nel 1938 da Giovanni Preziosi, massimo esponente dell’antisemitismo italiano, in coincidenza con l’emanazione delle leggi razziali fasciste.Riassumendo.

Così pure, gesuiti sono stati i principali fautori della svolta filo-giudaica conciliare e post-conciliare, che ha fatto irruzione nel panorama della cultura cattolica al principio degli anni ’50 del Novecento come un fulmine a ciel sereno, vale a dire in pieno contrasto con il magistero precedente (sì, magistero e non solo pastorale: si pensi al Catechismo di San Pio X, nel quale si afferma esplicitamene che gli ebrei sono fuori della Chiesa cattolica e quindi, come tali, non hanno possibilità di accedere alla salvezza). Fra essi ricordiamo Augustin Bea, padre nobile della Nostra aetate, e Carlo Maria Martini, grande fautore di una presunta unità spirituale di cristiani, ebrei e musulmani; e infine Bergoglio, assertore della dottrina (inedita e intrinsecamente fallace) che gli ebrei non hanno alcuna ragione per convertirsi e quindi i cattolici devono smetterla di adoperarsi in tal senso, poiché quelli hanno già l’Alleanza divina, mai revocata (nonostante il rifiuto di Cristo e la sua condanna a morte da parte del Sinedrio: cfr: il suo sangue ricada su di noi e suoi nostri figli, in Mt 27,25).

Sorge perciò la domanda: chi ha il potere di decidere, nella Chiesa cattolica, cosa è conforme al vero insegnamento della Chiesa, e cosa non lo è? Chi stabilisce, da un giorno all’altro, che quanto la Chiesa ha sempre insegnato per millenovecento anni, non va più bene, deve essere ripudiato con un senso di vergogna e sostituito da un atteggiamento radicalmente nuovo e diverso, per non dire opposto? E, nel caso specifico: chi decide che gli ebrei sono fuori della salvezza, perché hanno rifiutato e rifiutano tuttora Gesù Cristo, mentre poi si dice che essi sono pur sempre i nostri fratelli maggiori, anzi che non hanno affatto perso i vantaggi dell’Alleanza con Dio, poiché quest’ultimo rimane sempre fedele alle Sue promesse (anche se queste vengono respinte dalla controparte umana?)

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 26 Aprile 2022

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